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LA TURCHIA IN EUROPA: UN PERICOLO
SOTTOVALUTATO
Marcell Piccamej
Bolzano 12-01-2000.
L’allargamento dell’Unione Europea è
ultimamente argomento molto dibattuto in
considerazione del fatto che l’espansione
dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da sconvolgere gli attuali,
delicati equilibri. Molti paesi hanno fatto
domanda di ingresso nell’Unione, alcuni
appartenenti all’ex blocco comunista altri
alla ex federazione jugoslava; in questa
lista d’attesa notiamo però un' anomalia al
tempo stesso inquietante e pericolosa: anche
la Repubblica Turca ha richiesto l'ingresso
nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi
i sostenitori di questa candidatura. Per
capire meglio la situazione bisogna però
porsi due domande precise:
perché la Turchia vuole entrare in Europa?
la Turchia ha le caratteristiche
necessarie al suo ingresso ed alla sua
permanenza nella comunità?
La prima domanda richiede una rapida
digressione poiché, in primo luogo, non si
può certo sorvolare sull’alleanza di ferro
che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul
fatto che, vista anche la sua strategica
posizione geografica, rappresenta un
prezioso alleato anche per la N.A.T.O. (si
legga pure U.S.A.). Gli Stati Uniti infatti
hanno ripetutamente dimostrato quanto sia
per loro importante la collaborazione di
Ankara per il mantenimento e l’espansione
della loro influenza in Medio Oriente.
Washington perciò è attualmente il maggior
sponsor dell’ingresso della Turchia in
Europa in quanto ciò gli conferirebbe
notevole voce in capitolo nelle questioni
interne comunitarie e gli garantirebbe il
possesso di un cuneo di penetrazione nel bel
mezzo di un'area fondamentale per il
controlo degli equilibri geopolitici
mondiali..
Dando invece un rapido sguardo alle presunta
europeicità della Turchia scopriamo subito
che le caratteristiche sociali, economiche e
politiche sono ben diverse da quelle comuni
a tutti gli stati che aspirano all’ingresso
nell’Unione. I diritti civili, politici e
religiosi sono quotidianamente calpestati da
un regime e da una società sempre in bilico
tra dittatura militare ed integralismo
islamico che in questo secolo, ma anche in
quello precedente, ha fatto dell’uso
sistematico del terrore l’unico metodo per
mantenere saldamente il potere.
Anche considerando gli aspetti sociali e
religiosi osserviamo che l’abisso tra
Turchia ed Europa è incolmabile e che le
possibilità di incontro tra le due realtà
sono assai limitate. La dimostrazione
l’abbiamo in Germania dove la cospicua
minoranza turca immigrata negli ultimi
decenni è ancora decisamente poco integrata
e spesso causa di tensioni sociali.
Dobbiamo tenere conto che l’ingresso della
Turchia nell’Unione Europea porterebbe uno
stravolgimento degli equilibri
demografico-religiosi interni quali solo
ottanta milioni di cittadini musulmani
potrebbe creare, arrivando al paradosso che,
nella Comunità Europea, tradizionalmente
cristiana, la nazione più popolosa sarebbe
l’unica musulmana ed extraeuropea.
Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto di
carattere economico, riguardo ai quali le
pregiudiziali restano notevoli, i grandi
scogli che si oppongono all’ingresso turco
nell’unione sono almeno tre:
il riconoscimento del genocidio
armeno:dopo aver subito, nell'ultima fase di
vita dell'Impero Ottomano, ogni sorta di
angheria e maltrattamenti (nel 1880 vengono
uccisi più di 300.000 armeni durante le
rivolte irredentiste) con la presa del
potere della giunta dei Giovani Turchi,
avvenuta nel 1908, dal 1915 prende il via
l'ultima e più cruenta fase del genocidio
del popolo armeno da millenni stanziati
nelle regioni nord orientali della Turchia
e, più recentemente ma in gran numero, anche
nella città di Costantinopoli. Più di
1.500.000 di vittime cadranno in maniera
atroce per mano del Governo Turco.Durante
l’estate del 1998 al parlamento italiano
venne dalla proposto dall'On. Giancarlo
Pagliarini della Lega Nord un documento che
affermava il riconoscimento del genocidio
degli armeni da parte del nostro governo:
solo145 parlamentari lo hanno sottoscritto e
nessun media ne ha dato notizia. Con tutta
probabilità non fu mai neppure consegnato
alle autorità turche ed insabbiato poco
dopo. Recentemente, dopo la presa di
posizione del Comune di Roma, il documento è
stato riproposto ma ancora non si ha notizia
della sua discussione in aula. Nel maggio
dello stesso anno l’Assemblea Nazionale
francese (1) ha approvato all’unanimità un
atto in cui si recitava testualmente “la
Francia riconosce pubblicamente il genocidio
degli armeni del 1915”. Il governo turco ha
risposto nel suo classico stile affermando
che il genocidio è una farsa propagandistica
e le vittime della repressione furono solo
300.000 (come se ciò rappresentasse una
giustificazione). A ciò seguì addirittura la
minaccia di un embargo economico contro la
Francia e di un serio deterioramento delle
relazioni diplomatiche tra i due paesi (con
buona pace delle forniture di elicotteri e
di attrezzature militari) (2). Anche in
questo caso l'iniziativa venne prontamente
insabbiata. Sarebbe scandaloso se la
Comunità accogliesse al suo interno un paese
che, dopo aver commesso tali crimini, non ha
neppure il coraggio di fare pubblica
ammenda.
il ritiro delle forze di invasione a
Cipro nord: in quest’isola decine di
chilometri di filo spinato e mattoni
dividono in due l’isola separando le
repubbliche greco-cipriota e quella
turco-ciprota. Tutto ciò è frutto
dell’invasione turca del 1974 che causò
5.000 vittime e lo sfollamento di 200.000
profughi dalla parte settentrionale, invasa,
a quella meridionale rimasta libera.
Nonostante la risoluzione 353 dell’O.N.U.
condanni l’aggressione e la definisca priva
di ogni fondamento giuridico nel 1983 i
turchi arrivarono addirittura a proclamare
Repubblica Turca di Cipro Nord. Durante
l’occupazione, inoltre, viene attuato un
piano di turchizzazione forzata delle aree
grecofone con lo spostamento in massa di
interi villaggi dagli altopiani
dell’Anatolia centrale e, per meglio
rimarcare le proprie intenzioni, il governo
turco procede alla posa di filo spinato e
mura per decine di chilometri. Come se non
bastasse, grazie all’appoggio ricevuto da
Stati Uniti e Comunità Europea, i turchi
aumentano le proprie ambizioni ed arrivano
ad issare la propria bandiera sull’isola
greca di Imia ed avanzano pretese di
possesso sulle isole del Dodecaneso. L’unica
iniziativa europea riguardante la questione
consiste nel far pressione sulla Grecia
affinchè non risponde alle provocazioni.
Anche per questi motivi la candidatura turca
all’ingresso nella comunità dovrebbe
perlomeno essere prorogata fino a quando non
verranno meno gli atteggiamenti aggressivi
ed espansionistici della repubblica asiatica
e non avverrà il ritiro totale ed
incondizionato dall’isola di Cipro.
La linea di confine tra la repubblica
turco-cipriota e quella greco cipriota
il rispetto delle minoranze interne ed
in particolar modo della questione curda: il
nazionalismo fanatico turco, dopo essersi
abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato
contro un’altra minoranza etnica stanziata
all’interno dei suoi confini: quella curda.
Già nel secolo scorso i curdi erano stati
oggetto della politica repressiva
dell'impero e, dopo aver subito pesanti
angherie durante tutto il secolo,
attualmente si vedono negata dalle autorità
turche la propria stessa esistenza in quanto
vengono considerati semplicemente turchi di
montagna permettendo così al governo
centralista di applicare la sistematica
distruzione della particolare cultura curda
impedendone l’uso della lingua, dei costumi
tradizionali e delle tradizioni nel
tentativo di omologare questo popolo al
resto della popolazione turca. L’attuale
conflitto in corso nel Kurdistan turco non è
altro che la naturale conseguenza di decenni
di spietata repressione che comunque non
accenna assolutamente a diminuire.Anche in
questo caso l’Europa ha dimostrato una volta
di più la propria debolezza politica e la
soggezione cronica ai diktat statunitensi e
sembra non dare il minimo peso politico alla
repressione perpetrata dalla Turchia ai
danni del popolo turco.
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