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Aggiornato il: martedì 01 agosto 2006 09:11

Approfondimenti sul NO all'ingresso della Turchia in Europa
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LA TURCHIA IN EUROPA: UN PERICOLO SOTTOVALUTATO

Marcell Piccamej

Bolzano 12-01-2000.

L’allargamento dell’Unione Europea è ultimamente argomento molto dibattuto in considerazione del fatto che l’espansione dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da sconvolgere gli attuali, delicati equilibri. Molti paesi hanno fatto domanda di ingresso nell’Unione, alcuni appartenenti all’ex blocco comunista altri alla ex federazione jugoslava; in questa lista d’attesa notiamo però un' anomalia al tempo stesso inquietante e pericolosa: anche la Repubblica Turca ha richiesto l'ingresso nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi i sostenitori di questa candidatura. Per capire meglio la situazione bisogna però porsi due domande precise:

 
  • perché la Turchia vuole entrare in Europa?
     
  • la Turchia ha le caratteristiche necessarie al suo ingresso ed alla sua permanenza nella comunità?

    La prima domanda richiede una rapida digressione poiché, in primo luogo, non si può certo sorvolare sull’alleanza di ferro che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul fatto che, vista anche la sua strategica posizione geografica, rappresenta un prezioso alleato anche per la N.A.T.O. (si legga pure U.S.A.). Gli Stati Uniti infatti hanno ripetutamente dimostrato quanto sia per loro importante la collaborazione di Ankara per il mantenimento e l’espansione della loro influenza in Medio Oriente. Washington perciò è attualmente il maggior sponsor dell’ingresso della Turchia in Europa in quanto ciò gli conferirebbe notevole voce in capitolo nelle questioni interne comunitarie e gli garantirebbe il possesso di un cuneo di penetrazione nel bel mezzo di un'area fondamentale per il controlo degli equilibri geopolitici mondiali..
    Dando invece un rapido sguardo alle presunta europeicità della Turchia scopriamo subito che le caratteristiche sociali, economiche e politiche sono ben diverse da quelle comuni a tutti gli stati che aspirano all’ingresso nell’Unione. I diritti civili, politici e religiosi sono quotidianamente calpestati da un regime e da una società sempre in bilico tra dittatura militare ed integralismo islamico che in questo secolo, ma anche in quello precedente, ha fatto dell’uso sistematico del terrore l’unico metodo per mantenere saldamente il potere.
    Anche considerando gli aspetti sociali e religiosi osserviamo che l’abisso tra Turchia ed Europa è incolmabile e che le possibilità di incontro tra le due realtà sono assai limitate. La dimostrazione l’abbiamo in Germania dove la cospicua minoranza turca immigrata negli ultimi decenni è ancora decisamente poco integrata e spesso causa di tensioni sociali.
    Dobbiamo tenere conto che l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea porterebbe uno stravolgimento degli equilibri demografico-religiosi interni quali solo ottanta milioni di cittadini musulmani potrebbe creare, arrivando al paradosso che, nella Comunità Europea, tradizionalmente cristiana, la nazione più popolosa sarebbe l’unica musulmana ed extraeuropea. Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto di carattere economico, riguardo ai quali le pregiudiziali restano notevoli, i grandi scogli che si oppongono all’ingresso turco nell’unione sono almeno tre:

     
  • il riconoscimento del genocidio armeno:dopo aver subito, nell'ultima fase di vita dell'Impero Ottomano, ogni sorta di angheria e maltrattamenti (nel 1880 vengono uccisi più di 300.000 armeni durante le rivolte irredentiste) con la presa del potere della giunta dei Giovani Turchi, avvenuta nel 1908, dal 1915 prende il via l'ultima e più cruenta fase del genocidio del popolo armeno da millenni stanziati nelle regioni nord orientali della Turchia e, più recentemente ma in gran numero, anche nella città di Costantinopoli. Più di 1.500.000 di vittime cadranno in maniera atroce per mano del Governo Turco.Durante l’estate del 1998 al parlamento italiano venne dalla proposto dall'On. Giancarlo Pagliarini della Lega Nord un documento che affermava il riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del nostro governo: solo145 parlamentari lo hanno sottoscritto e nessun media ne ha dato notizia. Con tutta probabilità non fu mai neppure consegnato alle autorità turche ed insabbiato poco dopo. Recentemente, dopo la presa di posizione del Comune di Roma, il documento è stato riproposto ma ancora non si ha notizia della sua discussione in aula. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Nazionale francese (1) ha approvato all’unanimità un atto in cui si recitava testualmente “la Francia riconosce pubblicamente il genocidio degli armeni del 1915”. Il governo turco ha risposto nel suo classico stile affermando che il genocidio è una farsa propagandistica e le vittime della repressione furono solo 300.000 (come se ciò rappresentasse una giustificazione). A ciò seguì addirittura la minaccia di un embargo economico contro la Francia e di un serio deterioramento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (con buona pace delle forniture di elicotteri e di attrezzature militari) (2). Anche in questo caso l'iniziativa venne prontamente insabbiata. Sarebbe scandaloso se la Comunità accogliesse al suo interno un paese che, dopo aver commesso tali crimini, non ha neppure il coraggio di fare pubblica ammenda.
     
  • il ritiro delle forze di invasione a Cipro nord: in quest’isola decine di chilometri di filo spinato e mattoni dividono in due l’isola separando le repubbliche greco-cipriota e quella turco-ciprota. Tutto ciò è frutto dell’invasione turca del 1974 che causò 5.000 vittime e lo sfollamento di 200.000 profughi dalla parte settentrionale, invasa, a quella meridionale rimasta libera. Nonostante la risoluzione 353 dell’O.N.U. condanni l’aggressione e la definisca priva di ogni fondamento giuridico nel 1983 i turchi arrivarono addirittura a proclamare Repubblica Turca di Cipro Nord. Durante l’occupazione, inoltre, viene attuato un piano di turchizzazione forzata delle aree grecofone con lo spostamento in massa di interi villaggi dagli altopiani dell’Anatolia centrale e, per meglio rimarcare le proprie intenzioni, il governo turco procede alla posa di filo spinato e mura per decine di chilometri. Come se non bastasse, grazie all’appoggio ricevuto da Stati Uniti e Comunità Europea, i turchi aumentano le proprie ambizioni ed arrivano ad issare la propria bandiera sull’isola greca di Imia ed avanzano pretese di possesso sulle isole del Dodecaneso. L’unica iniziativa europea riguardante la questione consiste nel far pressione sulla Grecia affinchè non risponde alle provocazioni. Anche per questi motivi la candidatura turca all’ingresso nella comunità dovrebbe perlomeno essere prorogata fino a quando non verranno meno gli atteggiamenti aggressivi ed espansionistici della repubblica asiatica e non avverrà il ritiro totale ed incondizionato dall’isola di Cipro.


    La linea di confine tra la repubblica turco-cipriota e quella greco cipriota

     
  • il rispetto delle minoranze interne ed in particolar modo della questione curda: il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato contro un’altra minoranza etnica stanziata all’interno dei suoi confini: quella curda. Già nel secolo scorso i curdi erano stati oggetto della politica repressiva dell'impero e, dopo aver subito pesanti angherie durante tutto il secolo, attualmente si vedono negata dalle autorità turche la propria stessa esistenza in quanto vengono considerati semplicemente turchi di montagna permettendo così al governo centralista di applicare la sistematica distruzione della particolare cultura curda impedendone l’uso della lingua, dei costumi tradizionali e delle tradizioni nel tentativo di omologare questo popolo al resto della popolazione turca. L’attuale conflitto in corso nel Kurdistan turco non è altro che la naturale conseguenza di decenni di spietata repressione che comunque non accenna assolutamente a diminuire.Anche in questo caso l’Europa ha dimostrato una volta di più la propria debolezza politica e la soggezione cronica ai diktat statunitensi e sembra non dare il minimo peso politico alla repressione perpetrata dalla Turchia ai danni del popolo turco.
     
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