BREVE STORIA della Lega Nord

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1979 Umberto Bossi.
Il futuro leader del Carroccio, studente fuori corso di medicina all’Universita'di Pavia; un giorno, mentre si trova in facolta', incontra il segretario del partito autonomista valdostano (Union Valdotaine), Bruno Salvadori, e viene coincolto in una discussione sul federalismo e l’autonomia.
Alla fine Bossi promette di collaborare per la creazione di una rete di movimenti autonomisti dell’Italia settentrionale.

1980-81
Bossi nel 1980 fonda il gruppo autonomista U.N.O.L.P.A. (Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia) e crea un piccolo giornale chiamato Nord Ovest.
Bruno Salvatori purtroppo muore in un incidente stradale.
Bossi ne eredita alcune intuizioni per l’affermazione del federalismo in Italia: fra cui la necessita' per il Nord di unire le forze contro il sistema centralista dello Stato.

1982-83
1982 Bossi realizza il giornale Lombardia Autonomista ***e fonda la Lega Autonomista Lombarda.
Bossi sul primo numero del giornale nel marzo 1982 scrive:
“Il nostro fondamentale interesse comune e' la liberazione della Lombardia dalla vorace e soffocante egemonia del governo centralista di Roma, attraverso l’autonomia lombarda nel piu' vasto contesto dell’autonomia padano-alpina”.
Bossi manterra' fermo negli anni questo obiettivo strategico di lungo termine, cambiando invece tattica (alleanze, governo, “ribaltone”, secessione, devolution, ecc.) a seconda del mutare delle circostanze.
Iniziano i contatti e la collaborazione fra la Lega Autonomista Lombarda e gli altri movimenti autonomisti del Nord: Liga Veneta ed Union Piemonteisa.

1984
La Lega Lombarda nasce ufficialmente il 12 aprile 1984 in uno studio notarile, dove a firmare l’atto costitutivo si ritrovano Bossi, la futura moglie Manuela, Giuseppe Leoni e pochi altri amici della prima ora.
Alle elezioni europee, nello stesso anno si presenta con una lista denominata “Unione per l’Europa Federalista”, alleanza formata da Lega Lombarda, Liga Veneta, Movimento Piemont.

1985-88
Nel 1985 la Lega Lombarda entra per la prima volta con i propri rappresentanti nei Consigli comunali della provincia di Varese, e nel 1987 elegge un senatore, Umberto Bossi, ed un deputato, Giuseppe Leoni.
Nel contempo Bossi continua ad impegnarsi per lo sviluppo di movimenti autonomisti in tutto il Nord, favorendo la nascita dell’Uniun Ligure, della Lega Emiliano-Romagnola e dell’Alleanza Toscana.

1989
I movimenti autonomisti di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana si presentano alle elezioni europee uniti con una lista denominata Alleanza Nord, e riescono ad entrare nel Parlamento Europeo con i deputati Francesco Speroni e Luigi Moretti.
Il 7 dicembre dello stesso anno si svolge il primo Congresso nazionale della Lega Lombarda: Bossi viene eletto Segretario proponendo il “Progetto egemone”, una linea che punta tutto su un’organizzazione ferrea per evitare infiltrazioni, almeno fino a quando la Lega non sara' diventata tanto robusta da poter trattare coi partiti romani senza diventare come loro.

1990
Il 20 maggio 1990 si celebra il primo Giuramento di Pontida, dopo quello storico del 1167: sul grande prato si ritrovano in ottomila a giurare fedeltà al Movimento, “per diventare alfieri nella lotta per l’autonomia del popolo lombardo, veneto, piemontese, ligure, emiliano, romagnolo e toscano”.
Bossi decide che e' venuto il momento di dare una direzione precisa all’alleanza delle leghe e lancia il progetto della Repubblica del Nord: una ”eresia” che fa tremare i partiti romani e che Bossi utilizzerà ogni volta in cui sarà necessario far sentire la voce del Nord.

1991
Il 10 febbraio 1991 a Pieve Emanuele (MI), con il primo Congresso Federale, nasce ufficialmente la Lega Nord, costituita dalla federazione fra Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Lega Emiliano-Romagnola, Alleanza Toscana.
In seguito si uniranno anche le altre regioni del Nord: Trentino-Sudtirolo, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Umbria e Marche.
Bossi viene eletto Segretario Federale, mentre il veneto Franco Rocchetta è chiamato a ricoprire la carica di Presidente.
Il 16 giugno il Movimento festeggerà a Pontida: stavolta i presenti saranno più di venticinquemila.

1992
Alle elezioni politiche del 1992 la Lega Nord, dopo aver conquistato gran parte delle amministrazioni locali dell’Italia settentrionale, stravince conquistando un percentuale del 8,7% e passando da due ad ottanta parlamentari.
Pochi mesi dopo partirà l’operazione Mani Pulite, che negli anni successivi si rivelerà solo una valvola di sfogo per la rabbia accumulata dai popoli del Nord, offerta dal sistema romano come alternativa al voto per la Lega.

1993
Nel 1993 la Lega vince nettamente le elezioni amministrative, conquistando tra l’altro anche l’amministrazione comunale di Milano.
Alla fine dell’anno, avvicinandosi le elezioni politiche anticipate, Bossi avverte che il sistema centralista si sta riorganizzando attraverso l’auto-candidatura dell’imprenditore craxiano Silvio Berlusconi a “salvatore della Patria” e con un rapido cambio di nome per tutti i partiti sopravissuti al terremoto politico provocato dalla Lega: cosi' mentre il PCI diventa PDS, la DC si trasforma in PPI, il MSI cambia in AN e i socialisti si “rinnovano” in Forza Italia.

1994
Bossi convoca il secondo Congresso Federale a Bologna il 6 febbraio 1994, per spiegare ai suoi uomini che, di fronte al disorientamento che i partiti romani, cambiando nome, hanno creato fra la gente, e' necessario rimediare temporaneamente per mezzo di un’alleanza tattica con quella parte del vecchio sistema piu' disponibile al cambiamento.
Bossi propone di chiamare Polo delle Liberta' un’alleanza che veda la Lega come forza propulsiva, escludendo espressamente dal nuovo soggetto politico il MSI: “mai coi fascisti!”.
Nel Polo entreranno Lega Nord, Forza Italia, il CCD ed i liberali. Berlusconi pero' organizza al sud, dove la Lega non e' presente e non puo' porre veti, un “Polo del buongoverno” insieme al MSI; una scorrettezza che costringe Bossi a polemizzare duramente con Forza Italia in piena campagna elettorale.
Si giunge quindi alle elezioni politiche di marzo: i due “poli” vincono le elezioni, la sinistra e' sconfitta e la Lega, con l’8,4% porta in Parlamento ben 180 parlamentari grazie ai meccanismi della nuova legge elettorale maggioritaria.
Ma le contraddizioni esplodono subito: Berlusconi ha fretta di insediarsi al Governo, ma Bossi gli ricorda che il patto originario non prevedeva la presenza del MSI nella maggioranza, perche' si tratta di un partito troppo assistenzialista e centralista per andare d’accordo con la Lega.
Di fronte alla minaccia di uno scioglimento immediato delle camere, la Lega è costretta ad entrare nel primo governo Berlusconi: Roberto Maroni è vice-presidente del Consiglio e Ministro degli Interni, mentre Speroni è Ministro delle Riforme e Giancarlo Pagliarini ottiene il dicastero del Bilancio.
A Pontida Bossi mette subito le cose in chiaro: “ci ritroveremo fra sei mesi, e se non sara' cominciato il processo di cambiamento del paese allora il Nord se ne andrà verso la Repubblica del Nord”.
Per dimostrare che non scherza, il leader del Carroccio dispone che i parlamentari Mario Borghezio ed Enzo Boso organizzino all’interno del Movimento una corrente indipendentista.
Nonostante abbia collocato i suoi uomini in alcuni posti chiave dell’Esecutivo, Bossi si accorge che il sistema continua a resistere al cambiamento: la burocrazia è ostile, i lobbisti di Montecitorio cercano di corrompere in modo più o meno velato i parlamentari leghisti ed i partiti alleati non prendono per nulla in considerazione le richieste dei ministri del Carroccio, sventolando sondaggi che prevedono una rapida estinzione della Lega.
Dopo innumerevoli polemiche con Berlusconi e Fini, Bossi convoca un’Assemblea Federale della Lega Nord a Genova, dopo i primi sei mesi di governo, per dare l’aut-aut agli alleati: stop alla vecchia politica assistenziale o la Lega farà cadere il governo.

1995
Caduto nel vuoto anche quest’ultimo avvertimento, la Lega firma una mozione di sfiducia contro il Governo insieme all’opposizione, con la quale poi sosterrà un governo tecnico durante tutto il 1995.
Il 12 febbraio dello stesso anno si svolge a Milano il Congresso Federale straordinario della Lega Nord, durante il quale Bossi, radunando più di centomila militanti, dimostra al mondo politico romano che la Lega è tutt’altro che avviata verso quel declino prospettato dai sondaggi di Berlusconi.
Bossi viene riconfermato Segretario, mentre il nuovo Presidente è il veneto Stefano Stefani.
Il 1 aprile 1995 la Lega organizza a San Pellegrino Terme (BG) il primo convegno del Nucleo indipendentista capeggiato da Borghezio e Boso: comincia così la sfida aperta al centralismo ristagnante, al quale Bossi decide di sferrare un duro colpo attraverso il secessionismo.
Il passo successivo è la convocazione di un’Assemblea Federale della Lega Nord a Torino il 28 maggio dello stesso anno; Bossi nel suo intervento afferma: “abbiamo bisogno di un organo che sia deciso e democratico, che coincida quindi con un Parlamento del Nord”.
Il Parlamento leghista, a partire dal 7 giugno 1995, si riunirà molte volte, prima a Bagnolo San Vito (MN), poi a Chignolo Po (PV); in quelle sedute verra' organizzata l’attivita' secessionista della Lega Nord.

1996
Alle elezioni politiche del 1996 la Lega Nord si presenta da sola, conquistando il 10,4% dei voti e ben 87 parlamentari. Bossi tuttavia non si dimostra completamente soddisfatto, poiche' per soli sette parlamentari non riesce a diventare l’ago della bilancia fra il Polo e la sinistra.
La lezione comunque servira' a Berlusconi che, nonostante un numero di voti ottenuti superiore a quello del suo avversario Prodi, perde la battaglia nei singoli collegi elettorali a causa della mancato accordo con la Lega.
Bossi decide di puntare tutto sulla secessione, radunando sul Po e a Venezia centinaia di migliaia di persone: e' il 15 settembre e si giura sulla liberta' della Padania.

1997
Il sistema romano, spaventato dall’ondata di protesta secessionista scatenata dalla Lega Nord, comincia timidamente a cedere poteri alle autonomie locali attraverso le Leggi Bassanini degli anni '97-98.
Ma alla Lega il decentramento non basta, vuole la vera autonomia, il federalismo: per ottenerlo dimostra di essere disposta a giocare la partita secessionista fino in fondo: nascono le camicie verdi, il Comitato di liberazione della Padania, il Governo padano.
La contromossa del sistema è duplice: da un lato attua un repressione intollerabile e antidemocratica, processando dirigenti e militanti della Lega per reati d’opinione introdotti nel codice penale dal regime fascista negli anni '30; dall’altro nasconde con trucchi contabili i debiti nel bilancio statale per entrare nella moneta unica europea senza rispettare i parametri di Maastricht.
Il progetto secessionista subisce una battuta d’arresto, così Bossi, che osserva come nel frattempo l’indipendentismo della Lega abbia ammorbidito molto l’atteggiamento dei partiti romani nei confronti del federalismo, comincia a guardarsi intorno per stipulare nuove alleanze.

1998
Nel 1998 il governo Prodi cade per l’uscita di Rifondazione Comunista dalla maggioranza. Il leader del PDS Massimo D’Alema, invece di cercare un accordo con la Lega per creare una nuova maggioranza federalista, attua una operazione di trasformismo parlamentare procurando alla sinistra una quota di deputati eletti con il Polo, facendosi aiutare in questa manovra da Francesco Cossiga.
Per Bossi è la prova della mancanza di volontà riformista della sinistra: cominciano le trattative segrete con Berlusconi.

1999
Il 25 luglio 1999 viene convocato a Varese un Congresso Federale straordinario della Lega Nord, che da il via libera al Segretario per la stipulazione di alleanze.
Bossi decide che è giunto di nuovo il momento di dimostrare ai partiti con i quali è in trattativa quale sia la forza d’urto della Lega Nord: il 5 dicembre porta a Roma più di centomila militanti, che manifestano contro il centralismo con un lunghissimo corteo nel centro della capitale.
A Roma, Bossi spiega ai suoi che non tratterà con i partiti romani per ottenere più o meno poltrone, ma cercherà di fargli mettere nero su bianco un impegno preciso a favore di una riforma federalista.
Berlusconi nel frattempo interviene ad un convegno di Forza Italia rivolgendosi alla platea in questi termini: “so che a molti di voi può non piacere una nuova alleanza con Bossi, ma con la Lega si vince, senza la Lega si perde”. A quanto pare la lezione del 1994 è servita.

2000
Bossi propone al Polo di partecipare insieme alla Lega alle elezioni regionali del 2000, in una coalizione denominata Casa delle Libertà, fondata su un patto di programma sottoscritto pubblicamente da tutti i leader.
L’accordo è fatto, ed il primo punto del programma comune prevede la “devolution”, cioè una riforma istituzionale che consiste in un massiccio trasferimento di poteri e risorse dallo Stato alle Regioni.
La coalizione di cui fa parte la Lega stravince le regionali, conquistando fra l’altro Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto: in queste ultime tre regioni il Carroccio ottiene la presidenza del Consiglio Regionale.

2001
Alle elezioni politiche del 2001 si ripete la vittoria della Casa delle Libertà: la Lega, riportando il 3,9% di voti, paga il prezzo della propaganda soverchiante del candidato premier Berlusconi, ma ottiene comunque 47 parlamentari.
Bossi si presenta alle trattative per la formazione del Governo deciso ad ottenere solide garanzie per il cambiamento ed un risarcimento politico per il calo elettorale subìto: gli alleati soddisfano le sue richieste, così il leader della Lega entra a far parte dell’Esecutivo come Ministro delle Riforme e della Devoluzione. Inoltre Maroni ottiene l’incarico di Ministro del Welfare (Lavoro e politiche sociali), Roberto Castelli è il nuovo Ministro della Giustizia e Roberto Calderoli diventa vice-Presidente del Senato.

 

2005

Il 24 marzo 2005 e’ un giorno storico per la Lega Nord.

Il movimento di Umberto Bossi infatti ottine la sua più grande vittoria politica , alla camera ed al senato (in prima lettura) viene approvata la cosiddetta DEVOLUTION ossia una riforma costituzionale di portata storica che attribuisce alla regioni competenza esclusiva in materia di sanita’, scuola e polizia locale.

 Alle elezioni regionali dell’aprile del 2005 la Casa delle Liberta’ ed in primis Forza Italia subiscono la più pesante tra le sconfitte fin qui registrate dalla coalizione. Prima del voto 8 regioni erano amministrate dal centro destra e 5 dal centro sinistra. Il voto porta al centro sinistra 11 regioni ed al centro destra soltanto 2 (Lombardia e Veneto).

L’unico movimento della coalizione di centro-destra che esce vincente e’ la Lega Nord che passa dal 3,9% delle politiche del 2001 al 5,7% (alle Europee del 2004 si attesta al 5,4%).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco ora il primo

PROGRAMMA POLITICO DELLA LEGA LOMBARDA:

apparve nel 1983 su "Lombardia Autonomista"

— 1 —

Per l’autogoverno della Lombardia superando lo Stato centralizzato con un moderno Stato federale che sappia rispettare tutti i popoli che lo costituiscono.

— 2 —

Per la riaffermazione della nostra cultura, storia, della lingua lombarda, dei nostri valori sociali e morali. Contro ogni attentato alla identità nazionale lombarda. Perché accanto al tricolore venga sempre esposta la bandiera storica della Nazione Lombarda (croce rossa sul fondo bianco).

— 3 —

Per la precedenza ai lombardi nella assegnazione di lavoro, abitazioni, assistenza, contributi finanziari. Perché ogni tassazione sia uguale per tutte le regioni e non si verifichino ancora truffe come quella del " Condono " e del " Ticket " sui medicinali che al Sud costano la metà che in Lombardia.

— 4 —

Perché i frutti del lavoro e le tasse dei lombardi siano controllati e gestiti dai lombardi, attraverso l’organizzazione di un sistema finanziario simile a quello in via di attuazione nel trentino e nel Sud Tirolo.

— 5 —

Per la difesa di un proporzionato sviluppo di industria, artigianato e agricoltura: patrimonio di lavoro e di civiltà inalienabile del popolo lombardo.

— 6 —

Per un sistema pensionistico lombardo che garantisca l’intoccabilità della pensione dei nostri lavoratori, minacciata dalle numerose pensioni di invalidità distribuite nel Meridione.

— 7 —

Perché l’amministrazione pubblica e la scuola tornino ad essere gestite dai lombardi e non snaturalizzate.

— 8 —

perché i nostri ragazzi possano compiere il servizio di leva in Lombardia come avviene già adesso per i giovani del Sud Tirolo.

— 9 —

Perché la giustizia in Lombardia combatta con efficacia e con adeguati strumenti delinquenza, mafie, racket.

— 10 —

Contro la devastazione e la svendita del nostro territorio, plasmato e difeso dalle generazioni precedenti, patrimonio che abbiamo il dovere di trasmettere integro alle prossime generazioni.

— 11 —

Contro la mentalità opportunistica dei partiti romani, contro la conseguente degradazione della Lombardia.

— 12 —

Per la costruzione di un’Europa fondata sull’autonomia, il federalismo, il rispetto e la solidarietà diretta tra tutti i popoli, e quindi tra i lombardi e ogni altro popolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NASCE LA LEGA NORD
14 febbraio 1991

 

UMBERTO BOSSI
Nato a Soiano il 19 Sett 1941
Si presenta al pubblico nell'82
con una Lega Autonomista.
Il 14/6/87costituisce 
la  Lega Lombarda (*)
(*)  Forse non tutti sanno 
che è nata in Ciociaria, ad Anagni e fu
concepita da un Papa Inglese.

 

Già alle elezione del 14 giugno del 1987 ci furono due novità. Apparvero due nuovi movimenti politici chiamati "partiti della protesta". Un estroverso dissenso  si stava diffondendo come una malattia,  era ancora in incubazione, non ancora esplosa con la potenziale virulenza, e fu inizialmente molto sottovalutata nella sua sintomatologia. Non mancarono le ironie e apprezzamenti abbastanza pesanti.

I due movimenti erano la LEGA LOMBARDA e la LEGA VENETA. Quest'ultima presentandosi alle elezioni, pur prendendo 298.506 voti non riuscì ad eleggere nessun deputato e nessun senatore. Mentre la Lega Lombarda con 186.255 voti alla Camera e 137.276 voti per il Senato conquistò in entrambe un seggio. A sedersi in quello del Senato  il fondatore di questo nuovo partito UMBERTO BOSSI. Una nuova originale e irruente figura politica che va facendo molti proseliti in alcune frange di elettori lombardi scontenti negli ultimi anni dei politici e dei partiti che essi rappresentano.
Alle Europee del 18 giugno del 1989, la Lega aveva già triplicato i voti raccogliendo  636.546 preferenze.

Poi alle successive elezioni politiche del 5 aprile 1992 contava già 2.720.138 voti in Senato e 25 seggi, e 3.394.917 voti per la Camera conquistando 55 seggi. 

Il 14 febbraio di questo 1991, la Lega Lombarda e la Liga Veneta si fondano e costituiscono la LEGA NORD sotto il segno del guerriero del Carroccio, antico simbolo delle libertà comunali (vedi l'intera cronologia dei fatti a partire dal 1160 fino al 1180).
(singolare matrimonio perchè tra le due regioni a partire dai Visconti non corse mai buon sangue. Altrettanto in seguito, fino al regno austriaco Lombardo-Veneto, e poi fino al plebiscito del 1966).

"Pieve Emanuele (Milano)  - Il congresso federale della Lega Nord ha approvato, a conclusione dei lavori, il primo articolo dello statuto, nel quale è stabilito che la finalità del movimento "è la pacifica trasformazione dello stato italiano in un moderno stato confederale. Segretario federale è stato eletto il senatore UMBERTO BOSSI e  FRANCO ROCCHETTA presidente; essi mantengono le rispettive cariche di segretario della Lega lombarda e della Liga veneta" (Comunic, Ansa, 10 febbraio, ore 18,44)

"Il movimento che ha una modesta elaborazione ideologica (federalismo, liberismo, decentramento amministrativo) affonda le sue radici nell'antistatalismo della provincia lombarda e nella giustificata protesta popolare contro il sistema dei partiti.

Il 16 giugno la Lega Nord organizza una grande manifestazione popolare a Pontida, in provincia di Bergamo, dove nel 1167 si erano uniti i rappresentanti dei comuni italiani che avevano deciso di opporsi a Federico Barbarossa, costituendo la Lega lombarda.

Umberto Bossi proclama la "Repubblica del Nord" che comprenderebbe l'Italia settentrionale (senza le regioni autonome) e la Toscana.

"Pontida - Diecimila tra uomini e donne delle Leghe si sono riunite per ascoltare il segretario federale Umberto Bossi nel discorso annunciato come "fondazione della repubblica del nord". (Comun. Ansa
16 giugno, ore 17.13)

Il 18 gennaio 1993
"Bossi lancia l'appello ai "nordisti" a non pagare le tasse. Istigazione a disubbidire. Per Bossi e Miglio chiesta l'autorizzazione a procedere" (vedi giornale).

(per i successivi avvenimenti dopo questa data, provvederemo quanto prima ad aggiornare questa pagine. Comunque nei singoli anni di Cronologia sono in parte già tutti riportati. Comprese le varie manifestazione (famosa quella di Venezia - foto sopra ), le elezioni, e negli anni '97, '98, '99 e 2000 varie citazioni).

UN PO' DI STORIA

(Le  secessionistiche esternazioni padane di Bossi ci hanno riproposto, in questi ultimi tempi, alcuni tra i momenti più significativi e memorabili della storia italiana feudo-medievale.
Il Senatur va infatti richiamando l'attenzione e l'interesse degli italiani -soprattutto del nord- su nomi  ormai leggendari, quali la LEGA LOMBARDA, Alberto da Giussano, La sua Compagnia della morte, il Carroccio, il Giuramento di Pontida, la battaglia di Legnano.
AVVENIMENTI CHE TROVATE in successione
QUI A PARTIRE DAL 1160 fino al 1176

 

Ma quanti  sanno che questa Lega tutta lombarda ha avuto i suoi natali ufficiali in Ciociaria, con  un patto concepito da un Papa inglese; patto nato precisamente nel paese di  Anagni?
Ecco allora a riproporre qui, sinteticamente, la genesi della Lega, oggi tanto seguita, quanto discussa.

Nell' estate del 1159 Papa ADRIANO IV - già cardinale NICHOLAS BREAKSPEARE, unico pontefice inglese nella storia della Chiesa - si trovava in Anagni dove solitamente usava risiedere sia per la mitezza del clima che per la sicurezza del luogo.
Era tutto preso a preparare i piani di difesa, ma anche di controffensiva contro il sempre più invadente e minaccioso imperatore Svevo FEDERICO BARBAROSSA, già calato più volte in Italia e particolarmente pericoloso lungo le vallate padane.
Per concretizzare subito un'azione decisiva nei confronti dello Svevo, il Papa convocò in Anagni i rappresentanti (o Legati) delle città (o meglio dei Comuni lombardi di Milano, Brescia, Cremona, Piacenza e Mantova per discutere il da farsi e predisporre un opportuno piano di difesa contro l'Imperatore invasore.
Il 19 agosto di quel 1159 tra il pontefice ed i Legati veniva sottoscritto il primo Pactum Anagninum che sanciva la costituzione ufficiale di una Lega tra Comuni lombardi e il Papato ("Romano") contro l'imperatore Barbarossa.
L'anno successivo ( il 24 marzo ) la Lega ebbe la definitiva investitura con l'apposita bolla papale - promulgata sempre in Anagni alla presenza di tutti i vescovi lombardi - ma con il nuovo papa, ALESSANDRO III, successore da alcuni mesi di ADRIANO IV. E questo fu poi chiamato  il secondo Pactum Anagninum
Il resto è noto. Sedici anni più tardi ( maggio 1176 ) l' esercito della Lega Lombarda, all'insegna del Carroccio sconfigge definitivamente, nella battaglia di Legnano, il Barbarossa.
Alla vittoriosa impresa partecipa anche un contingente di fanti laziali inviato dal Papa tra cui 400 anagnini guidati da GIOVANNI CONTI , legato e segretario di Alessandro III.

Da rilevare che alla pace conclusa tra il Barbarossa e Papa Alessandro ad Anagni i lombardi non furono nemmeno invitati e se ne risentirono. Altrettanto a Venezia l'anno dopo quando fu revocata la scomunica e incoronato a San Marco l'imperatore; i lombardi sdegnati abbandonarono la città; furono poi convinti dai delegati siciliani a tornare indietro a far buon viso a cattiva sorte.

A tangibile ricordo della Lega Lombarda in Anagni permane oggi, possente ed austero, il Palazzo Civico, dove ha sede il Comune, eretto da MASTRO JACOPO da Iseo, architetto e diplomatico lombardo, e anche lui un protagonista, qui in Ciociaria, di quegli eventi memorabili. (Ivan)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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DA 20 MILIARDI
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ANNO x  ANNO

PERIODI STORICI
E TEMATICI

PERSONAGGI
E PAESI

(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)

< < Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"

ANNO 1160


*** BARBAROSSA - L'ASSEDIO DI CREMA
*** LA MINACCIA SU MILANO
*** CONCILIO DI TOLOSA: PAPA ALESSANDRO III 
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)


***  ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA sempre più deciso a punire le città ribelli, dopo aver assediato CREMA lo scorso anno, per il rifiuto ad accettare i funzionari imperiali, rifiuto di eliminare i consoli, rifiuto a rinunciare alle autonomie, in GENNAIO la città dopo sei mesi, presa per fame si arrende, capitola.
BARBAROSSA la punisce barbaramente, la fa radere al suolo; i suoi uomini distruggono ogni cosa. Con questa atto di violenza, l'imperatore intende mandare un monito a MILANO che con renitenza sta opponendosi in tutti i modi per non sciogliere la sua autonomia comunale.
In Agosto la stessa punizione dovrebbe abbattersi sulla capitale della ribellione, ma i milanesi contro le forze imperiali escono vincitori in due scontri.
La seconda vittoria la ottengono con una grande insurrezione. Gli abitanti hanno osato perfino attaccare le forze imperiali, fuori dalla città, metterle in fuga oltre Crema. Qui, solidali, i milanesi osano ancora, quasi una sfida a non rassegnarsi; aiutano i poveri cittadini di Crema a ricostruire le case e i ponti distrutti.

BARBAROSSA non demorde, va a rifugiarsi a PAVIA, rinserra le fila e attende rinforzi dalla Germania e dall'Ungheria. Poi il prossimo anno giocherà la carta dell'assedio di Milano; che non è possibile fare ora; la città é molto grande, ha molte strade, molte via d'acqua, piccoli e grandi canali, e ha il cuore vitale urbano circondato da grandi mura. A Barbarossa occorre dunque una grande armata. Tutto è rimandato alla prossima primavera.
Intanto proprio a Pavia convoca un concilio. La maggioranza dei cardinali curialisti ha contestato l'elezione del papa tedesco imposto dall'imperatore, VITTORE IV. Barbarossa riafferma la sua volontà, ma dalla Francia e dall'Inghilterra i rispettivi re, LUIGI VII e ENRICO II, riconoscono con il concilio di Tolosa, ALESSANDRO III come unico e legittimo papa.

Per il Barbarossa questa decisione rappresenta una presa di posizione che non prelude a nulla di buono. Perderà venti anni a combattere questo scomodo "prete", ma si ritroverà sempre allo stesso punto di partenza. 
Non immagina neppure lontanamente che papa Alessandro sarà la sua bestia nera che gli attraverserà sempre la strada per venti anni. Battagliero, coraggioso, audace, carismatico, amato e odiato dai potenti, questo papa si scatenò. Scrisse a tutte le corti d'Europa chiedendo aiuto, scrisse a ogni convento, chiesa, parrocchia, per divulgare e sostenere la sua causa. Incoraggiò a ribellarsi non solo le città italiane, ma mise contro a Barbarossa anche quelle tedesche, sciogliendole dall'obbedienza dopo averlo scomunicato.
Gli terrà testa per venti anni; lo combatterà, lo destituirà, lo scomunicherà, e alla fine sarà lui a vincere la partita, fino a farlo inginocchiare. Per restare ancora sul trono, Barbarossa sarà costretto ad accettare le sue condizioni.

*** DANIMARCA - Nel corso delle spedizioni contro i Vendi Valdemaro Re di Danimarca, con l'aiuto di Enrico il Leone, conquista l'isola di Rugen, nel Baltico.

*** A Palermo, in una biblioteca araba, in occidente scomparso dalla circolazione da mille anni, spunta fuori L'almagesto dell'astronomo, matematico e geografo greco TOLOMEO. Nell'opera espone il suo sistema astronomico che da lui prese il nome, e comprende anche numerose e importanti osservazioni celesti, la teoria delle eclissi, i principi di trigonometria sferica.
*** Poco distante, a Catania, alla corte di Guglielmo, spuntano fuori altre due perle dell'antichità: Il Fedone di PLATONE, e Metereologia di ARISTOTELE.

ANNO 1161

*** BARBAROSSA: L'ASSEDIO DI MILANO
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

***  FEDERICO BARBAROSSA, lasciata Pavia con un esercito rinforzato e adatto allo scopo, pone un drammatico assedio a MILANO. Blocca tutte le strade che portano alla città lombarda. Ma soprattutto blocca i porti dei grandi canali che sono poi le principali e quasi uniche vie di rifornimento della citta'. Canali che collegano i grandi fiumi con la navigazione fluviale che prosegue fino al mar Adriatico.
Le derrate alimentari in pratica giungono solo per queste vie d'acqua.
La città all'interno delle grandi e possenti mura é molto grande, e la vita cittadina non ne risente subito, del resto quest'assedio era previsto ed ognuno si era organizzato al meglio; ma....
...ma non pensavano alla determinazione di Barbarossa. L'assedio durò l'intero anno e continuò fino in aprile. Nel frattempo quasi ininterrottamente gli assedianti svolsero azioni di guerra prima nei dintorni, poi nell'intera regione devastando i paesi e le campagne della pianura.
Ad unirsi a Barbarossa, le milizie di quelle città che erano rimaste fedeli all'imperatore. L'odio di questa gente quasi dello stesso sangue, verso la potente città, sconcertò l'imperatore che non era certo un santo, e perfino i soldati tedeschi. Cremona, Pavia, Lodi, Como, Novara, furono spietate con Milano, la volevano radere al suolo......

ANNO 1162

*** BARBAROSSA: L'ASSEDIO DI MILANO
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

***  MILANO - FEDERICO BARBAROSSA, con l'assedio ad oltranza di Milano si è messo dentro in un vicolo cieco. Dopo un anno intero la città gli sopravvive, e se continuerà a resistergli il suo prestigio sa che calerebbe. Deve infliggere un colpo mortale a Milano: non c'é altro modo per piegare la resistenza lombarda, che sta diventando un pericoloso simbolo per le altre città.
Chiede rinforzi, vuole prostrarla, e se possibile entrarci.
L'Ungheria inviò rinforzi; dalla Germania ne arrivarono altri, le milizie delle città filo-tedesche mobilitarono tutte le loro truppe. Per Milano non ci fu scampo.
L'ostinazione venne meno, di veri soldati sempre impegnati, n'erano morti molti sul posto di combattimento. Poi la fame, le malattie, i mezzi di difesa divennero sempre più scarsi. Tentarono in queste condizioni di scendere a patti per arrendersi. Barbarossa non li accettò; lui voleva stravincere e punire, dare una dimostrazione esemplare di severità.

In aprile Milano dovette piegarsi; aprire le porte. I tedeschi entrarono, lo spettacolo di miseria destò perfino pietà, non infierirono; ma quando entrarono le milizie delle altre città, l'odio non conobbe limiti. Ne fecero scempio, distrussero ogni cosa. Fino al punto che gli stessi soldati tedeschi fecero appello alla clemenza di Federico, che non fu preso da nessun rimorso, anzi doveva dimostrare che non era lui a voler distruggere e a punire i ribelli, ma erano gli stessi italiani. Le milizie di Cremona, Pavia, Lodi, Como, Novara, all'imperatore fedeli, nella foga dell'odio e della vendetta gli chiesero di abbattere le mura della città una volta per sempre, Barbarossa non disse di no; e loro si scatenarono. Dopo le mura, rase al suolo, si accanirono contro case, palazzi, ponti. Di quello che non era possibile depredare, appiccarono il fuoco. La città bruciò per giorni e giorni.

Gli abitanti sopravvissuti della città in cenere, li incolonnarono e li deportarono in quattro località diverse a fare gli schiavi, a zappare i campi.
Un grande errore! - disse in seguito un cronista dell'epoca - non destinarli a località lontane dalla città in rovina! Nessuno infatti, avrebbe immaginato che la città in quelle condizioni potesse risorgere. Fra l'altro in un periodo di grande potenza del Barbarossa, che dopo Milano, le sue dure condizioni imposte a Roncaglia, furono con il terrore accettate da tutte le altre città ribelli. Milano dunque, servì da monito alle altre, a tutte quelle che avevano velleità autonomiste.

Alla fine, BARBAROSSA, ottenuto lo scopo nelle città del Nord, rivolse la sua attenzione al Sud. Voleva ripetere le gesta lombarde, piegare le città ribelli. Ricostituire il grande impero fino alla Sicilia
Ma non aveva fatto i conti con un prete! papa ALESSANDRO III.

Il Papa dopo le lettere inviate in ogni angolo di ogni regno d'Europa, si é messo lui stesso in cammino. In Italia sta incoraggiando le città a costituirsi in Lega. Quella di Milano - la Lega Lombarda- la tiene unita anche sulle ceneri (con il secondo patto di Anagni visto sopra - poi con un'altra bolla Alessandro promise di prendere sotto la sua protezione i beni della chiesa milanese - terreni che non erano pochi, e in buona parte appartenevano all'arcivescovo). Stessa proposta nel Veneto: qui appoggia la nascita della Lega Veronese costituita con le città di Verona, Vicenza, Treviso, Padova.
Ma é all'estero che Alessandro opera a fondo: nel corso dell'anno lo troviamo a tessere la sua "tela" in Francia dove si è rifugiato, imbarcandosi a Capo Circello in Sicilia, ed è stato accolto a Parigi con entusiasmi di devozione. Tutta l'altra Europa é al suo fianco. Alessandro è così abile che persino l'impero bizantino lo riconosce papa.
Ma non trascurò la stessa Germania con un ostinato impegno, tale, da creare grossi difficoltà all'imperatore, da mettere nelle condizioni di far ritornare Barbarossa a domare le rivolte in casa propria.

*** INGHILTERRA - Enrico II Re d'Inghilterra nomina il suo amico Thomas Becket, già Cancelliere del Regno, Arcivescovo di Canterbury. Benchè amici i due personaggi arriveranno a scontrarsi aspramente nei prossimi anni.

*** A PARIGI papa ALESSANDRO ospite del clero francese, dopo la fuga dall'Italia, inaugura la chiesa di SAINT GERMAIN DES PRES; e mette la prima pietra della cattedrale di NOTRE DAME.

*** ITALIA - A Firenze é consacrata la chiesa di SAN MINIATO. La costruzione era iniziata nel 1018.

*** ITALIA - Inizia la costruzione della cattedrale di MOLFETTA.

ANNO 1163

*** BARBAROSSA RITENTA DI PIEGARE I RIBELLI
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

*** ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA, compiuta la sua distruzione, appagato per aver domato finalmente Milano, lo scorso anno non è riuscito a proseguire nel resto della penisola - com'era nei progetti - per domare altre città ribelli. Ha dovuto interrompere la campagna, rientrare subito in Germania.
L'opera che sta svolgendo papa ALESSANDRO III sta creando alcuni problemi all'imperatore in casa propria.

Prima della partenza dall'Italia, altre città comunali si erano sottomesse alla volontà di Barbarossa. Sciolti i governi comunali, accettati i funzionari imperiali, iniziato a versare nelle loro casse le "regalie", le città della Lombardia persero il soffio vitale. Dopo Milano capitolò anche Brescia, mentre la zona est, da Verona a Venezia, furono risparmiate solo perché prima ancora di arrivare a Verona, Barbarossa fu richiamato a domare alcune rivolte in Germania.
Genova e Pisa, in lotta per contendersi la Sardegna, ricevono il severo monito di Barbarossa, la sua autorità fa cessare il diverbio e decide lui la contesa. Pur non soddisfatte le due città hanno accettato le sue condizioni capestro, per non andare incontro a guai seri come quelli milanesi. Ma quest'atteggiamento crea un grosso equivoco. Barbarossa é convinto di avere due alleati per i suoi progetti futuri: di usare le flotte delle due repubbliche marinare per un'invasione del Regno di Sicilia in mano ai ribelli normanni appoggiati dal papa.
Richiamato in Germania, fatto alcuni compromessi con i suoi Principi ribelli, BARBAROSSA organizza la seconda invasione in Italia.

Ad organizzarsi anche Papa ALESSANDRO III. Rifugiato in Francia, accolto con entusiasmo, convoca un concilio a Tours; buona parte del clero si schiera con lui.

ALESSANDRO III riceve gli omaggi da parte di quasi tutto il clero francese e si aggiungono quelli dei delegati inviati dall'Inghilterra che esprimono i segni del proprio rispetto a questo dinamico papa. Con questi appoggi  e con il suo carisma dilagante ALESSANDRO III, incoraggiò nuovamente le due leghe: sia la lombarda  che la veronese; e riconquistò anche l'appoggio di Roma rientrandovi dopo l'assenza. L'abilità politica di Alessandro, con una propaganda massiccia in ogni angolo dell'impero, mirava a isolare Federico con ogni mezzo, sobillando la ribellione nelle città, riuscendo a far apparire la battaglia politica del Barbarossa, come un'azione di guerra contro tutta la Chiesa, mettendo così l'uomo l'imperatore, nella coscienza collettiva delle popolazioni, su un piano d'inferiorità morale.

BARBAROSSA sceso nuovamente in Italia, riapparso nuovamente in ottobre in Lombardia, fu investito dalle lamentele dei cittadini per i soprusi dei suoi funzionari. Il monarca non se ne curò molto, prestò invece più attenzione ai rapporti che il zelante (alcuni scrivono, famigerato) Rainaldo Dassel gli sottopose: "la lega lombarda - gli riferì - era sempre un pericolo costante; quella veronese andava punita e stroncata già sul nascere; mentre per domare il sud,  Genova e a Pisa erano pronte a far salpare le loro navi per invadere la Sicilia".
BARBAROSSA era sceso a Milano con un piccolo esercito, non in grado quindi di affrontare una guerra lunga e logorante tanto meno con lo stesso dirigersi a sud. Chiese in ogni modo aiuti a Pavia, Mantova e Ferrara di affiancarsi e partecipare a una spedizione contro la lega veronese; ma le due città tergiversando, accampando scuse, inventandosi ostacoli inesistenti e difficoltà logistiche di varia natura non gli permettono di organizzare una offensiva.

BARBAROSSA cercò allora la via diplomatica, un modo per riconciliarsi; ma le sue precedenti spedizioni punitive in Italia, e il suo disinteresse ai problemi che gli erano stati sottoposti, non avevano creato un clima conciliatorio; e non avevano di certo eliminato i rancori e le opposizioni, semmai -interrogandosi- le aveva fatte crescere anche in quelle città - fedeli o opportuniste - che non avevano opposto resistenza.
Quasi tutti i Comuni interessati volevano restaurare i diritti conquistati e le libertà appena "assaggiate", con i governi più o meno autonomi, chi apertamente chi in modo sfuggente. I funzionari dell'imperatore, spesso non locali, non erano entrati nei cuori della gente di nessun ceto; e la profonda amarezza che c'era nell'aria, ammorbata da una cappa di terrore e dalla miseria - come a Milano e dintorni - invece di prostrarle, finirà per rivelarsi la migliore arma vincente di una popolazione che riscopriva in questa drammatica circostanza una compattezza insospettata.

La perdita del benessere di un periodo libero e prosperoso, mai avvenuto in precedenza, pur con tante distorsioni, fece rinascere la solidarieta'. Il terrore invece di trasformare gli abitanti tutti in agnelli, li trasformò tutti in leoni.

ANNO 1164

*** L'ANTIPAPA SCOMUNICA IL PAPA
*** BARBAROSSA SEMPRE PIU' ISOLATO
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

***  BARBAROSSA nella sua ormai totale insofferenza verso i Comuni che si ribellano anche con le armi per non rinunciare alla propria autonomia, incontra prima una serie di difficoltà nella "lega veronese" (Verona, Treviso, Vicenza, Padova) poi interviene nella lotta tra Pisa e Genova, che nel frattempo stanno scannandosi a vicenda per annettersi la Sardegna; Barbarossa, appoggia e conferma il possesso dell'isola a Pisa (un altro grosso errore!). Genova che ambiva annettersi oltre che la Corsica anche la Sardegna non resta che ubbidire all'imperatore per evitare altre conseguenze. Così anche questa città comincia a covare la vendetta; e ad incoraggiarla è papa ALESSANDRO III. Barbarossa lo trova in ogni angolo, pronto ad alimentare le riscosse, mentre il carisma del papa, aumenta, si diffonde, fa a molti nuovamente sperare l'impossibile.

*** INGHILTERRA - Enrico II Re d'Inghilterra vara le Costituzioni di Clarendon che riordinano il sistema giuridico inglese, sottraendo ai tribunali feudali gran parte della giurisdizione. Viene deferito ai tribunali civili ordinari il giudizio dei chierici colpevoli. Queste Costituzioni saranno all'origine dello scontro tra il Re e Thomas Becket, Arcivescovo di Canterbury.

*** Il 20 APRILE muore l'antipapa Vittore IV; RAINALDO DASSEL, il cancelliere di Barbarossa in Germania, ma anche l'uomo che ha il compito di nominare i funzionari nelle città italiane, convoca lui il giorno dopo un concilio di cardinali tedeschi del partito imperiale, e fa loro eleggere GUIDO DA CREMA, col nome di PASQUALE III. Elezione che se già sconcerta per la forma poco canonica, la polemica che ne segue diventa rovente quando questo antipapa alla dieta di Borgogna dove partecipa anche Barbarossa, si permette di scomunicare e destituire ALESSANDRO III.
Questa volta ad opporsi violentemente non fu sola la curia romana anti-tedesca, ma la curia moderata della stessa Germania. 
Alcuni prelati preferirono la via dell'esilio piuttosto che ubbidire al nuovo antipapa, fra questi l'arcivescovo di Magonza, Treviri, Magdeburgo, Salisburgo, Bressanone; ne rimasero perfino scandalizzati. Altri più deboli e opportunisti si sottomisero, ma ormai questa plateale destituzione nella forma poco canonica che non aveva precedenti, andò a creare non pochi problemi all'imperatore.

Una certa inquietudine incomincia a diffondersi per tutta Europa. Anche se l'atteggiamento preso dal re d'Inghilterra sembra seguire la linea di pensiero di Barbarossa contro le ingerenze dei pontefici romani negli interessi del regno. Ed infatti l'imperatore ha l'impressione di poter d'ora in avanti contare anche sull'appoggio inglese. Dura poco l'illusione. Oltre la Francia a stringersi attorno ad Alessandro III (in esilio a Parigi dopo l'avventurosa fuga da Roma), il papa riceve espressioni di simpatia da una delegazione inglese inviata dal re d'Inghilterra, forse per smorzare le forti polemiche di Becket e ricucire alcuni strappi.
Papa Alessandro, ne approfitta subito per riavvicinare i sovrani dei due Paesi, provocando a Barbarossa oltre che una delusione anche il suo isolamento politico. Il re d'Inghilterra  questa sua mossa  é stato quasi costretto a farla per riavvicinarsi al papa per motivi politici, mentre Barbarossa assieme al suo consigliere, con l'arroganza dimostrata in Borgogna (con la scomunica di papa Alessandro) sono ormai indicati, oltre che degli ostinati intransigenti - dei veri e propri perturbatori di un equilibrio politico-religioso.
Il timore che avvenga uno scisma, non viene solo dalla curia romana legata a papa Alessandro, ma dallo stesso clero tedesco turbato, disgustato e inquieto.

*** NORVEGIA - Nella Dieta di Bergen in Norvegia i vescovi rivendicano il diritto di eleggere il sovrano. Contro il clero insorge il partito aristocratico dei "Birkenbeine" ("gambali di betulla") che riuscirà a far eleggere re, vent'anni dopo (1184), Sverre.

ANNO 1165

*** L'indignazione seguita all'elezione dell'antipapa Paquale - se ha messo in agitazione e ha inquietato mezza Europa, in Germania le cose non vanno meglio. A Wurzburg, Barbarossa riunisce in una dieta il clero tedesco; ma molti di quelli che lo hanno criticato  platealmente non partecipano, mentre i filo-imperiali riconfermano ancora una volta l'antipapa Pasquale III.
Seguì un coreografico rito commemorativo con gran pompa per convincere il mondo intero che l'impero e il potere imperiale risiedeva in Germania e non a Roma. Nella notte di Natale, Pasquale davanti alle spoglie di Carlomagno ad Acquisgrana, canonizza un fantasma del passato per affermare che Barbarossa ha la stessa supremazia del suo illustre discendente e di diritto lo scettro del Sacro Romano Impero, quindi il "Potere Universale" é nelle sue mani.

Fu controproducente. Pasquale era l'uomo meno indicato per nominare santo il predecessore di Barbarossa, mentre l'imperatore non si rese conto che il presente non era più il tempo di Carlomagno; farlo resuscitare ora, oltre che apparire una "festa" anacronistica, era anche dannoso. Nessuno in Europa voleva tornare indietro con gli ideali del suo avo, il clero, né l'impero, né le città, né le popolazioni. Fu un'infelice idea che gli procurò più danni che benefici.
Alcuni arcivescovi in Germania preferirono la via dell'esilio piuttosto che ubbidire al nuovo corso impresso alla storia, alla vecchia storia, e fra questi l'arcivescovo di Magonza, Treviri, Magdeburgo, Salisburgo, Bressanone. Aderirono invece i soliti "servi" riuniti attorno al loro "padrone" che dava a loro le briciole del suo desco e toglieva a loro sempre di più ogni prerogativa di potere..

*** Intanto papa ALESSANDRO III, con questo clima a favore, con la popolarità in crescita, partì dalla Francia dove era rimasto in esilio, viaggiò fino in Sicilia, poi da Messina scortato, con gran pompa fornita dal re normanno Guglielmo, fece il suo trionfale ingresso a Roma il 23 NOVEMBRE, rioccupando il Laterano, con la capitale in buona parte schierata con lui; ma non tutta; i filo-tedeschi c'erano, sempre ostili, e sempre pronti a colpire.
Con l'appoggio di quest'ultimi, il suo avversario, PASQUALE III, scese anche lui a Roma, ma si dovette accontentare di mettere il suo quartiere generale a VITERBO e fare i nuovi piani di guerra con il solito RAINALDO DAISSEL, l'uomo più odiato d'Italia; l'uomo che imponeva i funzionari imperiali alle città e a quelle ribelli conquistate con la forza gli metteva dei veri e propri aguzzini.

ANNO 1166

(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

*** BARBAROSSA disimpegnatosi in Germania dopo aver affrontato in qualche modo i suoi problemi interni, scende per la quarta volta in Italia, questa volta  con un notevole esercito. Già con i primi contatti, prende atto che il clima in Italia é molto cambiato, l'atmosfera d'odio é maggiore di prima. Molte città che prima erano apertamente schierate con lui, le trovò tiepide, quelle tiepide ostili, e quelle ostili unite ed organizzate ora con uomini in armi, come la Lega Veronese; ma anche quella annientata - la Lombarda- era riuscita a ricompattarsi e a ricreare una gran forza con delle militia, pronta ad affrontare se necessario le truppe imperiali.
Perfino Pisa e Genova, che prima avevano promesso di allearsi a Barbarossa fornendogli una flotta per invadere la Sicilia, gli crearono così tanti problemi, che preferì non più fidarsi del loro appoggio. Sospetto fondato, visto che Pisa e Genova si stavano mettendo d'accordo con il re di Sicilia Guglielmo d'Altavilla, che si era messo perfino a fornire denari alla Lega Lombarda.

Le intenzioni di Barbarossa in questa nuova campagna, erano di scendere subito la penisola, conquistare Roma, farla finita una volta per sempre con ALESSANDRO III, poi proseguire per la Sicilia per affrontare  i normanni.
Si rese però subito conto - nonostante il suo grosso esercito- che non poteva avere alle spalle una minaccia costante, cioè le due Leghe; cambiò così i piani, dirottò verso la Lombardia e ricomparve a Milano. Convocò una dieta a Lodi; dove emersero ulteriori ostilità; invece di appianarle, alle sue truppe ordinò di fare per qualche mese scorribande nei dintorni per dimostrare che lui dalla parte sua aveva la forza; seminando così altro odio. A farne le spese questa volta è anche BRESCIA e BERGAMO.
Poi, prima della fine dell'anno, decise di marciare verso Roma, dividendo l'esercito in due. Quello guidato da lui scese in Emilia, assediò e occupò Bologna, la costrinse a consegnare degli ostaggi, poi proseguì verso la Romagna e le Marche e pose in assedio ANCONA; che era un lembo di terra tutta Bizantina e a Barbarossa gli era necessario occupare il porto per coprirsi le spalle da un eventuale sbarco (stava così cercando altri guai con i bizantini, che alla fine passarono addirittura dalla parte del papa)

L'altra parte dell'esercito, da Bologna attraversò gli Appennini, puntando su Roma; con alla guida il solito RAINALDO, l'uomo più odiato d'Italia. Sua intenzione era quella di riunirsi con Barbarossa nelle vicinanze di Roma per  poi marciare uniti sulla capitale.

ANNO 1167

*** LA LEGA LOMBARDA A PONTIDA
*** IL FALLITO ASSEDIO DI ROMA
*** IL "Concilio dei Catari"
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

***  IL 7 APRILE, con Barbarossa impegnato nel centro Italia, i capitani delle cinque città lombarde, MILANO, BRESCIA, BERGAMO, MANTOVA, CREMONA approfittano per incontrarsi in una località tra Bergamo e Lecco, nel monastero di PONTIDA per concertare una linea comune di lotta anti-imperiale. Imbaldanziti dalla Lega di Verona, - finora mai stata attaccata (che aderirà a quella lombarda il 1° DICEMBRE) - ma soprattutto sollecitati dai milanesi deportati nei dintorni ma sempre attivi (un grosso errore di Barbarossa lasciarli nei paraggi!) tutti insieme decidono di riprendere la lotta cercando di adottare una strategia comune.
Il 27 APRILE dopo le chiacchiere si passa ai fatti. Davanti alle rovine di Milano, gli ex deportati milanesi, aiutati da un contingente di validi uomini delle quattro città, impegnandosi tutti, alacremente, fanno risorgere in pochi mesi come per incanto Milano. Ricostruiscono le mura, scavano intorno alla città un grande fossato, preparano le fortificazioni. Milano dalle ceneri riprende la vita, e si pensa ad una sola cosa: a una prossima guerra per sbaragliare Barbarossa, o dargli il benvenuto alla prima occasione.
Poi l'idea geniale: costruire in un punto della Lombardia una città fortezza; poi in questa attirare in una prossima campagna militare il Barbarossa. (leggeremo più avanti)
Tutto questo mentre a Roma......

*** Il 29 MAGGIO, ROMA vive il suo dramma. L'armata di RAINALDO ha occupato Tuscolo sistemandoci l'accampamento. Superiori di numero, i romani pensarono di sortire; attaccare prima ancora che assediassero Roma. Non immaginavano che Rainaldo stava attendendo un altro grosso contingente di truppe da nord, che proprio il quel momento si affiancarono
I romani si ritrovarono circondati; subirono una sconfitta terribile; quelli scampati rientrarono in città, demoralizzando chi ancora aveva sperato nell'impossibile; ora non c'era altro da fare, bisognava difendersi.
Il 24 LUGLIO proveniente da Ancona, BARBAROSSA con il suo esercito si unisce alle due armate e scatena l'offensiva. Roma resiste qualche ora, poi messa a ferro e fuoco, a Santa Maria in Turri, capitola.
Nella stessa chiesa, si precipita subito da Viterbo l'anti-papa PASQUALE III; che con gran pompa incorona il vincitore, Re d'Italia.

BARBAROSSA poteva ritenersi soddisfatto, Roma era sua, l'Italia era stata domata; ora veniva il turno della Sicilia. - Ma il fato disse No! - Inizia un dramma.
IN AGOSTO, in un'estate torrida, si rovesciò sugli accampamenti un temporale con una pioggia giallastra (forse proveniente dall'Africa mista a qualche virus) che invece di rinfrescare causò un flagello.
Il giorno dopo e nei seguenti, moltissimi soldati furono colpiti da una terribile febbre; una strana epidemia iniziò a falciare le vite dei migliori soldati di Barbarossa. Gli altri furono presi dal panico, attribuirono alla maledizione di aver profanato S. Pietro, Roma, il Papa. BARBAROSSA abbandonò subito la capitale con il suo esercito, ma lungo la strada, perse i migliori uomini: il nipote Federico, il duca Guelfo VII di Toscana che lo aveva seguito nell'impresa, l'arcivescovo di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden; e il famigerato (mezza Italia fece festa) consigliere RAINALDO DI DASSEL; e con lui  centinaia di ecclesiastici e nobili al suo seguito. Una vera odissea per le strade d'Italia.

Superata la Toscana, riuscì a raggiungere il Nord Italia eludendo l'esercito della lega grazie all'aiuto del Marchese Obizzo Malaspina che lo scortò nei i suoi possedimenti che si estendevano (dalla Lunigiana alla valle Padana) passando per le valli appenniniche (Val Borbera, Val Trebbia
Valle Staffora) sostando ad Oramala (Pv) nell'imprendibile castello dei Malaspina, proseguendo poi per Voghera. 
Fu Federico I a creare l'Oltrepò Pavese assegnando al fidatissimo comune i feudi collinari del vogherese per spezzare con un cuneo di territori a lui fedeli, quelli della lega guelfa tra tortonesi e piacentini, così i territori che dipendevano dai Vescovi di Tortona e di Piacenza passarono sotto il dominio politico del comune e in seguito dei nobili di Pavia.

Con i sopravvissuti, BARBAROSSA si trascinò quindi fino a Pavia. Poi evitando di passare dalla Lombardia (in quelle condizioni l'avrebbero annientato) fece un lungo giro, si portò in Piemonte. Incontrò a Susa un'ostilità tale da costringerlo col favore delle tenebre a fuggire travestito, come un ladro, attraverso l'ospitale SAVOIA, quindi superare la frontiera, rientrare in Germania.
Chiunque dopo questa quarta discesa in Italia conclusasi con questa tragica disfatta, con la mala sorte accanto  e una fuga così poca regale, avrebbe rinunciato a ritornarci, cercato degli accordi con i ribelli, fatto compromessi con il papa. Chiunque, ma non Federico!
Sulla scena europea c'erano due giganti: da una parte c'era un BARBAROSSA ostinato che si sentiva forte, dall'altra, un papa, ALESSANDRO III, ancora più ostinato e in quanto a "forza" l'imperatore ne farà le spese per altri tredici anni; sarà questo papa- come vedremo-  il suo incubo.

***  In questo anno si tiene a St. Felix-de-Caraman il Concilio dei Catari che saranno una delle eresie più famose del Medioevo. Essi denunciavano l'estrema mondanizzazione della Chiesa ed il suo attaccamento ai beni terreni, invitando il clero a tornare alla povertà ed alla purezza delle origini apostoliche. I Catari, in particolare, riprendono dal bogolimismo bulgaro le dottrine dualistica della contrapposizione tra il principio del bene e quello del male. Al Concilio dei Catari cui abbiamo fatto riferimento trionfa la teoria di Niceta da Bisanzio che predica una severa ascesi e vita di imitazione degli Apostoli. La setta è molto numerosa nella Francia meridionale, nella città di Albi da cui prenderà anche il nome di setta degli Albigesi.
(VEDI I CATARI - LOTTA CONTRO GLI ERETICI )

ANNO 1168

*** BARBAROSSA: SEI ANNI DI CALMA. POI CI RIPROVA
(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

*** L'anno nuovo trova l'Italia in festa, con alle spalle la clamorosa sconfitta dell'imperatore, che fa nuovamente sperare le città comunali. Mentre in Germania BARBAROSSA oltre a dover risolvere non pochi problemi interni (ha una breve guerra con un suo feudatario, Hektor Babonzo di Turingia, per il controllo sulla città di Essen, che assedia, cattura e l'uccide),  seguiterà a leccarsi le ferite e a meditare la disfatta subìta in Italia.

(QUI SOTTO,  ANTICIPIAMO UN PO' I FATTI del 1174-75)

Per sei anni BARBAROSSA non si farà avvistare in nessuna frontiera. Fino al 1174, quando compiendo anche questa volta un lungo giro, scese in Italia con un grande esercito entrando dal territorio degli "ospitali" SAVOIA. Iniziò la sua campagna in Piemonte iniziando con una vendetta covata sei anni: rase al suolo Susa, per l'umiliazione ricevuta anni prima (quando fu costretto a una fuga notturna, come un ladro di polli - fu umiliante).

Ma BARBAROSSA dopo Susa, non sapeva cosa l'aspettava! In sei anni la Lombardia era risorta, e se Barbarossa era deciso a schiacciare i lombardi, altrettanto i lombardi lo aspettavano con la stessa decisione per schiacciare lui. Gli avevano preparato una bella trappola, e lui ci cascò dentro anche qui come un "pollo"..

Dopo la riunione a Pontida dello scorso anno, verso la fine, il 1° DICEMBRE, con la definitiva costituzione della "LEGA LOMBARDA", aderì anche la "LEGA VERONESE" e successivamente REGGIO EMILIA.
Quest'anno guardano con simpatia alle due leghe, Genova e Pisa, e perfino dalla corte di Sicilia i leghisti ricevono aiuti in denaro. I normanni hanno capito che a nord le due leghe unite potevano rappresentare insieme un vero e proprio sbarramento alle mire del Barbarossa, che da anni ha intenzione di scendere nel Sud, dei normanni ma anche di papa Alessandro che vanta sul regno di Sicilia la giurisdizione pontificia.
I capitani delle città si ritrovano tutti alla Dieta di LODI per studiare delle nuove strategie. All'assemblea compare il nome di una nuova città-comune.
Sorge su una piccola sconosciuta località alla confluenza del Tanaro con la Bormida. La città (anche se era già un plurisecolare piccolo paese)  nasce volutamente grande per un'esigenza logistica su una posizione ideale, tale da essere in grado di controllare tutti i punti d'ingresso nella piana lombarda.
La lega a Lodi, decise di farne il baluardo della Lombardia; nacque in brevissimo tempo, senza edifici di lusso, ma con una fortificazione estrema. In breve abitata da 15.000 "leoni". In segno di fedeltà e di  alleanza col papa ALESSANDRO III, un cittadino propose di chiamarla proprio col suo nome: ALESSANDRIA.
Quel cittadino - a parte la solidità urbana che si era venuta a creare con gli immensi bastioni - non poteva avere avuto idea migliore; fu un lampo di genio, con un forte impatto psicologico. Quando FEDERICO scese dalla Savoia, per la quinta volta in Italia e iniziò a distruggere nel '174 tutte le città piemontesi, quando giunse davanti a questo paese (ora trasformato un una turrita città)  che non era menzionato da nessuna parte, del tutto sconosciuto, ma che gli attraversava la strada, sconvolse tutti  suoi piani.

Quando BARBAROSSA arrivò davanti alle sue mura, Alessandria gli tolse il sonno. Il nome prima di tutto gli ricordava il suo avversario, poi con i tanti e vani tentativi di distruggerla, cominciò a vederla come il simbolo e il baluardo della ribellione. Questa città, con i primi assalti andati a vuoto con pesanti perdite, diventò la sua ossessione e la sua rovina. Ci riprovò diverse volte, ma ogni volta una carneficina; fallimenti uno dietro l'altro che invece di scoraggiarlo provocarono un'irrazionale ostinazione (che si dimostrò alla fine fatale).
Se questa città non spariva dalla faccia della terra, la sua inespugnabilità poteva diventare la "favola" di papa Alessandro; questa località sconosciuta a tutti, sarebbe diventata il sollazzo dei suoi nemici; le sue mura se restavano in piedi, sarebbero diventate oggetto di scherno; uscirne sconfitti una vera onta per l'esercito imperiale; e per lui che aveva distrutto e incenerito la grande Milano, rappresentava un vero e proprio affronto.

Scelse così l'inverno per assediarla, ma ebbe ancora una volta avverso il destino. L'inverno fu uno dei più rigidi e causò più sofferenze agli assedianti che non agli assediati. Un'ecatombe ogni volta che si tentava di prenderla d'assalto per porre fine all'assedio e poter continuare la campagna militare sul resto d'Italia.
Dopo sei mesi, con la "favola" già raccontata in giro per schernire i nemici e sollazzare gli amici, FEDERICO si ostinò a far giungere rinforzi; uomini e  mezzi da ogni parte; poi nell'aprile del 1175 Barbarossa ricorse all'astuzia, fece scavare delle lunghe gallerie per entrare dentro la fortezza. A lavori ultimati cercarono di penetrare nella città, ma furono scoperti; ci fu un'altra ecatombe. Ne approfittarono gli alessandrini; con gran coraggio, uscirono i veri "leoni" da quelle stesse gallerie, attaccarono il campo dell'imperatore distruggendo e appiccando il fuoco agli accampamenti e alle macchine da guerra, poi rientrarono dalle stesse galleria lasciandosele dietro distrutte. Per Barbarossa fu un disastro!

BARBAROSSA cercò scampo; si diede alla fuga con gli uomini sopravvissuti ritirandosi tra Casteggio e Voghera. Qui iniziò dei negoziati di pace con la Lega, sperando di prendere tempo per ricostituire la sua armata con dei rinforzi provenienti dalla Germania; ed infatti, arrivarono nella successiva primavera nel '176, ma era un esercito di sbandati, inoltre mancava ENRICO il leone, su cui Federico faceva molto affidamento; invece l'amico non accolse il suo appello; fu quasi un tradimento.
BARBAROSSA non poteva far altro a quel punto che tentare ugualmente la sua "ultima e disperata carta". Attaccare anche in quelle condizioni.

Il 29 MAGGIO 1176 a LEGNANO suonò la sua ora: BARBAROSSA nella battaglia fino allo stremo contro ALBERTO da GIUSSANO e la sua Compagnia della Morte, con coraggio si buttò anche lui nella mischia, ma fu disarcionato e sparì dalla vista. La sconfitta fu totale. Lui in fuga; mentre in mano ai veri "leoni": il suo scudo, la sua lancia, il suo cavallo, il suo vessillo, il suo forziere, i suoi uomini, il suo generale e persino qualche suo parente.
Il "CARROCCIO" simbolo della lega, diventò perfino troppo piccolo per caricarci i trofei.

Insomma, BARBAROSSA lascio' sul campo la sua dignità e la maestà dell'impero. In OTTOBRE s'incamminò verso Anagni, ad inginocchiarsi davanti ad ALESSANDRO III, l'uomo che da quasi vent'anni era diventato il suo incubo; e la sua città, la causa della disfatta.
(abbiamo anticipato gli eventi- ma occorreva farlo)

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*** NEL corso dell'anno, il 20 SETTEMBRE muore l'antipapa Pasquale III, l'uomo che ha provocato molti danni. Barbarossa come il solito è lui ad arrogarsi il diritto di eleggerne un altro: un suo fedele prelato, che prende il nome di CALLISTO III.

ANNO 1169

(QUI in breve L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)

*** IN GERMANIA, Barbarossa dopo la brutta esperienza romana e l'avventuroso rientro in Germania, preoccupandosi forse ora più di prima della sua successione, convoca una dieta a Bamberga e fa eleggere re dei romani il figlio ENRICO (futuro sposo di Costanza d'Altavilla (nel '86) e genitrice di Federico II di Svevia).

*** IN INGHILTERRA, re ENRICO II, nomina anche lui i suoi successori: i tre figli dividendo il  regno. A ENRICO l'Inghilterra, la Normandia, il Maine e l'Angiò; a GOFFREDO la Bretagna; a RICCARDO l'Aquitania.
Una divisione che creerà molti problemi tra fratelli; ma il problema più grande lo crea subito l'arcivescovo di Canterbury THOMAS BECKET. Esautorato dal nuovo corso politico impresso da Enrico, dall'alto della sua autorità ecclesiastica sentendosi ancora unico rappresentante della vera cristianità romana sull'isola, scomunica tutti i prelati che alla cerimonia hanno incoronato i figli del re senza l'autorizzazione della Chiesa.

*** CROCIATI - Nel regno di Gerusalemme, nel '162, morto Baldovino III, gli era succeduto il fratello Amalrico I. Quest'anno creerà un gran pasticcio. I Crociati erano arrivati in Palestina per scacciare gli infedeli; se la presero con gli arabi, con i turchi, con gli ebrei. I territori ex bizantini che dovevano riconquistare e riconsegnare se li erano poi spartiti i nobili creando dei personali regni feudali, anche scannandosi fra di loro per allargare i domini, e spesso fuori dalla Terrasanta, sfruttando le lotte intestine musulmane. Non solo questo, ma cosa gravissima, non certo in linea con la missione, perfino aiutando - mettendosi alla pari con i mercenari - turchi e arabi a combattersi fra di loro
Nel '164 in Egitto il visir SHAWAR era stato spodestato dal rivale DIRGHAM. Il primo, chiese aiuto a AMALRICO I, mentre il secondo, si rivolse a Damasco al sultano turco Nur ad Din che inviò l'emiro SHIRKUH, ma perse lo scontro proprio per l'intervento del Crociato al Cairo, che imbaldanzito da questo successo, tradì poi lo stesso Shawar e occupò nel '168 l'Egitto.

Con l'emiro Shirkhuh, che aveva perso la prima partita, combatteva il giovane figlio di un capo curdo: Salah ad Din SALADINO; insieme con l'arabo quest'anno riconquistano l'Egitto e cacciano il Crociato non dimenticando di averlo avuto contro e - anche se era un loro avversario - di aver tradito Shawar.
Morto lo scorso anno Shirkuh, Saladino quest'anno assume il visirato. Nel '171 pone fine alla dinastia FATIMIDA, dando inizio alla dinastia AYYUBIDE (nome del padre Ayyub). Inizia la leggenda di SALADINO,  nel mondo musulmano ma anche in quello cristiano. Condottiero di armate ma anche amante della cultura ed esaltato come sovrano, per 25 anni Saladino dominerà la scena Europa, Oriente, Egitto, in Siria e in Mesopotamia. Il 2 OTTOBRE del '187 espugnò Gerusalemme. ( ....tutto il resto lo troveremo nei prossimi anni.....)

*** THOMAS d'ANGLETERRE poeta francese, compone il primo romanzo sull'eroe Tristano e Isotta. In seguito ne appariranno più versioni, in poemetti e romanzi nel periodo medievale.
La trama é la tragica vicenda di due innocenti amanti.

*** A Siviglia l'arabo IBN-RUSHD (AVERROE' per i latini) inizia i Commentari di ARISTOTELE, fondamentali poi - una volta accettata la sua opera dai teologi - nell'influenzare e conciliare tutto il pensiero cristiano, prima nella "Scolastica" poi nell "Umanesimo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 D.C. - 2000
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PERIODI STORICI
E TEMATICI

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E PAESI

(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)

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"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"

ANNO 1170

( I NERI SECOLI DI GUERRA NELLA VERDE IRLANDA )


*** INGHILTERRA - Il 29-DICEMBRE in Inghilterra viene ucciso in cattedrale l'arcivescovo di Canterbury, TOMMASO BECKET, prelato nominato dal papa, in perenne ostilità con il re d'Inghilterra che voleva sottrarre al clero la giurisdizione feudale. E' stato assassinato -  é quello che pensa l'opinione pubblica - per essersi opposto e per aver scomunicato i prelati nominati da Enrico, e che hanno poi incoronato suo figlio re, senza l'unzione data da un rappresentante del papa, arcivescovo di madre Chiesa romana.

*** FRANCIA - Il re francese, LUIGI VI, era quasi in procinto a dare un appoggio alle mire che aveva  da anni il Barbarossa, di allontanarsi anche lui dalle ingerenze papali, come stava avvenendo del resto da un po' di tempo in Inghilterra e in Germania, quando l'assassinio dell'arcivescovo gli riavvicinò il monarca inglese, con il   risultato di riprendere il dialogo da tempo interrotto proprio con il papa.
Mossi entrambi dall'indignazione per l'orrendo delitto, i due monarchi sposarono la causa di papa Alessandro creando non poche difficoltà al BARBAROSSA.
A Tours, lo stesso Re Enrico II ne fu turbato, il delitto del prelato papale, anche se lui non era il diretto responsabile, lo rendeva ostile all'opinione pubblica di tutta Europa, perché i motivi che avevano armato la mano dell'assassino erano gli stessi che lui predicava da tempo: cioè le ingerenze dei vescovi nominati dal papa di Roma nelle questioni di Stato (comprese le nomine del clero) che il re riteneva  essere una sua prerogativa.

ANNO 1171

CRISI A VENEZIA
La CONFISCA A COSTANTINOPOLI

Il 12-MARZO, tutti i veneziani in terra bizantina che risiedevano per motivi commerciali nei loro fondachi, sono arrestati; i beni e le navi confiscati.
Venezia davanti al fatto compiuto oltre all'angoscia per i suoi cittadini é impotente in quella che si presenta all'improvviso come una paralisi di tutti i tradizionali e anche lucrosi commerci con l'Oriente, e di riflesso, tutti quelli in patria messi in moto dalle attività mercantili con l'indotto.

Intanto l'arabo SALADINO sempre alla guida del suo forte esercito, che si oppone agli occidentali che hanno invaso l'Oriente con le crociate e col pretesto del Santo Sepolcro, con le sue armate  ottiene una serie di vittorie in Egitto ed inizia il suo inarrestabile cammino verso la città delle tre religioni, deciso a imporre il suo dominio e cacciare da Gerusalemme gli occidentali; un luogo che anche lui considera una Città Santa; ma dei maomettani.
Il figlio del capo curdo, con le sue vittorie ha posto fine anche alla dinastia fatimida, dando inizio alla dinastia Ayyubide.

*** Enrico II Re d'Inghilterra inizia la conquista dell'Irlanda che durerà fino al 1921.

ANNO 1172

*** VENEZIA SI SVEGLIA DAL TORPORE

*** Venezia molto preoccupata per la sorte dei suoi cittadini sequestrati a Bisanzio con navi e averi, per prendere delle serie e opportune decisioni, crea il "Maggior consiglio", formato da 480 membri dell'aristocrazia appartenenti ad ogni attività e soprattutto ai commerci marittimi (più tardi verrà poi creato l'organo esecutivo dei Quaranta (Quarantia) membri dello stesso Maggior Consiglio. Hanno funzioni legislative e poteri sovrani. Mentre la prerogativa di eleggere il Doge è invece riservata ad un collegio di undici elettori, poi ratificata dal Placido.
Per il dramma di Costantinopoli non ci sono alternative, bisogna intervenire. C'é in gioco l'interesse della Repubblica marinara di Venezia . Il doge VITALE MICHIEL, ha organizzato ed é partito lo scorso anno con una spedizione punitiva; ma dopo aver attaccato le coste bizantine e aver saccheggiato le isole di Chio e di Lesbo; commettendo molti errori, ha terminato la sua avventura quest'anno in un'umiliante sconfitta pagando anche con la vita.

Gli succede il doge SEBASTIANO ZIANI; molto abile con la diplomazia, ma ormai a Costantinopoli l'atmosfera si è fatta pesante; inoltre ci sono intrighi delle altre repubbliche rivali di Genova, Pisa e perfino Ancona, fino al punto che i bizantini hanno offerto il loro aiuto nella lotta con Venezia per il dominio del Tirreno. Mentre Federico Barbarossa pur avendo ricevuto un'offerta di aiuto da parte dei veneziani nei suoi momenti peggiori, non ricambia il favore ignorando completamente la situazione di Venezia, che invece sta diventando per la sua economia, drammatica.

Emerge dunque nel governo veneziano il grosso problema per tirarsi fuori in qualche modo dal problema bizantino, che invece di pacifiche soluzioni e miglioramento dei rapporti,  questi stanno semmai peggiorando. Bisogna avere - ormai è chiaro dicono - una decisa linea di condotta che può scaturire solo da grandi idee, che però al momento non sono ancora emerse; anzi sono in contrapposizione con due orientamenti -pacifisti e bellicisti- per risolvere il dramma di una città operosa come Venezia. Quella tradizionale, moderata, che afferma che vere e proprie ostilità non sono possibili; soprattutto per non creare ulteriori ostacoli alle altre grandi rotte commerciali che Venezia ha con l'Oriente; del resto - affermano - queste sono le attitudini e le grandi risorse della città lagunare e bisogna mettere in conto gli imprevisti.
 Mentre un'ala più realistica, che non vede altre soluzioni al problema a breve scadenza, e nemmeno una sufficiente potenzialità offensiva di Venezia nei confronti dell'impero bizantino, indica una politica di espansione sulla terra ferma, che nonostante sia in questo periodo ancora limitata nei commerci promette comunque un futuro meno rischioso.

ENRICO DANDOLO da anni ha iniziato un grande lavoro di codificazione giuridica con i nuovi ordinamenti e gli statuti; sua la Promissiones: una procedura per l'elezione e gli obblighi del Doge, che modifica i rapporti tra cittadini e potere dogale, ancora tipicamente feudale e personale. Inoltre per i territori interni ed esteri, DANDOLO ha studiato e creato nuove istituzioni economiche e mercantili che dovrebbero dare impulso ad innumerevoli altre attività industriali e commerciali sulla terra ferma, creando nello stesso tempo altre attività con il relativo indotto. E' insomma in atto, guardando realisticamente la situazione, una profonda trasformazione nel governo della città, che il prossimo anno imboccherà la strada della gestione delle attività con una vera e propria classe dirigente, nuova, non più feudale, ma capitalistica che inizia a gestire le risorse umane e territoriali, promuove delle infrastrutture, ma soprattutto tutela l'iniziativa privata coinvolgendo non più quello che viene "ora" ancora chiamato Ducato, ma quello che si trasformerà presto in "Stato", con lo Stato stesso interessato all'affluenza di grandi capitali sul suo territorio, non più rinchiusi nei forzieri personali del Doge, ma accortamente investiti in attività industriali e in infrastrutture a beneficio di tutta l'economia sia dei singoli cittadini e indirettamente del territorio.

E' in pratica, con largo anticipo, l'inizio di una politica che adotterà con pieno successo, nella seconda metà del Cinquecento, in Inghilterra, Elisabetta I (vedi nei link dei Personaggi).

ANNO 1173

*** VENEZIA L'AFFARISTA

*** A Venezia appare durante la difficile "crisi bizantina" (che durerà più di dieci anni) il primo contratto di società in accomandita. Alla vecchie "Compagnie" prendono ora forma anche società in nome collettivo (unione del capitale con le forze lavoro!). Più che una novità estemporanea di carattere economico, è una intelligente innovazione,  una maturata necessità per alcune aziende che devono operare spesso lontano dalla sede lagunare in concerto con elementi responsabili che necessitano di uno spirito di corpo, coscienza d'impresa. Sono finiti i tempi, dei soggetti passivi, ubbidienti, e solo fino ad un certo punto affidabili. Ora ogni elemento che opera in un'attività é cointeressato con una partecipazione agli utili, risulta così più coinvolto, responsabilizzato, più motivato. Oltre a fare i propri interessi, contemporaneamente valorizza la ditta stessa, l'impresa commerciale o industriale, dove prima lui era un semplice esecutore di ordini, quindi con le limitate capacità decisionali.
La cosa più interessante è che chi dimostra delle forti capacità imprenditoriali,  per averle acquisite come dipendente presso un'azienda, anche se non possiede capitali, non gli é difficile trovare chi possiede  denari ed é pronto a metterli a sua disposizione per creare un'attività con una società collettiva.

Il riflesso di questi mutamenti di carattere mercantile commerciale fanno maturare delle straordinarie novità anche molto singolari all'interno della vita cittadina. Venezia in questi anni si separa dalle prerogative personali e dal potere dogale ancora regalistico e medievale, e s'inventa la sovranità impersonale.

Venezia non é più un Ducato, ma uno Stato retto da un consiglio di Savi, le cui delibere hanno effetto esecutivo. Spesso è lo Stato stesso ad intervenire nella vita economica. Non dimentichiamo che il Consiglio oltre che essere una classe dirigente dello Stato, é formato da elementi di una classe imprenditoriale che conosce molto bene le esigenze pratiche, non vive nel Palazzo, ma opera nelle attività in prima persona. I cantieri, la scorta dei convogli, i grandi lavori in laguna, sono organizzati e sono sotto il controllo dello Stato; nella pratica, se il governo della città delibera di fare una diga per migliorare la navigazione oltre che creare un bene pubblico le stesse infrastrutture permettono un maggior sviluppo imprenditoriale, e il suo indotto procura benefici all'intera economia della città.
La stessa edilizia è incentivata per le stesse ragioni, non per nulla ci resta il proverbio veneziano La roda del murer far girar ogni mestier" cioé, quando l'edilizia è in movimento lavorano tutti.

Lo spirito d'impresa, rileggendo i documenti dell'epoca era dunque molto sentito. Infatti, i veneziani non dovettero aspettare l'Europa calvinista-protestante che molti economisti indicano come il tempo della nascita del capitalismo.
A Venezia, tutto cominciò con l'avvento dell'economia cittadina e con lo sganciamento dal sistema feudale ed ecclesiastico, che abbiamo visto finora dominare nelle altre regioni d'Italia. La laguna si trasforma in un importante centro di commercio con la libera impresa; attività che ha fatto nascere e ha alimentato - partendo anche dal basso - una mentalità capitalistica, considerata finora un'attività "non santa".

Venezia - l'unica citta' che é riuscita a conservare la sua autonomia e a rendere sacro il "liberismo" - vive questo periodo offrendo a tutti - soprattutto a chi possiede intraprendenza - l'occasione di emergere. Molte famiglie anonime di questi anni sono poco più che marinai, ma con grande ingegno,  in pochi anni si trasformeranno in impresari, alcuni in armatori, e molti di loro fra breve entreranno a far parte della grande borghesia mercantile veneziana, e di diritto nel governo. E' la prima aristocrazia fondata sul lavoro e sui commerci e non sulla spada spesso mercenaria, anche se la spada i veneziani (come vedremo più avanti) la useranno, ma non per difendere i castelli medievali, ma (anche se le vicende che seguiranno sembreranno ciniche) le loro imprese commerciali.

Insomma, la Venezia di questi anni - che conta già 100.000 abitanti - con le nuove grandi famiglie emerse, arricchitisi nei commerci, porta la città a rinnovarsi facendo arrivare preziosa linfa alla vecchia classe dirigente (quella che ha capito immediatamente i mutamenti senza arroccarsi nel conservatorismo). E'  l'anno dove termina il concetto etico-politico di Comune Veneciarum, e nasce il nazionalistico Stato Venecia.

(La piu' bella espressione (anche se fu pronunciata più tardi, a Firenze) la troviamo in COLUCCIO SALUTATI (1331-1406)" cosa santa é la peregrinatio, tuttavia più santa é la giustizia, ma a nostro giudizio, santissima é la marcatura (il commercio), senza la quale il mondo non può vivere". Venezia con questa nuova vocazione era in anticipo di 200 anni sulle considerazioni di Salutati; ma proprio per questo è già sommersa di anatemi da parte della Chiesa.

In questo periodo a Venezia tra i "pulpiti papali" e il "capitalismo" non correva molto buon sangue. l'"istinto lucrativo" gia' molto presente negli ultimi decenni, iniziava ad avere la meglio sull'intera societa', prima dominata dalla "morale", dalla "provvidenza" e dalla "giurisdizione" della chiesa, che esigeva il rispetto della cosiddetta "libertà ecclesiastica" e riteneva lesive queste "libertà mercenarie " e le leggi veneziane che erano state create "uguali per tutti" anche per i preti
 (La "morale" veneziana era che chi commetteva un reato contro la collettività doveva essere processato e condannato senza distinzione, con nessuna immunità. Mentre prestare denari (Dandolo dà inizio quest'anno ad una zecca) non era considerata, come affermava la chiesa una immorale usura, ma ritenuto un necessario "sistema bancario" per le attività economiche della intera collettività. 
Ma gli anatemi proseguirono.

I veneziani già esercitano da anni il dominio dei traffici in quasi tutto il mondo conosciuto; e con disinvoltura ignorano gli anatemi che sono a loro rivolti, quelli di essere tacciati di mercanteria in senso spregiativo, cioe' per definizione ladroni e usurai.
I primi pilastri dello spirito capitalistico stavano per essere in questi anni costruiti; e sono proprio i primi fondachi, e gli arsenali, le prime fondamenta di un'inarrestabile potenza economica a vocazione capitalistica che farà scuola, all'inizio del prossimo secolo, prima a Milano poi nel resto d'Europa.

Venezia con i nuovi interessi finanziari, ricalcando le orme delle ricche  istituzioni ecclesiastiche, le  apre queste associazioni, e consolida l'interesse privato dei soggetti che ne fanno parte per il possesso fondiario, cercato anche oltre i confini lagunari, cioè anche sulla terraferma.

Con queste "libertà", Venezia si scontrerà ancora con le pretese dello Stato della Chiesa nel 1605, che gli impose di rinunciare alla propria sovranità e di ritirare certe leggi al papa non gradite (c'era in corso un processo a due prelati per reati penali economici).
I veneziani - ligi alle proprie leggi - si rifiutarono di ubbidire; anche dopo la scomunica e l'interdetto di papa Paolo V sull'intera città, e ribadirono, che semmai era lui che doveva rispettare con le prerogative sovrane degli Stati, e i diritti della coscienza dei credenti.
Dopo un'accanita disputa, la Repubblica di Venezia, fu il primo stato europeo a distaccarsi dall'egemonia della Chiesa. Non senza problemi. Quest'atteggiamento dei veneziani, quasi di sfida avrà - loro malgrado - molti risvolti negativi, prima all'esterno, poi accentuarono i contrasti che c'erano anche all'interno. Insomma una "libertà" pagata molto cara, come vedremo in seguito.

Ritorniamo a questi anni "rivoluzionari". Abili imprenditori conoscevano la contabilità e la partita doppia, esportavano merci e le importavano col sistema di pagamento estero-estero; prestavano denaro con una specie di obbligazione; esistevano buoni fruttiferi, speculavano sui cambi, e operavano in grandi società in nome collettivo o in accomandita con la partecipazione degli utili dei soci, pluri-mandatari e pluri-commandatari; e una specie di società per azioni con veri e propri amministratori delegati e consigli di amministrazione. L' "architetto" di queste nuove strategie e di queste nuove istituzioni economiche era ENRICO DANDOLO. Monumentali le sue raccolte di volumi di giurisprudenza, serie di ordinamenti, di statuti, istituzioni economiche, mercantili. Dandolo reintroduce perfino quelle "monetarie"   coniando una moneta (copiando dagli arabi che a loro volta si erano reinventate quelle romane, da secoli scomparse).

Erano formule quelle delle nuove società a concentrazione di capitali, che ancora nel 1800 il grande economista SMITH nel prendere in esame la possibilità di creare proprio queste società di capitali, le reputava una scelta senza avvenire per lo sviluppo economico di una nazione.
Sbagliò clamorosamente; indubbiamente ignorava la storia veneziana, e, osservando il prossimo 1300, anche quella lombarda (periodo degli Sforza 1350-1400). Infatti, Milano dopo aver mutuato da Venezia durante il suo breve declino certe strategie economiche, sfruttando la sua ottima posizione geografica, puntando sui trasporti, seppe ancor di più valorizzare lo spirito d'impresa; tanto da trasformarsi la città lombarda in breve tempo in una delle più importanti grandi capitali produttive  dell'intera Europa, e anche in una delle più ricche.

Alcuni trattati del commercio dell'epoca o negli anni successivi fino al 1700 non sono ancora stati analizzati a dovere. Ma di questi trattati ne esistono a centinaia nelle biblioteche! (chi scrive ne ha alcuni). Attendono solo di essere letti e studiati. Soprattutto la sterminata produzione di ENRICO DANDOLO. Che non dimentichiamo - l'abbiamo già accennata sopra - ha un'altra grande idea quest'anno: la coniazione della prima moneta: il "grosso" in argento (il "ducato d'oro" vedrà la luce solo nel 1284)
(In tutta l'area mediterranea, diffusissima in Sicilia, c'è da anni il Tari, una vera moneta aurea araba. Nello  mondo arabo da oltre tre secoli operavano banche, i cambi, le lettere di credito, il sakk, divenuto poi in inglese check, in francese cheque, in italiano assegno di conto corrente; il socio in affari che maneggiava il denaro derivava dall'arabo sakhà, la stessa zecca creata da dandolo era l'araba sekkah dove uscivano i dinhar (i denari). Lo stesso Arsenale o darsena di Venezia era il arabo-siculo tirzanà storpiato dall'arabo darcanah, i magazzini erano gli arabi machasin.

*** BONANNO PISANO inizia la costruzione della TORRE DI PISA. Una costruzione che risulta già pendente all'inaugurazione, di un centimetro, per il cedimento del terreno.

 CONTINUA ANNO 1174

 

 

 

 

 

 

 

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ANNO 1174

*** BARBAROSSA: PER LA QUINTA VOLTA IN ITALIA
*** NASCE LA SETTA VALDESE


***  ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA con un grande esercito per la quinta volta, scende in Italia compiendo un lungo tortuoso giro dietro le Alpi, favorito dai Savoia, molto ospitali (come quando fuggì l'ultima volta) nel fargli attraversare i propri territori, e quindi per iniziare dal Piemonte la sua offensiva alle città della Lega Lombarda.
Inizia così la sua campagna dal Piemonte, subito con una vendetta covata da sei anni: infatti, rase al suolo Susa, per l'umiliazione ricevuta anni prima nella famosa ritirata dopo Pavia nel '167, seguita poi con la sua poco onorevole fuga notturna, come un ladro, proprio da Susa. Punita la cittadina a dovere con la vendetta, iniziò la sua marcia verso Tortona.

BARBAROSSA dopo Susa, non immaginava cosa l'aspettava! In sei anni la Lombardia era risorta, e se Barbarossa era deciso a schiacciare i Lombardi, altrettanto i Lombardi lo aspettavano con la stessa determinazione per schiacciare lui. Gli avevano preparato la trappola, e lui ci cascò dentro.

Alla "LEGA LOMBARDA", ha aderito pure la "LEGA VERONESE" e successivamente REGGIO EMILIA.
Guardano con simpatia alle due leghe pure Genova e Pisa, e anche dalla corte di Sicilia i leghisti ricevono molti aiuti in denaro. I Normanni hanno capito che a nord, le due leghe unite potevano rappresentare un vero e proprio sbarramento alle mire di Barbarossa, che da anni ha intenzione di scendere nel Sud che è dei normanni ma anche di papa Alessandro che vanta sul regno normanno di Sicilia la giurisdizione pontificia (ad ogni successione rivendica sempre questo diritto).

I capitani delle città delle leghe dopo la Riunione di Pontida nel '167, si ritrovarono alla Dieta di LODI dell'anno dopo, per studiare le nuove strategie.
All'assemblea comparve il nome di una nuova città-comune, che ha preso il nome da papa ALESSANDRO III. In questa città prepararono la trappola al Barbarossa.

I VALDESI

*** A Lione, il ricco mercante PIETRO VALDO dopo una crisi religiosa fonda la setta dei poveri, detta dei VALDESI, i cui princípi sono la poverta' evangelica obbligatoria; qualunque laico può celebrare la Cena; unica regola di fede la Bibbia letta e interpretata secondo la propria sensibilità; inoltre rilevano che il Vangelo vieta qualsiasi giuramento.
Princípi che non sono in linea con la chiesa ufficiale ("rette" interpretazioni della Scrittura), che non disdegna il mondano e le ricchezze materiali. Valdo non tarda a ricevere la bolla di eresia dal papa che gli vieta di predicare senza l'approvazione del vescovo, né ad operare fuori dalla missione canonica dell'autorità ecclesiastica. Ignorando l'ordine i valdesi continuarono nella loro predicazione laica itinerante e si diffusero in Svizzera, Germania, Spagna, Boemia, Polonia, Ungheria combattendo e indicando la Chiesa romana come una degenerazione della vera Chiesa di Cristo.
Perseguitati, molti furono condannati come eretici, costretti a nascondersi soprattutto nel Delfinato e nelle valli del Piemonte per oltre 600 anni, fino al 1848 quando re Carlo Alberto diede loro l'emancipazione.
(ne riparleremo in un modo più approfondito in un futuro ampliamento di questa pagina)

*** INGHILTERRA - Enrico II Re d'Inghilterra fa pubblico atto di penitenza sulla tomba di Thomas Becket.

ANNO 1175

*** FEDERICO BARBAROSSA, dopo la distruzione di Susa, proseguendo per  Tortona è affrontato dalla Lega Lombarda mentre sta snervandosi con il suo esercito da diversi mesi nella micidiale trappola preparata dai leghisti ad Alessandria. Barbarossa irrazionalmente ostinandosi sulle mure di questa cittadina piemontese, divenuta la sua ossessione, ha perso molto tempo, perso molti uomini e ha fatto perdere credibilità al suo prestigio, che si é perfino tramutato in oggetto di scherno.
Le mura di una città sconosciuta che hanno piegato e ridicolizzato il grande Barbarossa.

(le vicende di questa disfatta, che provocò  la rovina di Barbarossa, e' stata narrata in anticipo nell'anno 1168 (vedi)

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*** ORIENTE - SALADINO con il suo esercito conquista in Egitto la Siria, lo Yemen, Hegiaz, assedia poi Aleppo. Località dove i crociati si sono insediati da quasi un secolo. Turbe di occidentali  con il pretesto della liberazione della Terrasanta hanno poi esteso i loro domini sul territorio bizantino prima, arabo poi, causando ostilità nelle popolazioni locali eterogenee ma abbastanza integrate in una convivenza fatta di tolleranza. Queste nella disperazione (ma anche gli stessi Bizantini come vedremo) hanno chiesto ora l'aiuto di Saladino per essere liberati dal flagello occidentale sempre più consistente.

I nobili, che erano giunti in Palestina con le crociate, avevano ormai invaso ogni parte del territorio, non senza diverbi e insofferenze con altri nobili europei. Le dispute per le spartizioni furono feroci, ricorrendo perfino alle armi, a lotte intestine fra di loro, spesso dentro una stessa famiglia, e persino fra madri e figli, mogli e mariti, zii e cugini, nonni e nipoti di una stessa casata, non avendone abbastanza con le altre, della stessa razza, scese da tutta Europa come corvi.

Le corti già in perenne attrito nelle loro sedi europee, avevano nelle varie spedizioni, già messo in marcia verso la Terrasanta i loro rampolli; e questi bene indottrinati in queste avventure tipicamente feudali colonialistiche, conservavano l'arroganza delle loro dinastie. Volevano cioè ristabilire alcune prerogative (in base al censo e all'albero genealogico) nelle spartizioni dei territori con lo stesso sistema del feudum latino che applicavano in patria, nella forma più autocratica, arcaica, quasi tribale.

 Ma essendo queste ambizioni reciproche, per imporle, le lotte fra di loro in Siria e in Palestina (toccò l'apice dopo il '204 con la IV crociata a Costantinopoli e in Grecia con l'Impero Latino) si trasformarono in veri e propri atti di aggressione tribale, di rapina, usando ogni mezzo, perfino ostacolandosi a vicenda in quella che era la nobile e spirituale missione iniziale. (Corrado di Monferrato nel 1188 (vedi) per i rancori di corna matrimoniali, sbarrò il passo nel suo territorio all'esercito del suo rivale Guido di Lusignano mentre si recava a conquistare Gerusalemme, facendo così fallire la sua missione.

Il resoconto più impressionante non viene dalla penna di un greco ma da Papa Innocenzo III, che fu immediato nel condannare ciò che aveva forse previsto ma poi impotente a impedirlo. Si adattò anche lui ai mezzi per ottenere il fine. Morì soddisfatto nel sapere che la chiesa latina aveva piegato quella ortodossa di Costantinopoli. Così invece di una fulgida vittoria sui saraceni infedeli,  cristiani si appagarono di aver conquistato e soggiogato altri cristiani.

In queste spoliazioni reciproche, così venali, i nuovi boriosi "nobili" non seppero poi rinunciare al fasto e al lusso più sfrenato (perfino agli harem) costruendosi imponenti castelli, dimore principesche e un seguito di dame e cavalieri servili. Per il luogo dove vivevano, così ostile e arido, questi comportamenti apparvero, non solo anacronistici, ma perfino provocatori. Fornirono nutrimento all'odio e alla vendetta più spietata.

I musulmani avevano conquistato queste zone senza spargimento di sangue, e con le religioni delle popolazioni locali erano stati molto tolleranti, non imposero a nessuno il Corano. In Spagna gli ebrei non solo furono tollerati ma conobbero un periodo d'oro proprio con i musulmani, apprezzati per la loro intelligenza, capacità e spirito di collaborazione, tanto da meritarsi un profondo rispetto. Agirono nello stesso modo quando conquistarono la Sicilia.(anche se furono i siciliani chiamarli) 

"Altrettanto a Gerusalemme, in Palestina, prima dell'arrivo degli intolleranti mercanti-cristiani non avevano mai impedito alle popolazioni locali sia ebraiche sia cristiane di frequentare i luoghi santi o celebrare i loro riti. "NICETA CONIATE, lo storico che fu testimone oculare, contrappone la barbarie mostrata da questi "precursori dell'Anticristo", alla moderazione usata a Gerusalemme dai saraceni, che avevano rispettato la chiesa del Santo Sepolcro e non avevano attentato né alle persone né ai beni dei cristiani vinti. - Storia del Mondo, Cambridge Univesristy vol 3, pag 514)"

I crociati invece, intolleranti, quando invadevano un territorio passavano a "fil di spada", turchi, arabi, greci, ed ebrei, senza distinzione; Ad Acri Riccardo Cuor di Leone nel 1190 (vedi) fece una carneficina; a Costantinopoli e in Grecia i latini massacrarono anche i cristiani ortodossi, attirandosi dietro tutto l'odio del popolo greco che in un primo momento li avevano accolti come salvatori dai turchi, e mai più immaginavano che i cristiani occidentali nutrissero un odio così feroce per i cristiani orientali.

I massacri commentati e raccontati in Europa come "vittorie" in Terrasanta, narrate dai musulmani e dagli ebrei (ma oggi anche in occidente) non erano altro che "genocidi", frutto prima di un'intolleranza fanatica religiosa, poi strumentalizzata molto bene dai feudatari predatori occidentali. Infine, scoperta poi anche dai mercanti senza scrupoli, i genocidi divennero "affari". Il caso più clamoroso: quello di Venezia - con la presa di Costantinopoli nel 1204.
La IV crociata con ben altri scopi promossa da INNOCENZO III, non arrivò mai a destinazione, si arenò davanti ai tesori di Costantinopoli. Mentre i capi si installavano nei palazzi imperiali, le milizie si abbandonarono al saccheggio, alla rapina e alla devastazione. 2000 abitanti furono massacrati. Avidità e cupidigia infierirono per le strade: i preziosi monumenti dell'antichità, cui Costantinopoli aveva dato geloso riparo per quindici secoli, vennero abbattuti, asportati (i cavalli di San Marco sono del III-IV sec. a.C.) o fusi; case private, monasteri e chiese vennero vuotati di ogni ricchezza; i preziosi calici privati delle pietre preziose divennero coppe per bere, le icone ripiani da gioco; le monache violentate.

A Santa Sofia l'esercito di crociati che doveva portare la civiltà nei territori degli infedeli, strapparono il velo del tabernacolo, fecero a pezzi i bassorilievi d'oro e d'argento dell'altare e dell'ambone; poi sul trono del patriarca (non saraceno, ma cristiano ortodosso) misero una prostituta a cantare canzoni oscene. Dopo tre giorni di saccheggi, le spoglie furono raccolte in tre chiese. Dai tempi della creazione, racconta VILLERHARDOUIN, in nessuna città si era mai visto un così grande bottino. Si calcolò che valesse 400.000 marchi d'argento. Ma il doge Dandolo aveva già stabilito con un trattato la divisione del bottino: punto primo, il pagamento del trasporto in 94.000 marchi; punto secondo, diritto alla prima scelta nella spartizione del bottino e sino a tre quarti del totale delle spoglie.

"Niceta Coniate, già citato sopra, fornisce inoltre un elenco sobrio e talvolta verificabile delle statue e delle opere d'arte distrutte o asportate in quei terribili giorni"
Nella mai sopita controversia sulla deviazione della quarta crociata, molti hanno dubitato dei secondi fini di Filippo di Svevia, di Bonifacio di Monferrato e di Innocenzo III; ma ben pochi hanno tentato di scagionare i veneziani. Nell'interpretazione più ostile, il doge di Venezia ENRICO DANDOLO campeggia come il vilain de la pièce; nella più benevola, come l'unico (anche se cinico) realista in un dramma dagli obiettivi confusi e dagli ideali mal diretti" Pag. 506, vol. 3, Storia del Mondo Medievale, Cambridge University"

Poi venne la resa dei conti. Nel giro di tre anni lo zar bulgaro KALOJAN, attaccato dall'incontentabile e arrogante Baldovino - che voleva conquistare anche Adrianopoli e rifiutò in un modo sprezzante una sua alleanza - fece un buon lavoro: si rese responsabile della morte di Baldovino, di Dandolo, e di Bonifacio; i dominator. (Id. pag.521)

Kaloian era appena riuscito a farsi riconoscere dal papa il titolo di re dei bulgari, quando Baldovino lo informò che lui non era un re latino e che quindi i suoi domini appartenevano a Bisanzio, cioé erano suoi. Quest'arroganza e l'avidità privò non solo l'impero latino di un potente alleato, ma riuscì a trasformare la Bulgaria in un nemico. Kaloian smise di massacrare i suoi vicini greci per passare ad aizzarli contro il comune nemico: i cristiani dell'occidente.
Baldovino che anche verso i greci si era mostrato arrogante e senza intuito politico, ebbe di che rimpiangere la sua mancanza di tatto. Nel momento critico se li trovo tutti contro.

Ma ne riparleremo nei prossimi anni - abbiamo solo anticipato il clima delle ultime crociate, una catena di alcuni eventi che diedero così inizio ad una nuova epoca nella storia del Mediterraneo.
Le motivazioni sono da ricercare nelle continue discordie di questi anni. I bizantini erano divenuti insofferenti, poi irritati e infine ostili ai mercanti veneziani sempre più numerosi. La colonia latina a Costantinopoli ammontava a circa 80.000 abitanti e i veneziani, essendo i più ricchi, i più numerosi, i più potenti erano i più odiati per l'arroganza e per l'avidità.
In questo 1175 i rapporti già da alcuni anni compromessi, iniziano ad essere tesi. Nel '82 una rivolta popolare mise a morte l'imperatore ALESSIO II, poi inferociti iniziarono le ostilità con un massacro dei latini. (ma con queste vicende ci arriveremo nei prossimi anni)

Ritorniamo in Occidente

*** ITALIA - Intanto in questi ultimi anni la Lega Lombarda, a Tortona, si e' riorganizzata e ha deciso di sostenere con le armi uno scontro aperto con il Barbarossa obbligandolo a togliere il fallimentare assedio di Alessandria con il suo esercito ormai decimato.
 Uno scontro che non ha esiti disastrosi da entrambe le due parti, ma permette solo di raggiungere dei reciproci ma sospettosi compromessi, che comunque riescono a creare un breve precario armistizio (di Montebello). Delegando a una commissione di arbitri la soluzione delle controversie, in realtà si sono sospese solo le ostilità. Apparentemente tutto fa pensare che la pace e la tranquillità stia ritornando sulle regioni lombarde. Ma non é cosi'....

L'armistizio di Montebello è infatti di breve durata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)

< < Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"

ANNO 1176

*** LA BATTAGLIA DI LEGNANO
*** LA SCONFITTA DI BARBAROSSA

(vedi anche LA NASCITA DELLA LEGA LOMBARDA >>> 

 

FEDERICO BARBAROSSA, dopo la snervante figuraccia davanti alle mura di Alessandria, rintanato in una radura tra Casteggio e Voghera con gli ambigui negoziati dell'armistizio di Montebello, non aveva proprio nessuna intenzioni di abbandonare la partita con i lombardi, lui sperava solo di prendere tempo per ricostituire la sua armata con i rinforzi provenienti dalla Germania.
Arrivarono in questa primavera del '176; ma era un esercito di sbandati, e mancava ENRICO il Leone; Barbarossa faceva molto affidamento sull'amico, che però non accolse il suo appello; Federico lo considerò quasi un tradimento (che gli farà pagare caro in seguito).
BARBAROSSA con questa situazione molto precaria, non poteva far altro davanti ai Lombardi, che tentare ugualmente la sua "ultima carta" con un esercito di straccioni!

Il 29 MAGGIO 1176 a LEGNANO suonò l'ora della resa dei conti con i Lombardi. BARBAROSSA nella battaglia combatté personalmente fino allo stremo contro ALBERTO da GIUSSANO e la sua Compagnia della Morte, con coraggio si buttò anche lui nella mischia, ma fu disarcionato da cavallo e sparì dalla vista. La sconfitta fu totale; lui in fuga; mentre in mano ai veri "leoni", il suo scudo, la sua lancia, il suo cavallo, il suo vessillo, il suo forziere, i suoi uomini, il suo generale e persino alcuni suoi parenti.
Il "CARROCCIO" simbolo della lega, diventò perfino troppo piccolo per contenere tutta quell'abbondanza.

Una disfatta che costrinse l'imperatore tedesco a riconoscere sia la Lega, sia il Papa, che anche se non gradiva le autonomie comunali, Alessandro III, si sarebbe alleato anche con il diavolo pur di sconfiggere Federico Barbarossa.
In OTTOBRE, l'imperatore sconfitto, fece incamminare verso Anagni i suoi arcivescovi per inginocchiarsi davanti ad ALESSANDRO III e per concludere una pace; con l'uomo che da quasi vent'anni era diventato il suo incubo; e la città che portava il suo nome, la causa della disfatta. Barbarossa tramite i suoi delegati cercò di accordarsi: prima di tutto riconoscendo Alessandro come legittimo papa, poi scese a patti per poter conservare alcune regalie, ed infine rinunciò anche al prefetto imperiale che aveva messo a Roma.

Tutto questo con l'assenza dei Lombardi che si erano molto risentiti e anche insospettiti per non essere stati chiamati come parte in causa. Né volevano riconoscere al Barbarossa una pace definitiva lasciandogli i vecchi privilegi attribuitigli dalla dieta di Roncaglia. Per che cosa avevano lottato a fare allora?
 L'imperatore era stato sconfitto sul campo, quindi nessun patteggiamento con lui. In questi anni avevano messo a repentaglio tutta la loro esistenza: gli averi, le loro vite e quelle dei loro figli.
Inviarono al papa una lettera accorata iniziando con "Sua santità deve sapere....ed elencarono uno per uno tutti i sacrifici, i danni subiti, i loro morti" e conclusero ".... la pace sì, ma non devono essere toccate le nostre libertà, perchè noi consideriamo una morte gloriosa preferibile ad un'esistenza trascinata in un'infelice schiavitù".

ANNO 1177

*** BARBAROSSA A VENEZIA IN GINOCCHIO
*** PACE A SAN MARCO


Papa ALESSANDRO III, dopo il trattato di Anagni, voleva far seguire una grande cerimonia per dimostrare al mondo intero che lui piccolo e vecchio prete, anche disarmato era riuscito a resistere e a non farsi sottomettere dal potente imperatore tedesco, e che indubbiamente non poteva essere questa vittoria solo opera umana ma un miracolo di Dio.
Il 17 APRILE, affrontò un faticoso viaggio per Venezia per celebrare la pace universale. Per accontentare i risentiti lombardi rivolse a loro un discorso nella chiesa di San Giorgio, affermando che la pace era stata solo prospettata, ma si era rifiutato di concluderla senza di loro, era per questo che aveva intrapreso questo viaggio e organizzato la cerimonia a Venezia; tutti dovevano vedere la sottomissione del Barbarossa.
I lombardi non erano d'accordo di fare entrare a Venezia lo scomunicato Barbarossa e per protesta abbandonarono la città. Pure una fazione di veneziani era ostile all'ingresso in laguna dello scomunicato imperatore; ma ci pensarono a far cambiare idea i delegati siciliani. Minacciarono di abbandonare anche loro Venezia e si sarebbero poi pure vendicati (in Sicilia operavano molti veneziani, e il pericolo di una ritorsione con alcune confische era quella che ci si poteva aspettare come castigo).

Stava per nascere un'altra guerra. Finalmente si trovò la via d'uscita.

Dopo varie e complesse trattative il giorno prima il 23 LUGLIO, il patriarca di Aquileia si recò incontro all'imperatore al Lido, qui con un collegio di cardinali alla chiesa di San Nicolò, tolsero a Barbarossa la scomunica e fecero abiurare lo scisma papale al clero che lo seguiva.

Il 24 LUGLIO in pompa magna scortarono Barbarossa in piazza San Marco per il fatidico incontro con il papa. I due avversari che avevano lottato per diciotto anni, ognuno rivendicando la propria giustizia divina, s'incontrarono per la prima volta faccia a faccia.
Il momento fu solenne e commovente per tutti i presenti. L'imperatore, appena sbarcato, si vide venire incontro l'anziana figura del vecchio papa con le braccia aperte accogliendolo come un figlio. Barbarossa non seppe trattenere la grande commozione, ne fu sopraffatto, buttò via il mantello imperiale e s'inginocchiò ai suoi piedi. Alessandro, anche lui in lacrime, lo sollevò da terra e l'abbracciò proprio come un padre.
Insieme poi s'incamminarono per la messa in San Marco e per la benedizione.
Poi gli riconfermò il titolo imperiale e quello reale al figlio Enrico, ma non gli riconobbe la supremazia imperiale su Roma.
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*** In TERRASANTA, ad Aleppo, SALADINO tenta un assedio per conquistarla. La città nel frattempo ha chiesto soccorso ai franchi di Gerusalemme. Baldovino IV affiancato da Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra, sferra un attacco a nord della Siria, mentre Saladino è impegnato a Sud. Costretto ad agire su due fronti il capo kurdo subisce una temporanea sconfitta.

*** Muore GUGLIELMO LUNGASPADA, marchese del Monferrato, marito di SIBILLA, sorella di Baldovino IV, che aveva designato il cognato suo successore. Guglielmo lascia un figlio ancora nel ventre della madre, il futuro BALDOVINO
V. - Sibilla si innamorerà poi di uno sconosciuto nobile inglese che sposerà in seconde nozze, un certo (Guy) GUIDO di LUSIGNANO. Ne sentiremo ancora molto parlare.

ANNO 1178

*** PACE DI BARBAROSSA CON IL PAPA
*** FINE DI UN TRAVAGLIO DELLA CHIESA
*** DECOLLO DI MILANO

*** ITALIA - Dopo i patti e le reciproche concessioni fatte ad Anagni, poi quelle pubbliche fatte a Venezia, quest'anno avviene la solenne riconciliazione fra Barbarossa e il papa anche nella città di Arles, in Francia.

Papa ALESSANDRO III, dopo Venezia e Arles, rientrato prima ad Anagni poi a Roma ricevette accoglienze entusiastiche dalla popolazione laziale. Tenne un discorso, e ratificando la pace tra la chiesa e l'impero, Alessandro lanciò anche degli anatemi contro chiunque osava attentare a questa pace universale voluta da Dio.

Ma molti conflitti erano ancora vivi, le pretese temporali del papa, oltre non aver soddisfatto i lombardi, non avevano soddisfatto una parte della solita fazione romana imperiale filotedesca. Preso possesso della prefettura nella capitale, già in mano ad un nobile nominato dal Barbarossa, Alessandro III si era riservato il diritto di nominare lui un prefetto; ma quello nominato da Federico e appoggiato dai filotedeschi locali, si rifiutò di abbandonare la carica sostenendo l'antipapa dello scisma. Con il ribelle fallì la mediazione dell'arcivescovo di Magonza che rappresentava l'imperatore in Italia; infine intervenne lo stesso Barbarossa costrinse il funzionario e l'antipapa ad arrendersi. Ma alcuni romani filo-imperiali non si arresero nemmeno davanti al conciliante Barbarossa e nominarono un altro antipapa. Durò poco, alla fine fu fatto prigioniero e rinchiuso dentro l'abbazia di Cava.

Con il 1178 termina così il lungo travaglio della chiesa e la lotta titanica di Alessandro III, che con ostinazione  porterà avanti per altri due anni, completando l'opera il prossimo anno con il Concilio Lateranense III, cui convennero oltre trecento vescovi e dove oltre all'emanazione di 26 canoni disciplinari, fu stabilita la maggioranza dei due terzi dei cardinali per l'elezione del pontefice.
In questo concilio per la sua grande competenza in materia giuridica, Alessandro III, diede un contributo decisivo alla formazione del diritto ecclesiastico universale.
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*** I LOMBARDI, anche se non hanno ancora ratificato la pace con Federico Barbarossa, finalmente stanno godendosi un periodo di pace. Con più tranquillità, i milanesi danno il via a grandi opere che riusciranno a trasformare l'intero territorio agricolo e urbanisticamente anche la stessa città.

Iniziano i grandi lavori di disboscamenti della pianura padana; e seguono numerose opere idrauliche per lo sfruttamento delle acque dei grandi fiumi che a Milano scorrono a est e a ovest (Adda e Ticino) costruendo una fitta rete di canali per irrigare grandi estensioni di terreni potenzialmente coltivabili. Alcuni canali sono progettati pure per un secondo grandioso scopo: di renderli navigabili per il trasporto fluviale delle merci su quasi tutta l'intera Pianura Padana. Un opera per quei tempi (senza escavatori e mezzi di trasporto meccanici) colossale, ciclopica, ciononostante realizzata in pochissimi anni.

La vita, civile, quella dei commerci, poi l'agricola e quella industriale, ripresero ritmo nella importante capitale lombarda. Milano venne subito a trovarsi in un particolare periodo e nelle migliori condizioni geografiche per gli scambi dei prodotti oltre frontiera. Con Venezia in questi anni bloccata in Oriente, i commerci lombardi in brevissimo tempo trasformeranno Milano in una delle più grandi città europee. Mette già delle solidi basi per i futuri sviluppi delle prossime quattro generazioni; prima con i Visconti, poi con il periodo d'oro degli Sforza.

Nonostante le devastazioni, le guerre e le dispute con il Barbarossa, Milano non aveva mai cessato (Gli affari sono affari! Già pragmatici i milanesi!) di mantenere i contatti commerciali anche con la stessa Germania nemica;  li ha mantenuti e ora li ha rafforzati anche con Venezia che vanta una lunghissima tradizione nei grandi commerci esteri. Nella Repubblica marinara veneta, la emergente nuova aristocrazia nata con i commerci sta inventandosi con in prima fila ENRICO DANDOLO, le nuove istituzioni sia nel governo della città (sta ideando in questi anni gli obblighi ai quali dovrà sottostare il doge, abrogandogli le prerogative personali, e promuovendo la sovranità impersonale) e sia nei nuovi rapporti di forza e di potere con le vecchie famiglie aristocratiche arroccate negli antiquati privilegi feudatari. (di queste innovazioni politiche ed economiche ne abbiamo illustrati alcune in anticipo nel 1173)

Dall'adriatico, o meglio dalla laguna, non giungono sui canali milanesi e lombardi solo merci e derrate alimentari che fanno di Milano quasi una città di mare, tante sono le imbarcazioni e le chiatte che risalgono fiumi e i canali fino ai brulicanti porti milanesi, ma arrivano dalla laguna anche le nuove istituzioni e nuove forme di commercio, che è l'inizio dell'era capitalistica, del libero mercato, con le prime forme di contabilità mercantile, con i primi imprenditori totalmente liberi da bizantinistici intralci burocratici, e alle quali é garantita la proprietà del capitale fisso che il milanese impiega nella produzione e nei suoi commerci, usando ora le monete che riappaiono proprio per merito di Dandolo, o con le innovative (per Milano, dopo che lo erano state per VEnezia) lettere di cambio e i check emessi da vere e proprie "banche" private.

Questa nascita dei traffici, nei Comuni che si erano svincolati dal rapporto di soggezione che prima li vedeva dipendere dai vescovi e dal vecchio sistema feudale, avevano favorito la nascita degli statuti autonomi e gli autogoverni. L'incremento dei commerci, delle arti e dei mestieri - compreso l'indotto - era riuscito ad emancipare una larga fascia di cittadini dalla servitù feudale. Commerci, arti, corporazioni, compagnie (a Venezia e Genova sono già nati i contratti di "commenda") vanno a costituire il perno del "nuovo potere", esercitato da Consigli formati da cittadini inizialmente in forma democratica (nello stile ateniese) ma subito dopo con l'affermarsi di una nuova potente classe dirigente (armatori, banchieri, industriali, grandi commercianti) si trasforma in una copia di quello precedente, cioè non più feudale ma oligarchico, in cui il censo superiore non è solo il nobile, ma é anche formato dai nuovi ricchi che in pochi decenni sono divenuti tali. (gli esempi in questo periodo a Firenze, Milano, Venezia, Genova, sono numerosi - e siamo in anticipo di quattro secoli dal calvinismo e dalla riforma protestante).

C'era però il lato anche negativo. I Comuni dopo tante lotte cittadine (alcuni continueranno per tutto il secolo e oltre) inizieranno ad essere isole all'interno di una società che rimaneva comunque feudale anche se in una forma diversa. Finito questo primo iniziale sogno di autonomie cittadine, i comuni presto saranno guidati e governati non più da un potere esercitato dall'esterno da un feudatario o da un vescovo che ricevevano dall'imperatore o dal papa in premio una città da amministrare, ma sarà esercitato questo potere (o meglio dire controllo delle attività economiche) da consorterie (grandi ricche famiglie)  dentro la stessa città, dove ognuna di esse lotta per esercitare la potestà tipicamente oligarchica. Vedremo dunque affermarsi le potenti Signorie (nate dal nulla - vedi gli Sforza) e i governi familiari, simili a quelli feudatari, e come quelli anche loro daranno ai propri discendenti l'eredità delle sostanze accumulate e quindi il potere economico che spesso va a condizionare quello "politico", spesso in forma autoritaria, simile a quello feudatario ma molto più potente (i banchieri fiorentini, come leggeremo più avanti, vantavano crediti contemporaneamente dall'Inghilterra e dalla Francia mentre i due paesi rovinavano nella loro guerra dei Cento anni, ed erano creditori del papa stesso; molto più avanti vedremo pure i capitali dei Medici che condizioneranno tutta la politica fiorentina, e perfino il papato e la corte di Francia (salvata dalla bancarotta dopo che il re ha ripudiato la moglie per sposare una ricca Medici).

Vedremo quindi fra poco, non più conquistare le città con le armi del popolo cittadino, ma acquistare le città con somme di denari. Spesso non tenendo in nessun conto della popolazione che le abitava (come etnia, cultura, vocazione, religione, tradizione). Spesso vicinissime ma lontanissime come carattere (vedi Firenze-Siena, Padova-Vicenza, Mantova-Cremona, e molte altre)

Capitali enormi in mano ad un ristretto numero di persone che possono permettersi di pagare i migliori mercenari in circolazione (I cavalieri di ventura)- e acquistare le migliori armi - quando é necessario anche un intervento armato. Ricchezze di un ristretto numero di persone che hanno recentemente reinventato, dopo 800 anni di scambi in natura, la moneta: il genovino, il fiorino, il ducato e in parallelo nascono ovviamente le potenti banche in mano a solide famiglie che con la marcatura hanno fatto fortuna.

*** INGHILTERRA - Enrico II Re d'Inghilterra istituisce una Corte di Giustizia permanente con precise norme di procedura istruttoria e probatoria con elezione di giurati popolari. In questo periodo continua a svilupparsi il diritto comune (Common Law).


*** Costruzione del duomo di Bari. - Riedificazione della cattedrale di Parma con un forte influsso sia lombardo che francese. Come scultore vi lavora BENEDETTO ANTELAMI; suo il bassorilievo della Deposizione; anche qui si rivelano forti influenze sia Bizantine (in quelle simmetriche) sia provenzali (le singole figure).

ANNO 1179

*** MILANO COME VENEZIA


*** Nei dintorni di Venezia, volendo forse imitare la città lagunare o alcune città settentrionali, nascono alcune autonomie comunali, con istituti podestarili e i governi comunali. Ad iniziare quest'anno la serie é Pola e altre piccole città dell'Istria. Seguirà nel 1186 Capodistria, Pirano nel 1192, Parenzo nel 1194, e infine Trieste. Quest'ultima assoggettata a Venezia fino al 1202, tenterà la sua avventura autonoma nel 1216 cercando di sganciarsi dall'egemonia della Serenissima Repubblica, poi non riuscendoci chiederà aiuto a Leopoldo d'Austria. Un aiuto, che si trasformò nei successivi 800 anni in una cambiale in bianco, con gli alterni passaggi nelle numerose spartizioni dopo le tante guerre vinte o perse dai governanti di turno, che trasformarono la zona in un teatro di conflitto quasi perenne, fino al 1975 (Trattato di Osimo).

*** IN LOMBARDIA, Milano, dopo il brutto periodo delle lotte, assedi e anche lacerazioni interne, é ritornata ad essere una grande città di commercio. Fervono i grandi lavori. Ai grandi canali d'irrigazione o per le piccole imbarcazioni già realizzati, si aggiunge ora la costruzione di un grande canale navigabile.

Divenuta una città con tante esigenze nei trasporti, Milano inizia per necessità la costruzione di una grande zona portuale (la Darsena) e un gigantesco canale navigabile: il Naviglio. Una grande via fluviale che circonda interamente Milano (si chiama appunto Cerchia dei Navigli - oggi però quasi interamente scomparsa). La grande opera idraulica la trasforma in poco tempo in una città d'acqua, con una miriade di canali e una fittissima rete di piccole rogge che collegano molti quartieri cittadini. Da questi con il Naviglio Grande si può raggiungere il Ticino e sempre passando dalla Darsena imboccando il Naviglio Pavese si raggiunge Pavia, pochi chilometri ancora e si entra nel grande Po e poi via verso il mare Adriatico.

Lungo i piccoli e grandi canali della Milano medioevale di questo periodo c'erano bene in vista le facciate dei migliori palazzi incastonati i stupendi giardini. Ancora la Milano del tempo di Renzo e Lucia era qualcosa che assomigliava a Lucca - con la sua cerchia bastionata - e Venezia con i suoi canali. La Darsena di Milano, il punto che concentrava le grandi imbarcazioni, rivaleggiava con quella di Venezia. Altrettanto i ponti e i ponticelli, sui Navigli, sui canali e sulle rogge che erano pari come numero a quelli della città lagunare.

Il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese era navigabile per imbarcazioni fino a 500 tonnellate. Il canale derivato dal fiume era utilizzato pure per l'irrigazione. Il Naviglio Grande o anche detto il Ticinello, deriva dal Ticino presso Tornavento a Varese, scorre parallelo al corso del fiume fino ad Abbiategrasso, poi si piega a Est verso Milano. La lunghezza é ancora attualmente di 50 chilometri, ma la rete interna allora con le piccole e grandi diramazioni dovevano essere di altre centinaia di chilometri.

Ormai quasi tutti interrati o deviati, ci restano oggi i tre navigli superstiti. Quello di Pavia e quello Grande, partono dalla Darsena stessa; specialmente il secondo presenta ancora aspetti attraenti e scorci suggestivi (Es. Porta Ticinese). Mentre é più difficile scoprire il Naviglio della Martesana: se si cerca, qualcosa ancora si vede in Viale Monza, presso la stazione Goria della Metropolitana.

Questo grande sviluppo della città lombarda, ha ridato una boccata di ossigeno anche a Venezia che ha ferme da 9 anni le sue navi in Oriente dopo la requisizione e l'embargo imposto dai bizantini ai loro commerci.
Sono drammatici anni per l'economia veneziana, una crisi che sta portando una parte della popolazione a guardare con molto interesse alla terra ferma come una risorsa alternativa. Alcuni, quasi abbandonando la tradizione marinara, spingono lo sguardo verso Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Mantova, e altri ancora guardano addirittura ad un'altra ambita meta: alla stessa Milano.
Con l'inizio del prossimo secolo assisteremo a più riprese a queste intenzioni di allargarsi, con l'aspirazione di assoggettare tutta la Pianura veneta. Ambigue, avventate e alle volte ingenue le alleanze seguite da alcune insignificanti battaglNon dimentichiamo che con questa spinta, in due sole generazioni, nel 1260, la nuova cinta muraria di Milano abbraccerà oltre 200 ettari, trasformando il centro urbano nel più vasto d'Europa. Giustificate dunque le mire (e le gelosie) di Venezia che sta assistendo al decollo della capitale lombarda, mentre la propria città sta vivendo l'angoscia di una grave crisi che la sta soffocando.

Del resto a Costantinopoli non hanno proprio nessuna intenzione di fare delle aperture, né ci sono intese pacifiche per raggiungere dei compromessi con la città lagunare. Anzi, le relazioni tra le due città stanno peggiorando e stanno camminando verso una situazione così critica, che nel prossimo '182 sfocerà in una grave congiura della nobiltà antilatina, seguita da un vero e proprio massacro dei latini, dei veneziani e della stessa famiglia imperiale, alle quali sono addebitate le tante arrendevolezze e le troppe simpatie per gli "stranieri" (e fra questi i normanni, visto che la moglie dell'imperatore Commeno, Maria,  è la figlia di Costanza d'Altavilla)

*** Il Papa Alessandro III convoca il 3° Concilio Lateranense che stabilisce nuove regole per l'elezione del Pontefice. Queste regole consistono nel fatto che il Papa venga eletto dai Cardinali con una maggioranza di due terzi.

ANNO 1180

*** CRISI A COSTANTINOPOLI
*** LE CONGIURE IMPERIALI


*** A COSTANTINOPOLI a complicare la critica situazione bizantina, muore l'imperatore MANUELE COMMENO. Già la sua politica, nonostante la sua figura di uomo saggio è stata un totale fallimento con i rapporti sia interni sia esterni all'impero, ora con la sua morte la situazione diventa ancora più critica con la successione. Sul trono gli succede il figlio undicenne ALESSIO II, mentre la reggenza passa alla madre, la Normanna MARIA DI ANTIOCHIA, figlia di Costanza d'Altavilla

Le simpatie della famiglia imperiale Commeno, (con dentro una normanna) che privilegia i rapporti con i latini, seguitano ad alimentare le animosità di una larga fascia della antica nobiltà bizantina; é una ostilità decisamente antimperiale, e la presenza della normanna aumenta l'irritazione e l'odio verso i residenti latini presenti a Costantinopoli, che sono circa 80.000. Sono proprio loro la causa di tutti i burrascosi rapporti di questa fazione che si sente - pur non avendone la vocazione né le capacità - lasciata fuori dai commerci o dalle agevolazioni riservate solo ai mercanti italiani, agli avventurieri, ai parenti e amici degli avventurieri, e i più maligni affermano, solo agli amici della normanna.

Accusano che sono privilegi ottenuti con antiquati contratti o forse - congetturano sempre i maligni -sborsando oro ai corrotti funzionari per avere l'esclusività delle rotte, interi porti esenti da tasse, lucrosi commerci e alti profitti senza pagare nulla. Insomma era in sostanza la gelosia e la tanta invidia che alimentava quest'odio.
L'ultimo periodo vissuto dall'imperatore per tanti motivi era stato uno dei peggiori per i nobili. Come in Italia a Milano, Firenze e Venezia, i commerci avevano portato alla ribalta i nuovi "potenti", e a Costantinopoli i nuovi potenti stavano diventando gli occidentali, gli ottantamila non solo vivevano nel lusso ma erano diventati forse troppo arroganti e sempre più membri del palazzo.

I mercanti veneziani, i latini, ostentavano le nuove ricchezze, mentre con il disfacimento dell'impero bizantino sotto i colpi dei turchi o dei bulgari, era in atto da tempo la disgregazione delle vecchie famiglie nobili feudali in un modo ancora più critico di quello presente in occidente. La nobiltà attorno al potere imperiale sfoggiava da quasi otto secoli un suo assolutismo che non esisteva in nessun paese dell'Europa Medievale. Era del resto il sostegno dell'autorità suprema in ogni settore della vita pubblica, e sempre agli ordini della volontà imperiale con quel protocollo che è diventato sinonimo di cavillosità buorocratica: il bizantinismo. Da quando era nata questa burocrazia con Costantino, anche nei secoli con meno prosperità, non era mai venuta meno a Bisanzio la vocazione alla cavillosità del formalismo.
Il prestigio non veniva dal possesso dei beni (che se c'erano erano solo terreni spesso incolti), ma proveniva dalla posizione che il nobile occupava nel palazzo con le svariate mansioni, e che spesso non avevano nessun peso nell'amministrazione dello stato, e quel prestigio era solo una chiassosa maschera di esteriorità.
Tutto questo stava sempre di più perdendo valore. Primo, perché era ormai chiara l'anacronistica istituzione comparata alla libertà, alle ricchezze e all'influenza che esercitavano i nuovi ricchi mercanti sulla politica; e secondo, alla luce di questa prima considerazione, il futuro - visto con un certo realismo - riservava ai nobili un periodo esistenziale ancora peggiore, ancora più grigio. Già possedevano poco in termini monetari, se poi perdevano anche le cariche, addio prestigio e addio all'opulenza ostentata.

Iniziano in conseguenza di ciò, con la salita al trono del ragazzino e soprattutto con reggente imperatrice la madre normanna, le congiure, e l'intensa opera nel persuadere e spingere il popolo a ribellarsi.

Altra preoccupazione per i nobili Bizantini, é la notizia che forse il figlio del Barbarossa, Enrico si fidanzerà con la normanna Costanza d'Altavilla, erede di Guglielmo di Sicilia. Considerando che la reggente a Costantinopoli è una normanna, alcuni vedono nel migliore ipotesi già la fine dell'impero bizantino e la sua unificazione, e nella peggiore, temono che l'unione dei due Stati, sempre stati ostili ai greci (sia politico che religioso) preluderà a un attacco a Costantinopoli.
Inoltre esiste anche una vaga ma allarmante proposta di Emanule Commeno, fatta in precedenza a papa Alessandro III, di una unificazione ecclesiastica con l'occidente "ansioso di unire la chiesa greca alla venerabile chiesa romana, madre di tutte le chiese", in cambio però Commeno voleva la destituzione di Federico Barbarossa e la sua nomina a unico imperatore d'oriente e occidente. Alessandro (almeno così riporta il suo biografo, cardinal Bosone) pretese che Commeno risiedesse a Roma. Ma rimangono molti dubbi se Emanuele Commeno sarebbe stato veramente in grado di riuscire in questa impresa.

*** FRANCIA - IL 18 SETTEMBRE in Francia muore re LUIGI VII, gli succede il figlio quindicenne FILIPPO II, con un carattere bellicoso e senza scrupoli. Prima ostile al nuovo re d'Inghilterra, Riccardo, poi amico fino al punto da allearrsi con  lui per combattere il proprio padre, poi ancora nemico quando insieme scenderanno in Terrasanta con la Terza crociata.

*** In GERMANIA resa dei conti del BARBAROSSA con ENRICO Il Leone. Federico non ha dimenticato il tradimento, quando quattro anni fa in difficoltà con la Lega a Legnano, Enrico non accolse la sua richiesta d'aiuto. Lo aveva considerato un tradimento che gli era costata la disfatta.
Lo scorso anno lo ha fatto mettere al bando, quest'anno riunisce una dieta a Wurzburg, e gli fa togliere tutti i feudi. Tra questi il ducato della Baviera, che viene concesso a OTTONE I di WITTELSBACH; il primo di una dinastia che regnerà in Baviera per quasi 800 anni, fino al 1918.

*** POLONIA - In Polonia un'Assemblea di Duchi e e Vescovi abolisce a Lenciza il Seniorato istituito nel 1138 e riconosce i privilegi del clero. Questo strumento che doveva rafforzare l'unità della Polonia ed invece l'ha indebolita viene abolito ma non per questo l'unità del Paese di rafforza anzi sfuma ancora di più dato che i vari principati della Dinastia dei Piasti continuano a sussistere uno accanto all'altro anche se il possesso della città di Cracovia rimane un requisito essenziale per una posizione di egemonia.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di VALENTINO NECCO

Padania: che questa parola sia ormai entrata nel linguaggio comune è un dato di fatto inconfutabile. Meno chiaro è se esista una definizione univoca di Padania. Le innumerevoli polemiche in proposito starebbero a dimostrare di no, e addirittura si è ipotizzato che questa parola nasconda non un'entità reale, ma un'astrazione senza senso. Come accade spesso, la verità probabilmente sta nel mezzo. Anche in questo caso, infatti, l'esistenza stessa di un ampio ed esteso dibattito dimostrerebbe che l'oggetto del contendere è in qualche misura reale. 

Va ad ogni modo ricordato che il concetto di "Padania" è venuto alla ribalta della scena politica e culturale solo da qualche anno, grazie a un partito, la Lega Nord, e di tutto il movimento che ne segue e sostiene l'azione. Questa precisazione non solo per dovere di cronaca, ma perché è praticamente impossibile prescindere da questo punto di partenza, non avendosi storicamente riscontri evidenti e inequivocabili di una Padania (o di un'idea di Padania) in quanto tale: si tratta per l'appunto di una novità piuttosto recente. 

E' quindi indispensabile considerare la definizione attuale di Padania per verificare se nel corso della storia si sia dato qualcosa di corrispondente. Esula tuttavia dalle competenze e dalle possibilità di questo articolo lo stabilire la legittimità politica e giuridica del concetto di Padania come istituzione nazionale contrapposta allo Stato italiano. Più modestamente ci si propone di verificare dal punto di vista storico se sia rintracciabile nel corso dei secoli un'entità unitaria definibile col nome di Padania. Del resto, un'eventuale "identità padana" può sussistere indipendentemente da un suo fondamento storico: daremo per buono, qui, un punto sul quale in realtà non esiste una totale conformità di opinioni, ma attorno al quale si è formato comunque tra gli studiosi contemporanei un consenso significativo, e cioè che quello che importa di una comunità (e che la fa tale) non è ciò che essa è ma ciò che crede di essere. 

In questo senso storia, geografia, ed anche lingua, cultura e origini etniche comuni sono strumentali rispetto alla percezione che una comunità ha di sé, e in particolare rispetto all'elemento fondamentale della volontà, che integra e valorizza tutti gli altri. 
La Padania, dunque: di cosa si tratta veramente? Dal punto di vista strettamente geografico, essa coincide indubbiamente con la pianura padana o, meglio, con il bacino idrografico del Po. Si tratta a prima vista di una regione geograficamente piuttosto ben definita, ma le cose sono in realtà meno semplici di quel che sembra. Se si tenta infatti di stabilirne con precisione i confini, il criterio fisico-geografico si rivela insufficiente, e si è costretti a rivolgersi una volta ancora a elementi distintivi come storia, lingua o cultura. L'intero arco alpino, ad esempio, costituisce senza dubbio un confine naturale molto netto ed evidente rispetto all'Europa continentale, ma paradossalmente si tratta, dal punto di vista delle popolazioni che ne abitano i versanti , più di un elemento di unione che di una barriera.

Cosa divide e cosa unisce un abitante della valle del Rodano da un suo vicino valdostano, e quest'ultimo da un abitante del Polesine? La risposta non è affatto scontata. Abbastanza incerto è anche il confine nelle aree di costa, sia a est che ad ovest. Se consideriamo come Padania le attuali otto regioni del nord-Italia, vediamo come i suoi confini cambino virtualmente a seconda che si usi di volta in volta il criterio geografico, storico o linguistico. Ogni criterio porta di volta in volta a includere o escludere dalla Padania aree differenti, e la sovrapposizione di questi criteri dà luogo ad una serie assai numerosa e problematica di eccezioni. La zona di Nizza, parte dell'Istria, il Canton Ticino, i paesi grigionesi di lingua romanza, solo per citare alcuni esempi, sono aree esterne agli attuali confini della Repubblica italiana che a vario titolo e grado potrebbero essere incluse in un'ipotetica nazione padana. 
Lo stesso ragionamento vale per alcune zone della Toscana e delle Marche. Specularmente, varie aree del Friuli e del Trentino-Alto Adige, numerose comunità di lingua provenzale o franco-provenzale (valli del cuneese), le valli di Lei e di Livigno, difficilmente, nonostante la collocazione geografica, si potrebbero considerare padane. 

Particolarmente complesse sono poi le situazioni delle zone linguistiche miste e delle numerose isole linguistiche esistenti nel nord-Italia (Walser, Cimbri e Mocheni, ecc.). Emblematico è il caso delle comunità ladine, isole linguistico-culturali divise fra tre diverse province a loro volta linguisticamente divise (italiano e tedesco) e che hanno rapporti di connessione assai diversi con la cosiddetta Padania. Lo "status" padano di tutte le aree citate ad esempio dovrebbe dunque dipendere, al di là della collocazione geografica, - unico elemento inequivocabile - dal grado, se così si può dire, di partecipazione ad una storia, una lingua e una cultura "padana". 
Siamo così giunti al cuore del nostro problema, poiché l'esistenza di una lingua e di una storia unitaria della Padania è ancora tutta da dimostrare.

Quanto alla lingua, è argomento che sfugge anch'esso alle competenze di questo articolo, ma è probabile che le stesse difficoltà riscontrate nella definizione di un'entità geografica padana si riscontrino anche nella definizione di una "Koinè" padana. Esistono in verità studi minori che ne sostengono l'esistenza, e in effetti alla crisi del latino classico e alla sua frammentazione corrispose la nascita di un latino parlato che gli storici della lingua chiamano "gallo-italico", dai caratteri comuni in tutta la valle padana e distinto dalle altre parlate della penisola. 
Tuttavia il processo di differenziazione linguistica proseguì anche all'interno della vasta area padana e la base comune non impedì di fatto il formarsi di dialetti assolutamente incomprensibili l'uno all'altro. Lo sviluppo linguistico non è stato unitario nemmeno all'interno delle singole regioni, tanto che - fenomeno pressoché unico in Europa - esistono numerose varianti lessicali tra dialetti di zone molto vicine geograficamente. 

La parentela che esiste tra il dialetto di Cuneo e quello di Rimini piuttosto che di Pordenone risulta perciò così lontana da impedire il formarsi di un'identità padana contrapposta al resto della penisola solo su base linguistica, oggi in modo particolare, dopo che attraverso la scolarizzazione di massa e la diffusione della tv (processi storici oggettivi di cui va tenuto conto, qualunque giudizio se ne dia) l'italiano ha retrocesso i dialetti in una posizione secondaria e marginale. Per il resto, è evidente che non è possibile scorrere se non in modo superficiale l'immenso arco di tempo che va dal dissolvimento dell'Impero romano ai giorni nostri. 
D'altronde non è nemmeno possibile restringere il campo di indagine ad un periodo più ristretto, privilegiando arbitrariamente un dato momento storico rispetto ad un altro. Data una definizione approssimativa di "Padania" (abbiamo visto bene quali siano le difficoltà a stabilirne una chiara e inequivocabile) proveremo dunque a "fotografare" una serie di momenti storici significativi, cercando di coprire tutto l'arco di tempo considerato. La domanda cui cerchiamo di rispondere sarà quindi più o meno questa: se consideriamo "Padania" il bacino idrografico del Po (ovvero tutta l'area non peninsulare dell'Italia), è mai esistito un momento storico in cui questa entità fisico-geografica è stata anche un'entità politica o sociale unitaria, dotata di una sua realtà autonoma e distinta dal resto dell'Italia e dell'Europa? In altri termini, è mai esistito prima d'ora un senso d'appartenenza a una collettività definibile come "popolo padano" o qualcosa di simile? 

Volendo adottare un paragone forse fin troppo sfruttato, è lecito e soprattutto è possibile considerare dal punto di vista storico e culturale la Padania alla stessa stregua della Scozia, l'una distinta dall'Italia così come l'altra viene distinta dall'Inghilterra? Restringiamo allora lo sguardo alla sola "Padania": al tempo della massima espansione dell'impero romano (II secolo) quella che potrebbe essere considerata la più lontana "antenata", la cosiddetta "Gallia Cisalpina", un tempo abitata da popolazioni diverse di origine celtica, è ormai completamente romanizzata ed assorbita dalla cultura latina (lingua, strutture sociali, politiche, giuridiche ed economiche). 

Nel 526, alla morte di re Teodorico, il dissolvimento dell'Impero è pressoché compiuto. L'Europa occidentale è divisa tra i regni romano-barbarici dei Franchi, dei Vandali, dei Visigoti, degli Ostrogoti e dei Burgundi. La "Padania" non si distingue dal resto della penisola italiana che fa parte, assieme al sud della Francia e (approssimativamente) alle attuali Slovenia e Croazia, del regno degli Ostrogoti. Parte dell'attuale Piemonte è invece territorio del regno dei Burgundi, che diventerà in futuro la Savoia.

Diamo ora un'occhiata all'Italia alla fine del VI secolo: la troviamo divisa in maniera frammentaria tra possedimenti longobardi e bizantini: la valle padana è occupata dai Longobardi e il nome Lombardia sta a designare tutta la pianura padana. Il periodo longobardo è in effetti un momento molto importante di unità, e significativamente lungo, ma quanto la lontana eredità longobarda contribuisce oggi a formare un'eventuale identità padana? Come valutare le notevoli eccezioni costituite da Venezia, dall'Esarcato e dalla Pentapoli? Come considerare l'esistenza dei due grandi ducati longobardi di Spoleto e Benevento, che comprendevano buona parte dell'Italia centro-meridionale?

Certamente i Longobardi hanno lasciato una traccia importante, e ancora oggi sono di uso corrente termini di origine longobarda, ma da qui a farne il fondamento storico di un'ipotetica nazione padana il passo è lungo. Abbiamo già accennato alle eccezioni geografiche; un altro argomento "contra" non indifferente è dato dalla grande distanza che ci separa da quel periodo. Distanza non puramente cronologica, ma storica: numerosissimi e notevolissimi sconvolgimenti politici e sociali hanno cambiato il volto della pianura padana, altre invasioni e altre dominazioni hanno cambiato a più riprese (e in modo eterogeneo rispetto al territorio) la cultura delle sue popolazioni. Nel dialetto di Milano non sono infrequenti echi del francese: ma tanto poco un milanese si sente francese quanto un "padano" di oggi si sente - crediamo - longobardo. 

Alla dominazione longobarda seguì quella dei Franchi. Alla morte di Carlo Magno la "Padania" - sempre con l'eccezione di Venezia - è parte del regno d'Italia, a sua volta parte dell'immenso Sacro Romano Impero. Essa non sembra avere, all'interno di questo, nessuna realtà autonoma, almeno a livello politico. Dissolto anche l'impero carolingio, tutta l'Europa vede crescere una miriade di poteri locali e privi di stabilità, e il quadro è aggravato dalle nuove invasioni "barbariche" (ungari e normanni, e - da sud - i saraceni). 
Da allora fino al secolo XIX la storia della "Padania" sembra essere soprattutto una storia di divisioni. Non è questa la sede per esaminare nel dettaglio le profondissime trasformazioni dell'assetto sociale e politico europeo che ebbero luogo nel Medioevo. Quello che per noi è degno di nota è la frammentazione del potere, fenomeno che per l'Italia rappresenta una sorta di fil rouge che attraversa più di un millennio di storia. Già lo stesso Carlo Magno, infatti, non governò un impero unitario, ma un sistema feudale vasallatico diviso in marche, contee e signorie indipendenti. Il passaggio dal sistema feudale a quello dei comuni, straordinario e per certi versi rivoluzionario capitolo della storia europea, è in ogni caso così complesso da non poter essere trattato che di sfuggita.

Dalla fine del X secolo al XII il fenomeno della frantumazione del potere progredisce continuamente. Nell'Italia del nord, tuttavia, lo sviluppo comunale ha caratteri peculiari rispetto al resto d'Europa, ove gli attori principali del cambiamento sono i mercanti-imprenditori, esponenti della nascente borghesia, che hanno l'obbiettivo di creare isolotti borghesi chiusi alla campagna circostante. In Italia (specialmente in Lombardia e in Toscana) i protagonisti sono ancora gli esponenti inurbati dell'aristocrazia fondiaria: la campagna è considerata funzionale alla città, ne costituisce il territorio, e questo legame porta alla creazione di vere e proprie città-Stato. Ancora una volta proviamo a chiederci se è possibile scorgere in questo periodo storico un momento di unità dell'Italia settentrionale tale da poter essere considerato come fondamento storico di una attuale "Padania". 

Da un lato, notiamo subito che il rapporto tra molte città-Stato con mire espansionistiche sui territori limitrofi era fatalmente destinato ad essere conflittuale, e in questo senso sembra molto difficile parlare di unità. Dall'altro è proprio nella seconda metà del 1100 che il conflitto tra impero e comuni dà luogo alla formazione di leghe comunali in funzione anti-imperiale. E' del 1164 la cosiddetta lega veronese, che raggruppava Venezia, Verona, Padova e Vicenza. Storia nota è quella della lega lombarda, nata il 1° dicembre 1167 attorno alla leadership di Milano e in cui confluivano anche città emiliane e venete. 

Del 1176 è la battaglia di Legnano, in cui la "compagnia della morte" guidata da Alberto da Giussano sconfigge le armate di Federico Barbarossa. Ci muoviamo qui su un campo minato, se è vero che gli odierni movimenti secessionisti proprio da queste vicende hanno attinto la loro simbologia più cospicua. Alberto da Giussano, il Carroccio, il nome stesso di Lega Lombarda, hanno assunto un significato simbolico che va al di là del fatto storico in questione. Anche in questo caso, per un verso l'attribuzione di un valore simbolico a questo momento storico pare del tutto legittima: si trattò incontestabilmente di un momento di forte unità e di grande solidarietà tra città padane. D'altro canto, una attenta analisi critica ci svela subito diverse incongruenze. Se di unità si trattò, essa fu contingente e legata all'esistenza di un nemico comune, l'impero. Soprattutto essa non fu sentita allora come contrapposta al resto d'Italia. 
Alleato della lega era il papato (Il patto della Lega fu infatti  concepito e formalizzato in Ciociaria; ad Anagni, da un pontefice inglese, Adriano IV. (vedi qui la storia. E si chiama appunto primo e secondo  Pactum Anagninu. Ndr.) mentre altre città padane erano rimaste fedeli al Barbarossa. La città fortificata di Alessandria, fondata nel 1168 e così chiamata in onore del papa Alessandro III, fu edificata a danno di Pavia e del Marchese del Monferrato. 

Se con un salto di un paio di secoli corriamo al Trecento, ci troviamo davanti ad un quadro di maggior concentrazione territoriale: al posto dell'Italia dei "cento Comuni", abbiamo solo sei potenze. Nel Nord-Italia fa la parte del leone la città di Milano (che sotto i Visconti conosce - con alterne fortune - momenti di notevole espansione). E' il periodo in cui cominciano a svilupparsi gli stati regionali: i ducati di Milano e di Savoia, le repubbliche marinare di Genova e Venezia, la repubblica di Firenze. E' comunque un periodo di alta tensione politica e militare, e di tutto si può parlare tranne che di unità. Un altro grande salto per fotografare l'Italia del 1492, data che per convenzione segna il passaggio dal Medioevo all'età moderna: balza agli occhi la notevole frammentazione politico-territoriale, che ritroveremo pressoché invariata per almeno tre secoli ancora. Frammentazione ancor più notevole se si considera che dal Cinquecento cominciano a svilupparsi i grandi stati nazionali. 

Questa peculiarità si presta a giudizi ambivalenti: spesso la si considera come prova dell'artificiosità forzata del processo di unificazione nazionale, ma identica obiezione in tal senso si può fare alla pretesa unità della Padania, essa stessa, per secoli, tutt'altro che unita. Dal Cinquecento la cronica, conclamata debolezza degli staterelli della intera penisola italiana ne farà terra di conquista per le potenze straniere. La Repubblica Cisalpina o il Lombardo-Veneto (oltre a costituire solo una porzione della "Padania") rappresenteranno momenti sì di unità, ma relativa, poiché imposta dall'esterno da una potenza nemica. 

Siamo così giunti, a prezzo di qualche inevitabile semplificazione, alle soglie dell'unità d'Italia. Abbiamo trovato, così ci pare, qualche piccola traccia ma nessun riscontro chiaro ed inequivocabile ne' della Padania ne' di un'aspirazione comune dei popoli padani ad un'unità separata dal resto d'Italia.

Sul Risorgimento e sul carattere "non spontaneo" del processo di unificazione nazionale esiste una letteratura sterminata. Da molti ormai è stato dato - giustamente - risalto all'aspetto di espansione militare da parte del Piemonte: conquista del resto d'Italia da parte dei Savoia, dunque, più che vera e propria unificazione. Come abbiamo già visto, tuttavia, il carattere artificioso dell'Unità d'Italia non implica affatto l'esistenza della Padania. Del resto, al di là degli interessi espansionistici del Piemonte di Cavour, l'aspirazione all'unità benché patrimonio di un'elite minoritaria, era forte e diffusa, e carica di tensioni. 


Ironia della sorte, tra le figure adottate simbolicamente durante le lotte risorgimentali, compariva proprio quella di Alberto da Giussano.

di VALENTINO NECCO
Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di