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BREVE STORIA della Lega Nord |
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1979 Umberto Bossi. 2005 Il 24 marzo 2005 e’ un
giorno storico per la Lega Nord. Il movimento di Umberto
Bossi infatti ottine la sua più grande vittoria
politica , alla camera ed al senato (in prima lettura) viene approvata la
cosiddetta DEVOLUTION ossia una riforma costituzionale di portata storica che
attribuisce alla regioni competenza esclusiva in materia di sanita’, scuola e polizia locale. Alle elezioni regionali dell’aprile del 2005
la Casa delle Liberta’ ed in primis Forza Italia
subiscono la più pesante tra le sconfitte fin qui registrate dalla
coalizione. Prima del voto 8 regioni erano amministrate dal centro destra e 5
dal centro sinistra. Il voto porta al centro sinistra 11 regioni ed al centro
destra soltanto 2 (Lombardia e Veneto). L’unico movimento della
coalizione di centro-destra che esce vincente e’ la Lega Nord che passa dal
3,9% delle politiche del 2001 al 5,7% (alle Europee del 2004 si attesta al
5,4%). Ecco ora il primo PROGRAMMA POLITICO DELLA LEGA LOMBARDA: apparve nel 1983 su "Lombardia Autonomista" — 1 — Per l’autogoverno della Lombardia superando lo Stato centralizzato con un moderno Stato federale che sappia rispettare tutti i popoli che lo costituiscono. — 2 — Per la riaffermazione della nostra cultura, storia, della lingua lombarda, dei nostri valori sociali e morali. Contro ogni attentato alla identità nazionale lombarda. Perché accanto al tricolore venga sempre esposta la bandiera storica della Nazione Lombarda (croce rossa sul fondo bianco). — 3 — Per la precedenza ai lombardi nella assegnazione di lavoro, abitazioni, assistenza, contributi finanziari. Perché ogni tassazione sia uguale per tutte le regioni e non si verifichino ancora truffe come quella del " Condono " e del " Ticket " sui medicinali che al Sud costano la metà che in Lombardia. — 4 — Perché i frutti del lavoro e le tasse dei lombardi siano controllati e gestiti dai lombardi, attraverso l’organizzazione di un sistema finanziario simile a quello in via di attuazione nel trentino e nel Sud Tirolo. — 5 — Per la difesa di un proporzionato sviluppo di industria, artigianato e agricoltura: patrimonio di lavoro e di civiltà inalienabile del popolo lombardo. — 6 — Per un sistema pensionistico lombardo che garantisca l’intoccabilità della pensione dei nostri lavoratori, minacciata dalle numerose pensioni di invalidità distribuite nel Meridione. — 7 — Perché l’amministrazione pubblica e la scuola tornino ad essere gestite dai lombardi e non snaturalizzate. — 8 — perché i nostri ragazzi possano compiere il servizio di leva in Lombardia come avviene già adesso per i giovani del Sud Tirolo. — 9 — Perché la giustizia in Lombardia combatta con efficacia e con adeguati strumenti delinquenza, mafie, racket. — 10 — Contro la devastazione e la svendita del nostro territorio, plasmato e difeso dalle generazioni precedenti, patrimonio che abbiamo il dovere di trasmettere integro alle prossime generazioni. — 11 — Contro la mentalità opportunistica dei partiti romani, contro la conseguente degradazione della Lombardia. — 12 — Per la costruzione di un’Europa fondata sull’autonomia, il federalismo, il rispetto e la solidarietà diretta tra tutti i popoli, e quindi tra i lombardi e ogni altro popolo.
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NASCE
LA LEGA NORD |

UMBERTO
BOSSI
Nato a Soiano
il 19 Sett 1941
Si presenta al pubblico nell'82
con una Lega Autonomista.
Il 14/6/87costituisce
la Lega Lombarda (*)
(*) Forse non tutti sanno
che è nata in Ciociaria, ad Anagni e fu
concepita da un Papa Inglese.
Già
alle elezione del 14 giugno del 1987 ci furono due novità. Apparvero due nuovi
movimenti politici chiamati "partiti della protesta". Un estroverso
dissenso si stava diffondendo come una malattia, era ancora in
incubazione, non ancora esplosa con la potenziale virulenza, e fu inizialmente
molto sottovalutata nella sua sintomatologia. Non mancarono le ironie e
apprezzamenti abbastanza pesanti.
I due movimenti erano la LEGA LOMBARDA e la LEGA VENETA. Quest'ultima
presentandosi alle elezioni, pur prendendo 298.506 voti non riuscì ad eleggere
nessun deputato e nessun senatore. Mentre la Lega Lombarda con 186.255 voti
alla Camera e 137.276 voti per il Senato conquistò in entrambe un seggio. A sedersi
in quello del Senato il fondatore di questo nuovo partito UMBERTO BOSSI.
Una nuova originale e irruente figura politica che va facendo molti proseliti
in alcune frange di elettori lombardi scontenti negli ultimi anni dei politici
e dei partiti che essi rappresentano.
Alle Europee del 18 giugno del 1989, la Lega aveva già triplicato i voti
raccogliendo 636.546 preferenze.
Poi alle successive elezioni politiche del 5 aprile 1992 contava già 2.720.138
voti in Senato e 25 seggi, e 3.394.917 voti per la Camera conquistando 55
seggi.
Il 14
febbraio di questo 1991, la Lega Lombarda e la Liga
Veneta si fondano e costituiscono la LEGA NORD sotto il segno del guerriero del
Carroccio, antico simbolo delle libertà comunali (vedi l'intera cronologia dei
fatti a partire dal 1160 fino al 1180).
(singolare matrimonio perchè tra le due regioni a partire dai Visconti non
corse mai buon sangue. Altrettanto in seguito, fino al regno austriaco Lombardo-Veneto, e poi fino al plebiscito del 1966).
"Pieve Emanuele (Milano) - Il congresso federale della Lega Nord ha approvato, a conclusione dei lavori, il primo articolo dello statuto, nel quale è stabilito che la finalità del movimento "è la pacifica trasformazione dello stato italiano in un moderno stato confederale. Segretario federale è stato eletto il senatore UMBERTO BOSSI e FRANCO ROCCHETTA presidente; essi mantengono le rispettive cariche di segretario della Lega lombarda e della Liga veneta" (Comunic, Ansa, 10 febbraio, ore 18,44)
"Il
movimento che ha una modesta elaborazione ideologica (federalismo, liberismo,
decentramento amministrativo) affonda le sue radici nell'antistatalismo della
provincia lombarda e nella giustificata protesta popolare contro il sistema dei
partiti.
Il 16 giugno la Lega Nord organizza una grande manifestazione popolare a Pontida, in provincia di Bergamo, dove nel 1167 si erano
uniti i rappresentanti dei comuni italiani che avevano deciso di opporsi a
Federico Barbarossa, costituendo la Lega lombarda.
Umberto Bossi proclama la "Repubblica del Nord" che comprenderebbe
l'Italia settentrionale (senza le regioni autonome) e la Toscana.
"Pontida - Diecimila tra uomini e donne delle
Leghe si sono riunite per ascoltare il segretario federale Umberto Bossi nel
discorso annunciato come "fondazione della repubblica del nord". (Comun. Ansa 16 giugno, ore 17.13)
Il 18 gennaio 1993 "Bossi lancia l'appello ai
"nordisti" a non pagare le tasse. Istigazione a disubbidire. Per
Bossi e Miglio chiesta l'autorizzazione a procedere" (vedi giornale).
(per i successivi avvenimenti dopo questa data, provvederemo quanto prima ad aggiornare questa pagine. Comunque nei singoli anni di Cronologia sono in parte già tutti riportati. Comprese le varie manifestazione (famosa quella di Venezia - foto sopra ), le elezioni, e negli anni '97, '98, '99 e 2000 varie citazioni).
UN PO' DI STORIA
(Le
secessionistiche esternazioni padane di Bossi ci
hanno riproposto, in questi ultimi tempi, alcuni tra i momenti più
significativi e memorabili della storia italiana feudo-medievale.
Il Senatur va infatti richiamando l'attenzione e
l'interesse degli italiani -soprattutto del nord- su nomi ormai
leggendari, quali la LEGA LOMBARDA, Alberto da Giussano,
La sua Compagnia della morte, il Carroccio, il Giuramento di Pontida, la battaglia di Legnano.
AVVENIMENTI CHE TROVATE in successione
QUI A PARTIRE DAL 1160 fino al 1176
Ma
quanti sanno che questa Lega tutta lombarda ha avuto i suoi natali
ufficiali in Ciociaria, con un patto concepito da un Papa inglese; patto
nato precisamente nel paese di Anagni?
Ecco allora a riproporre qui, sinteticamente, la genesi della Lega, oggi tanto
seguita, quanto discussa.
Nell'
estate del 1159 Papa ADRIANO IV - già cardinale NICHOLAS BREAKSPEARE, unico
pontefice inglese nella storia della Chiesa - si trovava in Anagni
dove solitamente usava risiedere sia per la mitezza del clima che per la
sicurezza del luogo.
Era tutto preso a preparare i piani di difesa, ma anche di controffensiva
contro il sempre più invadente e minaccioso imperatore Svevo
FEDERICO BARBAROSSA, già calato più volte in Italia e particolarmente
pericoloso lungo le vallate padane.
Per concretizzare subito un'azione decisiva nei confronti dello Svevo, il Papa convocò in Anagni
i rappresentanti (o Legati) delle città (o meglio dei Comuni lombardi di
Milano, Brescia, Cremona, Piacenza e Mantova per discutere il da farsi e predisporre
un opportuno piano di difesa contro l'Imperatore invasore.
Il 19 agosto di quel 1159 tra il pontefice ed i Legati veniva sottoscritto il primo
Pactum Anagninum
che sanciva la costituzione ufficiale di una Lega tra Comuni lombardi e il
Papato ("Romano") contro l'imperatore Barbarossa.
L'anno successivo ( il 24 marzo ) la Lega ebbe la definitiva investitura con
l'apposita bolla papale - promulgata sempre in Anagni
alla presenza di tutti i vescovi lombardi - ma con il nuovo papa, ALESSANDRO
III, successore da alcuni mesi di ADRIANO IV. E questo fu poi chiamato il
secondo Pactum Anagninum
Il resto è noto. Sedici anni più tardi ( maggio 1176 ) l' esercito della
Lega Lombarda, all'insegna del Carroccio sconfigge definitivamente,
nella battaglia di Legnano, il Barbarossa.
Alla vittoriosa impresa partecipa anche un contingente di fanti laziali inviato
dal Papa tra cui 400 anagnini guidati da GIOVANNI
CONTI , legato e segretario di Alessandro III.
Da rilevare che alla pace conclusa tra il Barbarossa
e Papa Alessandro ad Anagni i lombardi non furono
nemmeno invitati e se ne risentirono. Altrettanto a Venezia l'anno dopo quando
fu revocata la scomunica e incoronato a San Marco l'imperatore; i lombardi
sdegnati abbandonarono la città; furono poi convinti dai delegati siciliani a
tornare indietro a far buon viso a cattiva sorte.
A tangibile ricordo della Lega Lombarda in Anagni
permane oggi, possente ed austero, il Palazzo Civico, dove ha sede il Comune,
eretto da MASTRO JACOPO da Iseo, architetto e diplomatico lombardo, e anche lui
un protagonista, qui in Ciociaria, di quegli eventi memorabili. (Ivan)
(pagine
in continuo sviluppo (sono
graditi altri contributi o rettifiche)
<
< Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"
ANNO 1160
*** BARBAROSSA - L'ASSEDIO DI CREMA
*** LA MINACCIA SU MILANO
*** CONCILIO DI TOLOSA: PAPA ALESSANDRO III
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA sempre più deciso a punire
le città ribelli, dopo aver assediato CREMA lo scorso anno, per il rifiuto ad
accettare i funzionari imperiali, rifiuto di eliminare i consoli, rifiuto a
rinunciare alle autonomie, in GENNAIO la città dopo sei mesi, presa per fame si
arrende, capitola.
BARBAROSSA la punisce
barbaramente, la fa radere al suolo; i suoi uomini distruggono ogni cosa. Con
questa atto di violenza, l'imperatore intende mandare un monito a MILANO che
con renitenza sta opponendosi in tutti i modi per non sciogliere la sua
autonomia comunale.
In Agosto la stessa punizione
dovrebbe abbattersi sulla capitale della ribellione, ma i milanesi contro le
forze imperiali escono vincitori in due scontri.
La seconda vittoria la
ottengono con una grande insurrezione. Gli abitanti hanno osato perfino
attaccare le forze imperiali, fuori dalla città, metterle in fuga oltre Crema.
Qui, solidali, i milanesi osano ancora, quasi una sfida a non rassegnarsi;
aiutano i poveri cittadini di Crema a ricostruire le case e i ponti distrutti.
BARBAROSSA non demorde, va a
rifugiarsi a PAVIA, rinserra le fila e attende rinforzi dalla Germania e
dall'Ungheria. Poi il prossimo anno giocherà la carta dell'assedio di Milano;
che non è possibile fare ora; la città é molto grande, ha molte strade, molte
via d'acqua, piccoli e grandi canali, e ha il cuore vitale urbano circondato da
grandi mura. A Barbarossa occorre dunque una grande
armata. Tutto è rimandato alla prossima primavera.
Intanto proprio a Pavia
convoca un concilio. La maggioranza dei cardinali curialisti
ha contestato l'elezione del papa tedesco imposto dall'imperatore, VITTORE IV. Barbarossa riafferma la sua volontà, ma dalla Francia e
dall'Inghilterra i rispettivi re, LUIGI VII e ENRICO II, riconoscono con il
concilio di Tolosa, ALESSANDRO III come unico e legittimo papa.
Per il Barbarossa
questa decisione rappresenta una presa di posizione che non prelude a nulla di
buono. Perderà venti anni a combattere questo scomodo "prete", ma si
ritroverà sempre allo stesso punto di partenza.
Non immagina neppure
lontanamente che papa Alessandro sarà la sua bestia nera che gli attraverserà
sempre la strada per venti anni. Battagliero, coraggioso, audace, carismatico,
amato e odiato dai potenti, questo papa si scatenò. Scrisse a tutte le corti
d'Europa chiedendo aiuto, scrisse a ogni convento, chiesa, parrocchia, per
divulgare e sostenere la sua causa. Incoraggiò a ribellarsi non solo le città
italiane, ma mise contro a Barbarossa anche quelle
tedesche, sciogliendole dall'obbedienza dopo averlo scomunicato.
Gli terrà testa per venti
anni; lo combatterà, lo destituirà, lo scomunicherà, e alla fine sarà lui a
vincere la partita, fino a farlo inginocchiare. Per restare ancora sul trono, Barbarossa sarà costretto ad accettare le sue condizioni.
*** DANIMARCA - Nel corso
delle spedizioni contro i Vendi Valdemaro Re di Danimarca, con l'aiuto di
Enrico il Leone, conquista l'isola di Rugen, nel
Baltico.
*** A Palermo, in una biblioteca araba, in occidente scomparso
dalla circolazione da mille anni, spunta fuori L'almagesto
dell'astronomo, matematico e geografo greco TOLOMEO. Nell'opera espone il suo
sistema astronomico che da lui prese il nome, e comprende anche numerose e
importanti osservazioni celesti, la teoria delle eclissi, i principi di
trigonometria sferica.
*** Poco distante, a Catania,
alla corte di Guglielmo, spuntano fuori altre due perle dell'antichità: Il Fedone di PLATONE, e Metereologia
di ARISTOTELE.
ANNO 1161
*** BARBAROSSA: L'ASSEDIO DI MILANO
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** FEDERICO BARBAROSSA, lasciata Pavia con un esercito
rinforzato e adatto allo scopo, pone un drammatico assedio a MILANO. Blocca
tutte le strade che portano alla città lombarda. Ma soprattutto blocca i porti
dei grandi canali che sono poi le principali e quasi uniche vie di rifornimento
della citta'. Canali che collegano i grandi fiumi con
la navigazione fluviale che prosegue fino al mar Adriatico.
Le derrate alimentari in
pratica giungono solo per queste vie d'acqua.
La città all'interno delle
grandi e possenti mura é molto grande, e la vita cittadina non ne risente
subito, del resto quest'assedio era previsto ed ognuno si era organizzato al
meglio; ma....
...ma non pensavano alla
determinazione di Barbarossa. L'assedio durò l'intero
anno e continuò fino in aprile. Nel frattempo quasi ininterrottamente gli
assedianti svolsero azioni di guerra prima nei dintorni, poi nell'intera
regione devastando i paesi e le campagne della pianura.
Ad unirsi a Barbarossa, le milizie di quelle città che erano rimaste
fedeli all'imperatore. L'odio di questa gente quasi dello stesso sangue, verso
la potente città, sconcertò l'imperatore che non era certo un santo, e perfino
i soldati tedeschi. Cremona, Pavia, Lodi, Como, Novara, furono spietate con
Milano, la volevano radere al suolo......
ANNO 1162
*** BARBAROSSA: L'ASSEDIO DI MILANO
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** MILANO - FEDERICO BARBAROSSA, con l'assedio ad oltranza
di Milano si è messo dentro in un vicolo cieco. Dopo un anno intero la città
gli sopravvive, e se continuerà a resistergli il suo prestigio sa che
calerebbe. Deve infliggere un colpo mortale a Milano: non c'é altro modo per
piegare la resistenza lombarda, che sta diventando un pericoloso simbolo per le
altre città.
Chiede rinforzi, vuole
prostrarla, e se possibile entrarci.
L'Ungheria inviò rinforzi;
dalla Germania ne arrivarono altri, le milizie delle città filo-tedesche
mobilitarono tutte le loro truppe. Per Milano non ci fu scampo.
L'ostinazione venne meno, di
veri soldati sempre impegnati, n'erano morti molti sul posto di combattimento.
Poi la fame, le malattie, i mezzi di difesa divennero sempre più scarsi.
Tentarono in queste condizioni di scendere a patti per arrendersi. Barbarossa non li accettò; lui voleva stravincere e punire,
dare una dimostrazione esemplare di severità.
In aprile Milano dovette
piegarsi; aprire le porte. I tedeschi entrarono, lo spettacolo di miseria destò
perfino pietà, non infierirono; ma quando entrarono le milizie delle altre
città, l'odio non conobbe limiti. Ne fecero scempio, distrussero ogni cosa.
Fino al punto che gli stessi soldati tedeschi fecero appello alla clemenza di
Federico, che non fu preso da nessun rimorso, anzi doveva dimostrare che non
era lui a voler distruggere e a punire i ribelli, ma erano gli stessi italiani.
Le milizie di Cremona, Pavia, Lodi, Como, Novara, all'imperatore fedeli, nella
foga dell'odio e della vendetta gli chiesero di abbattere le mura della città
una volta per sempre, Barbarossa non disse di no; e
loro si scatenarono. Dopo le mura, rase al suolo, si accanirono contro case,
palazzi, ponti. Di quello che non era possibile depredare, appiccarono il
fuoco. La città bruciò per giorni e giorni.
Gli abitanti sopravvissuti
della città in cenere, li incolonnarono e li deportarono in quattro località
diverse a fare gli schiavi, a zappare i campi.
Un grande errore! - disse in
seguito un cronista dell'epoca - non destinarli a località lontane dalla città
in rovina! Nessuno infatti, avrebbe immaginato che la città in quelle
condizioni potesse risorgere. Fra l'altro in un periodo di grande potenza del Barbarossa, che dopo Milano, le sue dure condizioni imposte
a Roncaglia, furono con il terrore accettate da tutte
le altre città ribelli. Milano dunque, servì da monito alle altre, a tutte
quelle che avevano velleità autonomiste.
Alla fine, BARBAROSSA,
ottenuto lo scopo nelle città del Nord, rivolse la sua attenzione al Sud.
Voleva ripetere le gesta lombarde, piegare le città ribelli. Ricostituire il
grande impero fino alla Sicilia
Ma non aveva fatto i conti con
un prete! papa ALESSANDRO III.
Il Papa dopo le lettere
inviate in ogni angolo di ogni regno d'Europa, si é messo lui stesso in
cammino. In Italia sta incoraggiando le città a costituirsi in Lega. Quella di
Milano - la Lega Lombarda- la tiene unita anche sulle ceneri (con il secondo
patto di Anagni visto sopra - poi con un'altra bolla
Alessandro promise di prendere sotto la sua protezione i beni della chiesa
milanese - terreni che non erano pochi, e in buona parte appartenevano
all'arcivescovo). Stessa proposta nel Veneto: qui appoggia la nascita della
Lega Veronese costituita con le città di Verona, Vicenza, Treviso, Padova.
Ma é all'estero che Alessandro
opera a fondo: nel corso dell'anno lo troviamo a tessere la sua
"tela" in Francia dove si è rifugiato, imbarcandosi a Capo Circello in Sicilia, ed è stato accolto a Parigi con
entusiasmi di devozione. Tutta l'altra Europa é al suo fianco. Alessandro è
così abile che persino l'impero bizantino lo riconosce papa.
Ma non trascurò la stessa
Germania con un ostinato impegno, tale, da creare grossi difficoltà
all'imperatore, da mettere nelle condizioni di far ritornare Barbarossa a domare le rivolte in casa propria.
*** INGHILTERRA - Enrico II Re
d'Inghilterra nomina il suo amico Thomas Becket, già Cancelliere del Regno, Arcivescovo di
Canterbury. Benchè amici i due personaggi arriveranno
a scontrarsi aspramente nei prossimi anni.
*** A PARIGI papa ALESSANDRO ospite del clero francese, dopo la
fuga dall'Italia, inaugura la chiesa di SAINT GERMAIN DES PRES; e mette la
prima pietra della cattedrale di NOTRE DAME.
*** ITALIA - A Firenze é
consacrata la chiesa di SAN MINIATO. La costruzione era iniziata nel 1018.
*** ITALIA - Inizia la
costruzione della cattedrale di MOLFETTA.
ANNO 1163
*** BARBAROSSA RITENTA DI PIEGARE I RIBELLI
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA, compiuta la sua distruzione,
appagato per aver domato finalmente Milano, lo scorso anno non è riuscito a
proseguire nel resto della penisola - com'era nei progetti - per domare altre
città ribelli. Ha dovuto interrompere la campagna, rientrare subito in
Germania.
L'opera che sta svolgendo papa
ALESSANDRO III sta creando alcuni problemi all'imperatore in casa propria.
Prima della partenza
dall'Italia, altre città comunali si erano sottomesse alla volontà di Barbarossa. Sciolti i governi comunali, accettati i
funzionari imperiali, iniziato a versare nelle loro casse le
"regalie", le città della Lombardia persero il soffio vitale. Dopo
Milano capitolò anche Brescia, mentre la zona est, da Verona a Venezia, furono
risparmiate solo perché prima ancora di arrivare a Verona, Barbarossa
fu richiamato a domare alcune rivolte in Germania.
Genova e Pisa, in lotta per
contendersi la Sardegna, ricevono il severo monito di Barbarossa,
la sua autorità fa cessare il diverbio e decide lui la contesa. Pur non
soddisfatte le due città hanno accettato le sue condizioni capestro, per non
andare incontro a guai seri come quelli milanesi. Ma quest'atteggiamento crea
un grosso equivoco. Barbarossa é convinto di avere
due alleati per i suoi progetti futuri: di usare le flotte delle due
repubbliche marinare per un'invasione del Regno di Sicilia in mano ai ribelli
normanni appoggiati dal papa.
Richiamato in Germania, fatto
alcuni compromessi con i suoi Principi ribelli, BARBAROSSA organizza la seconda
invasione in Italia.
Ad organizzarsi anche Papa
ALESSANDRO III. Rifugiato in Francia, accolto con entusiasmo, convoca un
concilio a Tours; buona parte del clero si schiera
con lui.
ALESSANDRO III riceve gli
omaggi da parte di quasi tutto il clero francese e si aggiungono quelli dei
delegati inviati dall'Inghilterra che esprimono i segni del proprio rispetto a
questo dinamico papa. Con questi appoggi e con il suo carisma dilagante
ALESSANDRO III, incoraggiò nuovamente le due leghe: sia la lombarda che
la veronese; e riconquistò anche l'appoggio di Roma rientrandovi dopo
l'assenza. L'abilità politica di Alessandro, con una propaganda massiccia in
ogni angolo dell'impero, mirava a isolare Federico con ogni mezzo, sobillando
la ribellione nelle città, riuscendo a far apparire la battaglia politica del Barbarossa, come un'azione di guerra contro tutta la
Chiesa, mettendo così l'uomo l'imperatore, nella coscienza collettiva delle
popolazioni, su un piano d'inferiorità morale.
BARBAROSSA sceso nuovamente in
Italia, riapparso nuovamente in ottobre in Lombardia, fu investito dalle
lamentele dei cittadini per i soprusi dei suoi funzionari. Il monarca non se ne
curò molto, prestò invece più attenzione ai rapporti che il zelante (alcuni
scrivono, famigerato) Rainaldo Dassel gli sottopose:
"la lega lombarda - gli riferì - era sempre un pericolo costante; quella
veronese andava punita e stroncata già sul nascere; mentre per domare il
sud, Genova e a Pisa erano pronte a far salpare le loro navi per invadere
la Sicilia".
BARBAROSSA era sceso a Milano
con un piccolo esercito, non in grado quindi di affrontare una guerra lunga e
logorante tanto meno con lo stesso dirigersi a sud. Chiese in ogni modo aiuti a
Pavia, Mantova e Ferrara di affiancarsi e partecipare a una spedizione contro
la lega veronese; ma le due città tergiversando, accampando scuse, inventandosi
ostacoli inesistenti e difficoltà logistiche di varia natura non gli permettono
di organizzare una offensiva.
BARBAROSSA cercò allora la via
diplomatica, un modo per riconciliarsi; ma le sue precedenti spedizioni punitive
in Italia, e il suo disinteresse ai problemi che gli erano stati sottoposti,
non avevano creato un clima conciliatorio; e non avevano di certo eliminato i
rancori e le opposizioni, semmai -interrogandosi- le aveva fatte crescere anche
in quelle città - fedeli o opportuniste - che non avevano opposto resistenza.
Quasi tutti i Comuni
interessati volevano restaurare i diritti conquistati e le libertà appena
"assaggiate", con i governi più o meno autonomi, chi apertamente chi
in modo sfuggente. I funzionari dell'imperatore, spesso non locali, non erano
entrati nei cuori della gente di nessun ceto; e la profonda amarezza che c'era
nell'aria, ammorbata da una cappa di terrore e dalla miseria - come a Milano e
dintorni - invece di prostrarle, finirà per rivelarsi la migliore arma vincente
di una popolazione che riscopriva in questa drammatica circostanza una
compattezza insospettata.
La perdita del benessere di un
periodo libero e prosperoso, mai avvenuto in precedenza, pur con tante
distorsioni, fece rinascere la solidarieta'. Il
terrore invece di trasformare gli abitanti tutti in agnelli, li trasformò tutti
in leoni.
ANNO 1164
*** L'ANTIPAPA SCOMUNICA IL PAPA
*** BARBAROSSA SEMPRE PIU' ISOLATO
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** BARBAROSSA nella sua ormai totale insofferenza verso i
Comuni che si ribellano anche con le armi per non rinunciare alla propria
autonomia, incontra prima una serie di difficoltà nella "lega
veronese" (Verona, Treviso, Vicenza, Padova) poi interviene nella lotta
tra Pisa e Genova, che nel frattempo stanno scannandosi a vicenda per
annettersi la Sardegna; Barbarossa, appoggia e
conferma il possesso dell'isola a Pisa (un altro grosso errore!). Genova che
ambiva annettersi oltre che la Corsica anche la Sardegna non resta che ubbidire
all'imperatore per evitare altre conseguenze. Così anche questa città comincia
a covare la vendetta; e ad incoraggiarla è papa ALESSANDRO III. Barbarossa lo trova in ogni angolo, pronto ad alimentare le
riscosse, mentre il carisma del papa, aumenta, si diffonde, fa a molti
nuovamente sperare l'impossibile.
*** INGHILTERRA - Enrico II Re
d'Inghilterra vara le Costituzioni di Clarendon che
riordinano il sistema giuridico inglese, sottraendo ai tribunali feudali gran
parte della giurisdizione. Viene deferito ai tribunali civili ordinari il
giudizio dei chierici colpevoli. Queste Costituzioni saranno all'origine dello
scontro tra il Re e Thomas Becket,
Arcivescovo di Canterbury.
*** Il 20 APRILE muore
l'antipapa Vittore IV; RAINALDO DASSEL, il cancelliere di Barbarossa
in Germania, ma anche l'uomo che ha il compito di nominare i funzionari nelle
città italiane, convoca lui il giorno dopo un concilio di cardinali tedeschi del
partito imperiale, e fa loro eleggere GUIDO DA CREMA, col nome di PASQUALE III.
Elezione che se già sconcerta per la forma poco canonica, la polemica che ne
segue diventa rovente quando questo antipapa alla dieta di Borgogna dove
partecipa anche Barbarossa, si permette di
scomunicare e destituire ALESSANDRO III.
Questa volta ad opporsi
violentemente non fu sola la curia romana anti-tedesca, ma la curia moderata
della stessa Germania.
Alcuni prelati preferirono la
via dell'esilio piuttosto che ubbidire al nuovo antipapa, fra questi
l'arcivescovo di Magonza, Treviri,
Magdeburgo, Salisburgo, Bressanone; ne rimasero
perfino scandalizzati. Altri più deboli e opportunisti si sottomisero, ma ormai
questa plateale destituzione nella forma poco canonica che non aveva
precedenti, andò a creare non pochi problemi all'imperatore.
Una certa inquietudine
incomincia a diffondersi per tutta Europa. Anche se l'atteggiamento preso dal
re d'Inghilterra sembra seguire la linea di pensiero di Barbarossa
contro le ingerenze dei pontefici romani negli interessi del regno. Ed infatti
l'imperatore ha l'impressione di poter d'ora in avanti contare anche
sull'appoggio inglese. Dura poco l'illusione. Oltre la Francia a stringersi
attorno ad Alessandro III (in esilio a Parigi dopo l'avventurosa fuga da Roma),
il papa riceve espressioni di simpatia da una delegazione inglese inviata dal
re d'Inghilterra, forse per smorzare le forti polemiche di Becket
e ricucire alcuni strappi.
Papa Alessandro, ne approfitta
subito per riavvicinare i sovrani dei due Paesi, provocando a Barbarossa oltre che una delusione anche il suo isolamento
politico. Il re d'Inghilterra questa sua mossa é stato quasi
costretto a farla per riavvicinarsi al papa per motivi politici, mentre Barbarossa assieme al suo consigliere, con l'arroganza
dimostrata in Borgogna (con la scomunica di papa Alessandro) sono ormai
indicati, oltre che degli ostinati intransigenti - dei veri e propri
perturbatori di un equilibrio politico-religioso.
Il timore che avvenga uno
scisma, non viene solo dalla curia romana legata a papa Alessandro, ma dallo
stesso clero tedesco turbato, disgustato e inquieto.
*** NORVEGIA - Nella Dieta di Bergen in Norvegia i vescovi rivendicano il diritto di
eleggere il sovrano. Contro il clero insorge il partito aristocratico dei
"Birkenbeine" ("gambali di
betulla") che riuscirà a far eleggere re, vent'anni dopo (1184), Sverre.
ANNO 1165
*** L'indignazione seguita all'elezione dell'antipapa Paquale - se ha messo in agitazione e ha inquietato mezza
Europa, in Germania le cose non vanno meglio. A Wurzburg,
Barbarossa riunisce in una dieta il clero tedesco; ma
molti di quelli che lo hanno criticato platealmente non partecipano,
mentre i filo-imperiali riconfermano ancora una volta l'antipapa Pasquale III.
Seguì un coreografico rito
commemorativo con gran pompa per convincere il mondo intero che l'impero e il
potere imperiale risiedeva in Germania e non a Roma. Nella notte di Natale,
Pasquale davanti alle spoglie di Carlomagno ad Acquisgrana, canonizza un fantasma del passato per
affermare che Barbarossa ha la stessa supremazia del
suo illustre discendente e di diritto lo scettro del Sacro Romano Impero,
quindi il "Potere Universale" é nelle sue mani.
Fu controproducente. Pasquale
era l'uomo meno indicato per nominare santo il predecessore di Barbarossa, mentre l'imperatore non si rese conto che il
presente non era più il tempo di Carlomagno; farlo
resuscitare ora, oltre che apparire una "festa" anacronistica, era
anche dannoso. Nessuno in Europa voleva tornare indietro con gli ideali del suo
avo, nè il clero, né l'impero, né le città, né le
popolazioni. Fu un'infelice idea che gli procurò più danni che benefici.
Alcuni arcivescovi in Germania
preferirono la via dell'esilio piuttosto che ubbidire al nuovo corso impresso
alla storia, alla vecchia storia, e fra questi l'arcivescovo di Magonza, Treviri, Magdeburgo, Salisburgo, Bressanone. Aderirono invece i
soliti "servi" riuniti attorno al loro "padrone" che dava a
loro le briciole del suo desco e toglieva a loro sempre di più ogni prerogativa
di potere..
*** Intanto papa ALESSANDRO
III, con questo clima a favore, con la popolarità in crescita, partì dalla
Francia dove era rimasto in esilio, viaggiò fino in Sicilia, poi da Messina
scortato, con gran pompa fornita dal re normanno Guglielmo, fece il suo
trionfale ingresso a Roma il 23 NOVEMBRE, rioccupando il Laterano,
con la capitale in buona parte schierata con lui; ma non tutta; i filo-tedeschi
c'erano, sempre ostili, e sempre pronti a colpire.
Con l'appoggio di quest'ultimi,
il suo avversario, PASQUALE III, scese anche lui a Roma, ma si dovette
accontentare di mettere il suo quartiere generale a VITERBO e fare i nuovi
piani di guerra con il solito RAINALDO DAISSEL, l'uomo più odiato d'Italia;
l'uomo che imponeva i funzionari imperiali alle città e a quelle ribelli
conquistate con la forza gli metteva dei veri e propri aguzzini.
ANNO 1166
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** BARBAROSSA disimpegnatosi in Germania dopo aver affrontato in
qualche modo i suoi problemi interni, scende per la quarta volta in Italia,
questa volta con un notevole esercito. Già con i primi contatti, prende
atto che il clima in Italia é molto cambiato, l'atmosfera d'odio é maggiore di
prima. Molte città che prima erano apertamente schierate con lui, le trovò
tiepide, quelle tiepide ostili, e quelle ostili unite ed organizzate ora con
uomini in armi, come la Lega Veronese; ma anche quella annientata - la
Lombarda- era riuscita a ricompattarsi e a ricreare
una gran forza con delle militia, pronta
ad affrontare se necessario le truppe imperiali.
Perfino Pisa e Genova, che
prima avevano promesso di allearsi a Barbarossa
fornendogli una flotta per invadere la Sicilia, gli crearono così tanti
problemi, che preferì non più fidarsi del loro appoggio. Sospetto fondato,
visto che Pisa e Genova si stavano mettendo d'accordo con il re di Sicilia
Guglielmo d'Altavilla, che si era messo perfino a fornire denari alla Lega
Lombarda.
Le intenzioni di Barbarossa in questa nuova campagna, erano di scendere
subito la penisola, conquistare Roma, farla finita una volta per sempre con
ALESSANDRO III, poi proseguire per la Sicilia per affrontare i normanni.
Si rese però subito conto -
nonostante il suo grosso esercito- che non poteva avere alle spalle una
minaccia costante, cioè le due Leghe; cambiò così i piani, dirottò verso la
Lombardia e ricomparve a Milano. Convocò una dieta a Lodi; dove emersero
ulteriori ostilità; invece di appianarle, alle sue truppe ordinò di fare per
qualche mese scorribande nei dintorni per dimostrare che lui dalla parte sua
aveva la forza; seminando così altro odio. A farne le spese questa volta è
anche BRESCIA e BERGAMO.
Poi, prima della fine dell'anno,
decise di marciare verso Roma, dividendo l'esercito in due. Quello guidato da
lui scese in Emilia, assediò e occupò Bologna, la costrinse a consegnare degli
ostaggi, poi proseguì verso la Romagna e le Marche e pose in assedio ANCONA;
che era un lembo di terra tutta Bizantina e a Barbarossa
gli era necessario occupare il porto per coprirsi le spalle da un eventuale
sbarco (stava così cercando altri guai con i bizantini, che alla fine passarono
addirittura dalla parte del papa)
L'altra parte dell'esercito,
da Bologna attraversò gli Appennini, puntando su
Roma; con alla guida il solito RAINALDO, l'uomo più odiato d'Italia. Sua
intenzione era quella di riunirsi con Barbarossa
nelle vicinanze di Roma per poi marciare uniti sulla capitale.
ANNO 1167
*** LA LEGA LOMBARDA A PONTIDA
*** IL FALLITO ASSEDIO DI ROMA
*** IL "Concilio dei Catari"
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** IL 7 APRILE, con Barbarossa
impegnato nel centro Italia, i capitani delle cinque città lombarde, MILANO,
BRESCIA, BERGAMO, MANTOVA, CREMONA approfittano per incontrarsi in una località
tra Bergamo e Lecco, nel monastero di PONTIDA per concertare una linea comune
di lotta anti-imperiale. Imbaldanziti dalla Lega di
Verona, - finora mai stata attaccata (che aderirà a quella lombarda il 1°
DICEMBRE) - ma soprattutto sollecitati dai milanesi deportati nei dintorni ma
sempre attivi (un grosso errore di Barbarossa
lasciarli nei paraggi!) tutti insieme decidono di riprendere la lotta cercando
di adottare una strategia comune.
Il 27 APRILE dopo le
chiacchiere si passa ai fatti. Davanti alle rovine di Milano, gli ex deportati
milanesi, aiutati da un contingente di validi uomini delle quattro città, impegnandosi
tutti, alacremente, fanno risorgere in pochi mesi come per incanto Milano.
Ricostruiscono le mura, scavano intorno alla città un grande fossato, preparano
le fortificazioni. Milano dalle ceneri riprende la vita, e si pensa ad una sola
cosa: a una prossima guerra per sbaragliare Barbarossa,
o dargli il benvenuto alla prima occasione.
Poi l'idea geniale: costruire
in un punto della Lombardia una città fortezza; poi in questa attirare in una
prossima campagna militare il Barbarossa. (leggeremo
più avanti)
Tutto questo mentre a
Roma......
*** Il 29 MAGGIO, ROMA vive il
suo dramma. L'armata di RAINALDO ha occupato Tuscolo
sistemandoci l'accampamento. Superiori di numero, i romani pensarono di
sortire; attaccare prima ancora che assediassero Roma. Non immaginavano che
Rainaldo stava attendendo un altro grosso contingente di truppe da nord, che
proprio il quel momento si affiancarono
I romani si ritrovarono
circondati; subirono una sconfitta terribile; quelli scampati rientrarono in
città, demoralizzando chi ancora aveva sperato nell'impossibile; ora non c'era
altro da fare, bisognava difendersi.
Il 24 LUGLIO proveniente da
Ancona, BARBAROSSA con il suo esercito si unisce alle due armate e scatena
l'offensiva. Roma resiste qualche ora, poi messa a ferro e fuoco, a Santa Maria in Turri, capitola.
Nella stessa chiesa, si
precipita subito da Viterbo l'anti-papa PASQUALE III; che con gran pompa
incorona il vincitore, Re d'Italia.
BARBAROSSA poteva ritenersi
soddisfatto, Roma era sua, l'Italia era stata domata; ora veniva il turno della
Sicilia. - Ma il fato disse No! - Inizia un dramma.
IN AGOSTO, in un'estate
torrida, si rovesciò sugli accampamenti un temporale con una pioggia giallastra
(forse proveniente dall'Africa mista a qualche virus) che invece di rinfrescare
causò un flagello.
Il giorno dopo e nei seguenti,
moltissimi soldati furono colpiti da una terribile febbre; una strana epidemia
iniziò a falciare le vite dei migliori soldati di Barbarossa.
Gli altri furono presi dal panico, attribuirono alla maledizione di aver
profanato S. Pietro, Roma, il Papa. BARBAROSSA abbandonò subito la capitale con
il suo esercito, ma lungo la strada, perse i migliori uomini: il nipote
Federico, il duca Guelfo VII di Toscana che lo aveva seguito nell'impresa,
l'arcivescovo di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden; e il famigerato (mezza Italia fece festa)
consigliere RAINALDO DI DASSEL; e con lui centinaia di ecclesiastici e
nobili al suo seguito. Una vera odissea per le strade d'Italia.
Superata la Toscana, riuscì a
raggiungere il Nord Italia eludendo l'esercito della lega grazie all'aiuto del
Marchese Obizzo Malaspina che lo scortò nei i suoi
possedimenti che si estendevano (dalla Lunigiana alla
valle Padana) passando per le valli appenniniche (Val Borbera,
Val Trebbia
Valle Staffora)
sostando ad Oramala (Pv)
nell'imprendibile castello dei Malaspina, proseguendo
poi per Voghera.
Fu Federico I a creare l'Oltrepò Pavese assegnando al fidatissimo
comune i feudi collinari del vogherese per spezzare
con un cuneo di territori a lui fedeli, quelli della lega guelfa tra tortonesi e piacentini, così i territori che dipendevano
dai Vescovi di Tortona e di Piacenza passarono sotto il dominio politico del
comune e in seguito dei nobili di Pavia.
Con i sopravvissuti,
BARBAROSSA si trascinò quindi fino a Pavia. Poi evitando di passare dalla
Lombardia (in quelle condizioni l'avrebbero annientato) fece un lungo giro, si
portò in Piemonte. Incontrò a Susa un'ostilità tale
da costringerlo col favore delle tenebre a fuggire travestito, come un ladro,
attraverso l'ospitale SAVOIA, quindi superare la frontiera, rientrare in
Germania.
Chiunque dopo questa quarta
discesa in Italia conclusasi con questa tragica disfatta, con la mala sorte
accanto e una fuga così poca regale, avrebbe rinunciato a ritornarci,
cercato degli accordi con i ribelli, fatto compromessi con il papa. Chiunque,
ma non Federico!
Sulla scena europea c'erano
due giganti: da una parte c'era un BARBAROSSA ostinato che si sentiva forte,
dall'altra, un papa, ALESSANDRO III, ancora più ostinato e in quanto a
"forza" l'imperatore ne farà le spese per altri tredici anni; sarà
questo papa- come vedremo- il suo incubo.
*** In questo anno si
tiene a St. Felix-de-Caraman
il Concilio dei Catari che saranno una delle eresie più famose del Medioevo.
Essi denunciavano l'estrema mondanizzazione della
Chiesa ed il suo attaccamento ai beni terreni, invitando il clero a tornare
alla povertà ed alla purezza delle origini apostoliche. I Catari, in
particolare, riprendono dal bogolimismo bulgaro le
dottrine dualistica della contrapposizione tra il principio del bene e quello
del male. Al Concilio dei Catari cui abbiamo fatto riferimento trionfa la
teoria di Niceta da Bisanzio che predica una severa
ascesi e vita di imitazione degli Apostoli. La setta è molto numerosa nella
Francia meridionale, nella città di Albi da cui prenderà anche il nome di setta
degli Albigesi.
(VEDI I CATARI - LOTTA CONTRO GLI
ERETICI )
ANNO 1168
*** BARBAROSSA: SEI ANNI DI CALMA. POI CI RIPROVA
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** L'anno nuovo trova l'Italia in festa, con alle spalle la
clamorosa sconfitta dell'imperatore, che fa nuovamente sperare le città
comunali. Mentre in Germania BARBAROSSA oltre a dover risolvere non pochi
problemi interni (ha una breve guerra con un suo feudatario, Hektor Babonzo di Turingia, per il controllo sulla città di Essen, che assedia, cattura e l'uccide), seguiterà a
leccarsi le ferite e a meditare la disfatta subìta in
Italia.
(QUI SOTTO, ANTICIPIAMO
UN PO' I FATTI del 1174-75)
Per sei anni BARBAROSSA non si
farà avvistare in nessuna frontiera. Fino al 1174, quando compiendo anche
questa volta un lungo giro, scese in Italia con un grande esercito entrando dal
territorio degli "ospitali" SAVOIA. Iniziò la sua campagna in
Piemonte iniziando con una vendetta covata sei anni: rase al suolo Susa, per l'umiliazione ricevuta anni prima (quando fu
costretto a una fuga notturna, come un ladro di polli - fu umiliante).
Ma BARBAROSSA dopo Susa, non sapeva cosa l'aspettava! In sei anni la Lombardia
era risorta, e se Barbarossa era deciso a schiacciare
i lombardi, altrettanto i lombardi lo aspettavano con la stessa decisione per
schiacciare lui. Gli avevano preparato una bella trappola, e lui ci cascò
dentro anche qui come un "pollo"..
Dopo la riunione a Pontida dello scorso anno, verso la fine, il 1° DICEMBRE,
con la definitiva costituzione della "LEGA LOMBARDA", aderì anche la
"LEGA VERONESE" e successivamente REGGIO EMILIA.
Quest'anno guardano con
simpatia alle due leghe, Genova e Pisa, e perfino dalla corte di Sicilia i
leghisti ricevono aiuti in denaro. I normanni hanno capito che a nord le due
leghe unite potevano rappresentare insieme un vero e proprio sbarramento alle
mire del Barbarossa, che da anni ha intenzione di
scendere nel Sud, dei normanni ma anche di papa Alessandro che vanta sul regno
di Sicilia la giurisdizione pontificia.
I capitani delle città
si ritrovano tutti alla Dieta di LODI per studiare delle nuove strategie.
All'assemblea compare il nome di una nuova città-comune.
Sorge su una piccola
sconosciuta località alla confluenza del Tanaro con la Bormida.
La città (anche se era già un plurisecolare piccolo paese) nasce
volutamente grande per un'esigenza logistica su una posizione ideale, tale da
essere in grado di controllare tutti i punti d'ingresso nella piana lombarda.
La lega a Lodi, decise di
farne il baluardo della Lombardia; nacque in brevissimo tempo, senza edifici di
lusso, ma con una fortificazione estrema. In breve abitata da 15.000
"leoni". In segno di fedeltà e di alleanza col papa ALESSANDRO
III, un cittadino propose di chiamarla proprio col suo nome: ALESSANDRIA.
Quel cittadino - a parte la
solidità urbana che si era venuta a creare con gli immensi bastioni - non
poteva avere avuto idea migliore; fu un lampo di genio, con un forte impatto
psicologico. Quando FEDERICO scese dalla Savoia, per la quinta volta in Italia
e iniziò a distruggere nel '174 tutte le città piemontesi, quando giunse
davanti a questo paese (ora trasformato un una turrita città) che non era
menzionato da nessuna parte, del tutto sconosciuto, ma che gli attraversava la
strada, sconvolse tutti suoi piani.
Quando BARBAROSSA arrivò
davanti alle sue mura, Alessandria gli tolse il sonno. Il nome prima di tutto
gli ricordava il suo avversario, poi con i tanti e vani tentativi di
distruggerla, cominciò a vederla come il simbolo e il baluardo della
ribellione. Questa città, con i primi assalti andati a vuoto con pesanti
perdite, diventò la sua ossessione e la sua rovina. Ci riprovò diverse volte,
ma ogni volta una carneficina; fallimenti uno dietro l'altro che invece di
scoraggiarlo provocarono un'irrazionale ostinazione (che si dimostrò alla fine
fatale).
Se questa città non spariva
dalla faccia della terra, la sua inespugnabilità poteva diventare la
"favola" di papa Alessandro; questa località sconosciuta a tutti,
sarebbe diventata il sollazzo dei suoi nemici; le sue mura se restavano in
piedi, sarebbero diventate oggetto di scherno; uscirne sconfitti una vera onta
per l'esercito imperiale; e per lui che aveva distrutto e incenerito la grande
Milano, rappresentava un vero e proprio affronto.
Scelse così l'inverno per
assediarla, ma ebbe ancora una volta avverso il destino. L'inverno fu uno dei
più rigidi e causò più sofferenze agli assedianti che non agli assediati.
Un'ecatombe ogni volta che si tentava di prenderla d'assalto per porre fine
all'assedio e poter continuare la campagna militare sul resto d'Italia.
Dopo sei mesi, con la
"favola" già raccontata in giro per schernire i nemici e sollazzare
gli amici, FEDERICO si ostinò a far giungere rinforzi; uomini e mezzi da
ogni parte; poi nell'aprile del 1175 Barbarossa
ricorse all'astuzia, fece scavare delle lunghe gallerie per entrare dentro la
fortezza. A lavori ultimati cercarono di penetrare nella città, ma furono
scoperti; ci fu un'altra ecatombe. Ne approfittarono gli alessandrini; con gran
coraggio, uscirono i veri "leoni" da quelle stesse gallerie,
attaccarono il campo dell'imperatore distruggendo e appiccando il fuoco agli
accampamenti e alle macchine da guerra, poi rientrarono dalle stesse galleria
lasciandosele dietro distrutte. Per Barbarossa fu un
disastro!
BARBAROSSA cercò scampo; si
diede alla fuga con gli uomini sopravvissuti ritirandosi tra Casteggio e Voghera. Qui iniziò dei negoziati di pace con
la Lega, sperando di prendere tempo per ricostituire la sua armata con dei rinforzi
provenienti dalla Germania; ed infatti, arrivarono nella successiva primavera
nel '176, ma era un esercito di sbandati, inoltre mancava ENRICO il leone, su
cui Federico faceva molto affidamento; invece l'amico non accolse il suo
appello; fu quasi un tradimento.
BARBAROSSA non poteva far
altro a quel punto che tentare ugualmente la sua "ultima e disperata
carta". Attaccare anche in quelle condizioni.
Il 29 MAGGIO 1176 a LEGNANO
suonò la sua ora: BARBAROSSA nella battaglia fino allo stremo contro ALBERTO da
GIUSSANO e la sua Compagnia della Morte, con coraggio si buttò anche lui
nella mischia, ma fu disarcionato e sparì dalla vista. La sconfitta fu totale.
Lui in fuga; mentre in mano ai veri "leoni": il suo scudo, la sua
lancia, il suo cavallo, il suo vessillo, il suo forziere, i suoi uomini, il suo
generale e persino qualche suo parente.
Il "CARROCCIO"
simbolo della lega, diventò perfino troppo piccolo per caricarci i trofei.
Insomma, BARBAROSSA lascio' sul campo la sua dignità e la maestà dell'impero.
In OTTOBRE s'incamminò verso Anagni, ad
inginocchiarsi davanti ad ALESSANDRO III, l'uomo che da quasi vent'anni era
diventato il suo incubo; e la sua città, la causa della disfatta.
(abbiamo anticipato gli
eventi- ma occorreva farlo)
-------------------------
*** NEL corso dell'anno, il 20 SETTEMBRE muore
l'antipapa Pasquale III, l'uomo che ha provocato molti danni. Barbarossa come il solito è lui ad arrogarsi il diritto di
eleggerne un altro: un suo fedele prelato, che prende il nome di CALLISTO III.
ANNO 1169
(QUI in breve
L'AUTORITARISMO IMPERIALE E LA LEGA LOMBARDA)
*** IN GERMANIA, Barbarossa dopo la
brutta esperienza romana e l'avventuroso rientro in Germania, preoccupandosi
forse ora più di prima della sua successione, convoca una dieta a Bamberga e fa eleggere re dei romani il figlio ENRICO
(futuro sposo di Costanza d'Altavilla (nel '86) e genitrice di Federico II di
Svevia).
*** IN INGHILTERRA, re ENRICO
II, nomina anche lui i suoi successori: i tre figli dividendo il regno. A
ENRICO l'Inghilterra, la Normandia, il Maine e l'Angiò;
a GOFFREDO la Bretagna; a RICCARDO l'Aquitania.
Una divisione che creerà molti
problemi tra fratelli; ma il problema più grande lo crea subito l'arcivescovo
di Canterbury THOMAS BECKET. Esautorato dal nuovo corso politico impresso da
Enrico, dall'alto della sua autorità ecclesiastica sentendosi ancora unico
rappresentante della vera cristianità romana sull'isola, scomunica tutti i
prelati che alla cerimonia hanno incoronato i figli del re senza
l'autorizzazione della Chiesa.
*** CROCIATI - Nel regno di
Gerusalemme, nel '162, morto Baldovino III, gli era succeduto il fratello Amalrico I. Quest'anno creerà un gran pasticcio. I Crociati
erano arrivati in Palestina per scacciare gli infedeli; se la presero con gli
arabi, con i turchi, con gli ebrei. I territori ex bizantini che dovevano
riconquistare e riconsegnare se li erano poi spartiti i nobili creando dei
personali regni feudali, anche scannandosi fra di loro per allargare i domini,
e spesso fuori dalla Terrasanta, sfruttando le lotte
intestine musulmane. Non solo questo, ma cosa gravissima, non certo in linea
con la missione, perfino aiutando - mettendosi alla pari con i mercenari -
turchi e arabi a combattersi fra di loro
Nel '164 in Egitto il visir
SHAWAR era stato spodestato dal rivale DIRGHAM. Il primo, chiese aiuto a
AMALRICO I, mentre il secondo, si rivolse a Damasco al sultano turco Nur ad Din che inviò l'emiro
SHIRKUH, ma perse lo scontro proprio per l'intervento del Crociato al Cairo,
che imbaldanzito da questo successo, tradì poi lo stesso Shawar
e occupò nel '168 l'Egitto.
Con l'emiro Shirkhuh, che aveva perso la prima partita, combatteva il
giovane figlio di un capo curdo: Salah
ad Din SALADINO; insieme con l'arabo quest'anno
riconquistano l'Egitto e cacciano il Crociato non dimenticando di averlo avuto
contro e - anche se era un loro avversario - di aver tradito Shawar.
Morto lo scorso anno Shirkuh, Saladino quest'anno assume il visirato. Nel '171
pone fine alla dinastia FATIMIDA, dando inizio alla dinastia AYYUBIDE (nome del
padre Ayyub). Inizia la leggenda di SALADINO,
nel mondo musulmano ma anche in quello cristiano. Condottiero di armate ma
anche amante della cultura ed esaltato come sovrano, per 25 anni Saladino
dominerà la scena Europa, Oriente, Egitto, in Siria e in Mesopotamia.
Il 2 OTTOBRE del '187 espugnò Gerusalemme. ( ....tutto il resto lo troveremo
nei prossimi anni.....)
*** THOMAS d'ANGLETERRE poeta francese, compone il primo romanzo
sull'eroe Tristano e Isotta. In seguito ne appariranno più versioni, in
poemetti e romanzi nel periodo medievale.
La trama é la tragica vicenda
di due innocenti amanti.
*** A Siviglia l'arabo
IBN-RUSHD (AVERROE' per i latini) inizia i Commentari
di ARISTOTELE, fondamentali poi - una volta accettata la sua opera dai teologi
- nell'influenzare e conciliare tutto il pensiero cristiano, prima nella
"Scolastica" poi nell "Umanesimo"
(pagine
in continuo sviluppo (sono
graditi altri contributi o rettifiche)
<
< Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"
ANNO 1170
( I NERI SECOLI DI GUERRA NELLA VERDE IRLANDA )
*** INGHILTERRA - Il 29-DICEMBRE in Inghilterra viene ucciso in
cattedrale l'arcivescovo di Canterbury, TOMMASO BECKET, prelato nominato dal
papa, in perenne ostilità con il re d'Inghilterra che voleva sottrarre al clero
la giurisdizione feudale. E' stato assassinato - é quello che pensa
l'opinione pubblica - per essersi opposto e per aver scomunicato i prelati
nominati da Enrico, e che hanno poi incoronato suo figlio re, senza l'unzione
data da un rappresentante del papa, arcivescovo di madre Chiesa romana.
*** FRANCIA - Il re francese,
LUIGI VI, era quasi in procinto a dare un appoggio alle mire che aveva da
anni il Barbarossa, di allontanarsi anche lui dalle
ingerenze papali, come stava avvenendo del resto da un po' di tempo in
Inghilterra e in Germania, quando l'assassinio dell'arcivescovo gli riavvicinò
il monarca inglese, con il risultato di riprendere il dialogo da tempo
interrotto proprio con il papa.
Mossi entrambi
dall'indignazione per l'orrendo delitto, i due monarchi sposarono la causa di
papa Alessandro creando non poche difficoltà al BARBAROSSA.
A Tours,
lo stesso Re Enrico II ne fu turbato, il delitto del prelato papale, anche se
lui non era il diretto responsabile, lo rendeva ostile all'opinione pubblica di
tutta Europa, perché i motivi che avevano armato la mano dell'assassino erano
gli stessi che lui predicava da tempo: cioè le ingerenze dei vescovi nominati
dal papa di Roma nelle questioni di Stato (comprese le nomine del clero) che il
re riteneva essere una sua prerogativa.
ANNO 1171
CRISI A VENEZIA
La CONFISCA A COSTANTINOPOLI
Il 12-MARZO, tutti i veneziani in terra bizantina che risiedevano
per motivi commerciali nei loro fondachi, sono arrestati; i beni e le navi
confiscati.
Venezia davanti al fatto
compiuto oltre all'angoscia per i suoi cittadini é impotente in quella che si
presenta all'improvviso come una paralisi di tutti i tradizionali e anche
lucrosi commerci con l'Oriente, e di riflesso, tutti quelli in patria messi in
moto dalle attività mercantili con l'indotto.
Intanto l'arabo SALADINO
sempre alla guida del suo forte esercito, che si oppone agli occidentali che
hanno invaso l'Oriente con le crociate e col pretesto del Santo Sepolcro, con
le sue armate ottiene una serie di vittorie in Egitto ed inizia il suo
inarrestabile cammino verso la città delle tre religioni, deciso a imporre il
suo dominio e cacciare da Gerusalemme gli occidentali; un luogo che anche lui
considera una Città Santa; ma dei maomettani.
Il figlio del capo curdo, con le sue vittorie ha posto fine anche alla
dinastia fatimida, dando inizio alla dinastia Ayyubide.
*** Enrico II Re d'Inghilterra
inizia la conquista dell'Irlanda che durerà fino al 1921.
ANNO 1172
*** VENEZIA SI SVEGLIA DAL TORPORE
*** Venezia molto preoccupata per la sorte dei suoi cittadini
sequestrati a Bisanzio con navi e averi, per prendere
delle serie e opportune decisioni, crea il "Maggior consiglio",
formato da 480 membri dell'aristocrazia appartenenti ad ogni attività e
soprattutto ai commerci marittimi (più tardi verrà poi creato l'organo
esecutivo dei Quaranta (Quarantia) membri
dello stesso Maggior Consiglio. Hanno funzioni legislative e poteri sovrani.
Mentre la prerogativa di eleggere il Doge è invece riservata ad un collegio di
undici elettori, poi ratificata dal Placido.
Per il dramma di
Costantinopoli non ci sono alternative, bisogna intervenire. C'é in gioco
l'interesse della Repubblica marinara di Venezia . Il doge VITALE MICHIEL, ha
organizzato ed é partito lo scorso anno con una spedizione punitiva; ma dopo
aver attaccato le coste bizantine e aver saccheggiato le isole di Chio e di Lesbo; commettendo molti errori, ha terminato la
sua avventura quest'anno in un'umiliante sconfitta pagando anche con la vita.
Gli succede il doge SEBASTIANO
ZIANI; molto abile con la diplomazia, ma ormai a Costantinopoli l'atmosfera si
è fatta pesante; inoltre ci sono intrighi delle altre repubbliche rivali di
Genova, Pisa e perfino Ancona, fino al punto che i bizantini hanno offerto il
loro aiuto nella lotta con Venezia per il dominio del Tirreno. Mentre Federico Barbarossa pur avendo ricevuto un'offerta di aiuto da parte
dei veneziani nei suoi momenti peggiori, non ricambia il favore ignorando
completamente la situazione di Venezia, che invece sta diventando per la sua
economia, drammatica.
Emerge dunque nel governo
veneziano il grosso problema per tirarsi fuori in qualche modo dal problema
bizantino, che invece di pacifiche soluzioni e miglioramento dei
rapporti, questi stanno semmai peggiorando. Bisogna avere - ormai è
chiaro dicono - una decisa linea di condotta che può scaturire solo da grandi
idee, che però al momento non sono ancora emerse; anzi sono in contrapposizione
con due orientamenti -pacifisti e bellicisti- per risolvere il dramma di una
città operosa come Venezia. Quella tradizionale, moderata, che afferma che vere
e proprie ostilità non sono possibili; soprattutto per non creare ulteriori
ostacoli alle altre grandi rotte commerciali che Venezia ha con l'Oriente; del
resto - affermano - queste sono le attitudini e le grandi risorse della città
lagunare e bisogna mettere in conto gli imprevisti.
Mentre un'ala più
realistica, che non vede altre soluzioni al problema a breve scadenza, e
nemmeno una sufficiente potenzialità offensiva di Venezia nei confronti
dell'impero bizantino, indica una politica di espansione sulla terra ferma, che
nonostante sia in questo periodo ancora limitata nei commerci promette comunque
un futuro meno rischioso.
ENRICO DANDOLO da anni ha
iniziato un grande lavoro di codificazione giuridica con i nuovi ordinamenti e
gli statuti; sua la Promissiones: una
procedura per l'elezione e gli obblighi del Doge, che modifica i rapporti tra
cittadini e potere dogale, ancora tipicamente feudale e personale. Inoltre per
i territori interni ed esteri, DANDOLO ha studiato e creato nuove istituzioni
economiche e mercantili che dovrebbero dare impulso ad innumerevoli altre
attività industriali e commerciali sulla terra ferma, creando nello stesso
tempo altre attività con il relativo indotto. E' insomma in atto, guardando realisticamente
la situazione, una profonda trasformazione nel governo della città, che il
prossimo anno imboccherà la strada della gestione delle attività con una vera e
propria classe dirigente, nuova, non più feudale, ma capitalistica che inizia a
gestire le risorse umane e territoriali, promuove delle infrastrutture, ma
soprattutto tutela l'iniziativa privata coinvolgendo non più quello che viene
"ora" ancora chiamato Ducato, ma quello che si trasformerà presto in
"Stato", con lo Stato stesso interessato all'affluenza di grandi
capitali sul suo territorio, non più rinchiusi nei forzieri personali del Doge,
ma accortamente investiti in attività industriali e in infrastrutture a
beneficio di tutta l'economia sia dei singoli cittadini e indirettamente del territorio.
E' in pratica, con largo
anticipo, l'inizio di una politica che adotterà con pieno successo, nella
seconda metà del Cinquecento, in Inghilterra, Elisabetta I (vedi nei link dei Personaggi).
ANNO 1173
*** VENEZIA L'AFFARISTA
*** A Venezia appare durante la difficile "crisi
bizantina" (che durerà più di dieci anni) il primo contratto di società in
accomandita. Alla vecchie "Compagnie" prendono ora forma anche
società in nome collettivo (unione del capitale con le forze lavoro!). Più che
una novità estemporanea di carattere economico, è una intelligente
innovazione, una maturata necessità per alcune aziende che devono operare
spesso lontano dalla sede lagunare in concerto con elementi responsabili che
necessitano di uno spirito di corpo, coscienza d'impresa. Sono finiti i tempi,
dei soggetti passivi, ubbidienti, e solo fino ad un certo punto affidabili. Ora
ogni elemento che opera in un'attività é cointeressato con una partecipazione
agli utili, risulta così più coinvolto, responsabilizzato, più motivato. Oltre
a fare i propri interessi, contemporaneamente valorizza la ditta stessa,
l'impresa commerciale o industriale, dove prima lui era un semplice esecutore
di ordini, quindi con le limitate capacità decisionali.
La cosa più interessante è che
chi dimostra delle forti capacità imprenditoriali, per averle acquisite
come dipendente presso un'azienda, anche se non possiede capitali, non gli é
difficile trovare chi possiede denari ed é pronto a metterli a sua
disposizione per creare un'attività con una società collettiva.
Il riflesso di questi
mutamenti di carattere mercantile commerciale fanno maturare delle
straordinarie novità anche molto singolari all'interno della vita cittadina.
Venezia in questi anni si separa dalle prerogative personali e dal potere
dogale ancora regalistico e medievale, e s'inventa la
sovranità impersonale.
Venezia non é più un Ducato,
ma uno Stato retto da un consiglio di Savi, le cui delibere hanno effetto
esecutivo. Spesso è lo Stato stesso ad intervenire nella vita economica. Non
dimentichiamo che il Consiglio oltre che essere una classe dirigente dello
Stato, é formato da elementi di una classe imprenditoriale che conosce molto
bene le esigenze pratiche, non vive nel Palazzo, ma opera nelle attività in
prima persona. I cantieri, la scorta dei convogli, i grandi lavori in laguna,
sono organizzati e sono sotto il controllo dello Stato; nella pratica, se il
governo della città delibera di fare una diga per migliorare la navigazione
oltre che creare un bene pubblico le stesse infrastrutture permettono un
maggior sviluppo imprenditoriale, e il suo indotto procura benefici all'intera
economia della città.
La stessa edilizia è
incentivata per le stesse ragioni, non per nulla ci resta il proverbio
veneziano La roda del murer far girar ogni
mestier" cioé, quando l'edilizia è in
movimento lavorano tutti.
Lo spirito d'impresa,
rileggendo i documenti dell'epoca era dunque molto sentito. Infatti, i
veneziani non dovettero aspettare l'Europa calvinista-protestante che molti
economisti indicano come il tempo della nascita del capitalismo.
A Venezia, tutto cominciò con
l'avvento dell'economia cittadina e con lo sganciamento dal sistema feudale ed
ecclesiastico, che abbiamo visto finora dominare nelle altre regioni d'Italia.
La laguna si trasforma in un importante centro di commercio con la libera
impresa; attività che ha fatto nascere e ha alimentato - partendo anche dal
basso - una mentalità capitalistica, considerata finora un'attività "non
santa".
Venezia - l'unica citta' che é riuscita a conservare la sua autonomia e a
rendere sacro il "liberismo" - vive questo periodo offrendo a tutti -
soprattutto a chi possiede intraprendenza - l'occasione di emergere. Molte
famiglie anonime di questi anni sono poco più che marinai, ma con grande ingegno,
in pochi anni si trasformeranno in impresari, alcuni in armatori, e molti di
loro fra breve entreranno a far parte della grande borghesia mercantile
veneziana, e di diritto nel governo. E' la prima aristocrazia fondata sul
lavoro e sui commerci e non sulla spada spesso mercenaria, anche se la spada i
veneziani (come vedremo più avanti) la useranno, ma non per difendere i
castelli medievali, ma (anche se le vicende che seguiranno sembreranno ciniche)
le loro imprese commerciali.
Insomma, la Venezia di questi
anni - che conta già 100.000 abitanti - con le nuove grandi famiglie emerse,
arricchitisi nei commerci, porta la città a rinnovarsi facendo arrivare
preziosa linfa alla vecchia classe dirigente (quella che ha capito
immediatamente i mutamenti senza arroccarsi nel conservatorismo). E'
l'anno dove termina il concetto etico-politico di Comune
Veneciarum, e nasce il nazionalistico Stato Venecia.
(La piu'
bella espressione (anche se fu pronunciata più tardi, a Firenze) la troviamo in
COLUCCIO SALUTATI (1331-1406)" cosa santa é la peregrinatio,
tuttavia più santa é la giustizia, ma a nostro giudizio, santissima é la
marcatura (il commercio), senza la quale il mondo non può vivere".
Venezia con questa nuova vocazione era in anticipo di 200 anni sulle considerazioni
di Salutati; ma proprio per questo è già sommersa di anatemi da parte della
Chiesa.
In questo periodo a Venezia
tra i "pulpiti papali" e il "capitalismo" non correva molto
buon sangue. l'"istinto lucrativo" gia'
molto presente negli ultimi decenni, iniziava ad avere la meglio sull'intera societa', prima dominata dalla "morale", dalla
"provvidenza" e dalla "giurisdizione" della chiesa, che
esigeva il rispetto della cosiddetta "libertà ecclesiastica" e
riteneva lesive queste "libertà mercenarie " e le leggi veneziane che
erano state create "uguali per tutti" anche per i preti
(La "morale"
veneziana era che chi commetteva un reato contro la collettività doveva essere
processato e condannato senza distinzione, con nessuna immunità. Mentre
prestare denari (Dandolo dà inizio quest'anno ad una zecca) non era
considerata, come affermava la chiesa una immorale usura, ma ritenuto un
necessario "sistema bancario" per le attività economiche della intera
collettività.
Ma gli anatemi proseguirono.
I veneziani già esercitano da
anni il dominio dei traffici in quasi tutto il mondo conosciuto; e con
disinvoltura ignorano gli anatemi che sono a loro rivolti, quelli di essere
tacciati di mercanteria in senso spregiativo, cioe' per definizione ladroni e usurai.
I primi pilastri dello spirito
capitalistico stavano per essere in questi anni costruiti; e sono proprio i
primi fondachi, e gli arsenali, le prime fondamenta di un'inarrestabile potenza
economica a vocazione capitalistica che farà scuola, all'inizio del prossimo
secolo, prima a Milano poi nel resto d'Europa.
Venezia con i nuovi interessi
finanziari, ricalcando le orme delle ricche istituzioni ecclesiastiche,
le apre queste associazioni, e consolida l'interesse privato dei soggetti
che ne fanno parte per il possesso fondiario, cercato anche oltre i confini
lagunari, cioè anche sulla terraferma.
Con queste
"libertà", Venezia si scontrerà ancora con le pretese dello Stato
della Chiesa nel 1605, che gli impose di rinunciare alla propria sovranità e di
ritirare certe leggi al papa non gradite (c'era in corso un processo a due
prelati per reati penali economici).
I veneziani - ligi alle
proprie leggi - si rifiutarono di ubbidire; anche dopo la scomunica e
l'interdetto di papa Paolo V sull'intera città, e ribadirono, che semmai era
lui che doveva rispettare con le prerogative sovrane degli Stati, e i diritti
della coscienza dei credenti.
Dopo un'accanita disputa, la
Repubblica di Venezia, fu il primo stato europeo a distaccarsi dall'egemonia
della Chiesa. Non senza problemi. Quest'atteggiamento dei veneziani, quasi di
sfida avrà - loro malgrado - molti risvolti negativi, prima all'esterno, poi
accentuarono i contrasti che c'erano anche all'interno. Insomma una
"libertà" pagata molto cara, come vedremo in seguito.
Ritorniamo a questi anni
"rivoluzionari". Abili imprenditori conoscevano la contabilità e la
partita doppia, esportavano merci e le importavano col sistema di pagamento
estero-estero; prestavano denaro con una specie di obbligazione; esistevano
buoni fruttiferi, speculavano sui cambi, e operavano in grandi società in nome
collettivo o in accomandita con la partecipazione degli utili dei soci, pluri-mandatari e pluri-commandatari;
e una specie di società per azioni con veri e propri amministratori delegati e
consigli di amministrazione. L' "architetto" di queste nuove
strategie e di queste nuove istituzioni economiche era ENRICO DANDOLO.
Monumentali le sue raccolte di volumi di giurisprudenza, serie di ordinamenti,
di statuti, istituzioni economiche, mercantili. Dandolo reintroduce perfino
quelle "monetarie" coniando una moneta (copiando dagli arabi
che a loro volta si erano reinventate quelle romane,
da secoli scomparse).
Erano formule quelle delle
nuove società a concentrazione di capitali, che ancora nel 1800 il grande
economista SMITH nel prendere in esame la possibilità di creare proprio queste
società di capitali, le reputava una scelta senza avvenire per lo sviluppo
economico di una nazione.
Sbagliò clamorosamente;
indubbiamente ignorava la storia veneziana, e, osservando il prossimo 1300,
anche quella lombarda (periodo degli Sforza 1350-1400). Infatti, Milano dopo
aver mutuato da Venezia durante il suo breve declino certe strategie
economiche, sfruttando la sua ottima posizione geografica, puntando sui
trasporti, seppe ancor di più valorizzare lo spirito d'impresa; tanto da
trasformarsi la città lombarda in breve tempo in una delle più importanti
grandi capitali produttive dell'intera Europa, e anche in una delle più
ricche.
Alcuni trattati del commercio
dell'epoca o negli anni successivi fino al 1700 non sono ancora stati
analizzati a dovere. Ma di questi trattati ne esistono a centinaia nelle
biblioteche! (chi scrive ne ha alcuni). Attendono solo di essere letti e
studiati. Soprattutto la sterminata produzione di ENRICO DANDOLO. Che non
dimentichiamo - l'abbiamo già accennata sopra - ha un'altra grande idea
quest'anno: la coniazione della prima moneta: il "grosso" in
argento (il "ducato d'oro" vedrà la luce solo nel 1284)
(In tutta l'area mediterranea,
diffusissima in Sicilia, c'è da anni il Tari, una vera moneta aurea
araba. Nello mondo arabo da oltre tre secoli operavano banche, i cambi,
le lettere di credito, il sakk, divenuto poi
in inglese check, in francese cheque, in
italiano assegno di conto corrente; il socio in affari che
maneggiava il denaro derivava dall'arabo sakhà,
la stessa zecca creata da dandolo era l'araba sekkah
dove uscivano i dinhar (i denari). Lo stesso
Arsenale o darsena di Venezia era il arabo-siculo tirzanà
storpiato dall'arabo darcanah, i magazzini
erano gli arabi machasin.
*** BONANNO PISANO inizia la costruzione della TORRE DI PISA.
Una costruzione che risulta già pendente all'inaugurazione, di un centimetro,
per il cedimento del terreno.
(pagine
in continuo sviluppo (sono
graditi altri contributi o rettifiche)
<
< Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"
ANNO 1174
*** BARBAROSSA: PER LA QUINTA VOLTA IN ITALIA
*** NASCE LA SETTA VALDESE
*** ITALIA - FEDERICO BARBAROSSA con un grande esercito per
la quinta volta, scende in Italia compiendo un lungo tortuoso giro dietro le
Alpi, favorito dai Savoia, molto ospitali (come quando fuggì l'ultima volta)
nel fargli attraversare i propri territori, e quindi per iniziare dal Piemonte
la sua offensiva alle città della Lega Lombarda.
Inizia così la sua campagna
dal Piemonte, subito con una vendetta covata da sei anni: infatti, rase al
suolo Susa, per l'umiliazione ricevuta anni prima
nella famosa ritirata dopo Pavia nel '167, seguita poi con la sua poco
onorevole fuga notturna, come un ladro, proprio da Susa.
Punita la cittadina a dovere con la vendetta, iniziò la sua marcia verso
Tortona.
BARBAROSSA dopo Susa, non immaginava cosa l'aspettava! In sei anni la
Lombardia era risorta, e se Barbarossa era deciso a
schiacciare i Lombardi, altrettanto i Lombardi lo aspettavano con la stessa
determinazione per schiacciare lui. Gli avevano preparato la trappola, e lui ci
cascò dentro.
Alla "LEGA
LOMBARDA", ha aderito pure la "LEGA VERONESE" e successivamente
REGGIO EMILIA.
Guardano con simpatia alle due
leghe pure Genova e Pisa, e anche dalla corte di Sicilia i leghisti ricevono
molti aiuti in denaro. I Normanni hanno capito che a nord, le due leghe unite
potevano rappresentare un vero e proprio sbarramento alle mire di Barbarossa, che da anni ha intenzione di scendere nel Sud
che è dei normanni ma anche di papa Alessandro che vanta sul regno normanno di
Sicilia la giurisdizione pontificia (ad ogni successione rivendica sempre
questo diritto).
I capitani delle città delle
leghe dopo la Riunione di Pontida nel '167, si
ritrovarono alla Dieta di LODI dell'anno dopo, per studiare le nuove strategie.
All'assemblea comparve il nome
di una nuova città-comune, che ha preso il nome da papa ALESSANDRO III. In
questa città prepararono la trappola al Barbarossa.
I VALDESI
*** A Lione, il ricco mercante
PIETRO VALDO dopo una crisi religiosa fonda la setta dei poveri, detta dei
VALDESI, i cui princípi sono la poverta'
evangelica obbligatoria; qualunque laico può celebrare la Cena; unica regola di
fede la Bibbia letta e interpretata secondo la propria sensibilità; inoltre
rilevano che il Vangelo vieta qualsiasi giuramento.
Princípi che non sono in linea con la chiesa
ufficiale ("rette" interpretazioni della Scrittura), che non disdegna
il mondano e le ricchezze materiali. Valdo non tarda a ricevere la bolla di
eresia dal papa che gli vieta di predicare senza l'approvazione del vescovo, né
ad operare fuori dalla missione canonica dell'autorità ecclesiastica. Ignorando
l'ordine i valdesi continuarono nella loro predicazione laica itinerante e si
diffusero in Svizzera, Germania, Spagna, Boemia, Polonia, Ungheria combattendo
e indicando la Chiesa romana come una degenerazione della vera Chiesa di
Cristo.
Perseguitati, molti furono
condannati come eretici, costretti a nascondersi soprattutto nel Delfinato e nelle valli del Piemonte per oltre 600 anni,
fino al 1848 quando re Carlo Alberto diede loro l'emancipazione.
(ne riparleremo in un modo più
approfondito in un futuro ampliamento di questa pagina)
*** INGHILTERRA - Enrico II Re
d'Inghilterra fa pubblico atto di penitenza sulla tomba di Thomas
Becket.
ANNO 1175
*** FEDERICO BARBAROSSA, dopo la distruzione di Susa,
proseguendo per Tortona è affrontato dalla Lega Lombarda mentre sta
snervandosi con il suo esercito da diversi mesi nella micidiale trappola
preparata dai leghisti ad Alessandria. Barbarossa
irrazionalmente ostinandosi sulle mure di questa
cittadina piemontese, divenuta la sua ossessione, ha perso molto tempo, perso
molti uomini e ha fatto perdere credibilità al suo prestigio, che si é perfino
tramutato in oggetto di scherno.
Le mura di una città sconosciuta
che hanno piegato e ridicolizzato il grande Barbarossa.
(le vicende di questa
disfatta, che provocò la rovina di Barbarossa,
e' stata narrata in anticipo nell'anno 1168 (vedi)
---------------------------
*** ORIENTE - SALADINO con il
suo esercito conquista in Egitto la Siria, lo Yemen, Hegiaz, assedia poi Aleppo. Località dove i crociati si
sono insediati da quasi un secolo. Turbe di occidentali con il pretesto
della liberazione della Terrasanta hanno poi esteso i
loro domini sul territorio bizantino prima, arabo poi, causando ostilità nelle
popolazioni locali eterogenee ma abbastanza integrate in una convivenza fatta
di tolleranza. Queste nella disperazione (ma anche gli stessi Bizantini come
vedremo) hanno chiesto ora l'aiuto di Saladino per essere liberati dal flagello
occidentale sempre più consistente.
I nobili, che erano giunti in
Palestina con le crociate, avevano ormai invaso ogni parte del territorio, non
senza diverbi e insofferenze con altri nobili europei. Le dispute per le spartizioni
furono feroci, ricorrendo perfino alle armi, a lotte intestine fra di loro,
spesso dentro una stessa famiglia, e persino fra madri e figli, mogli e mariti,
zii e cugini, nonni e nipoti di una stessa casata, non avendone abbastanza con
le altre, della stessa razza, scese da tutta Europa come corvi.
Le corti già in perenne
attrito nelle loro sedi europee, avevano nelle varie spedizioni, già messo in
marcia verso la Terrasanta i loro rampolli; e questi
bene indottrinati in queste avventure tipicamente feudali colonialistiche,
conservavano l'arroganza delle loro dinastie. Volevano cioè ristabilire alcune
prerogative (in base al censo e all'albero genealogico) nelle spartizioni dei
territori con lo stesso sistema del feudum
latino che applicavano in patria, nella forma più autocratica, arcaica,
quasi tribale.
Ma essendo queste
ambizioni reciproche, per imporle, le lotte fra di loro in Siria e in Palestina
(toccò l'apice dopo il '204 con la IV crociata a Costantinopoli e in Grecia con
l'Impero Latino) si trasformarono in veri e propri atti di aggressione tribale,
di rapina, usando ogni mezzo, perfino ostacolandosi a vicenda in quella che era
la nobile e spirituale missione iniziale. (Corrado di Monferrato nel 1188
(vedi) per i rancori di corna matrimoniali, sbarrò il passo nel suo territorio
all'esercito del suo rivale Guido di Lusignano mentre
si recava a conquistare Gerusalemme, facendo così fallire la sua missione.
Il resoconto più
impressionante non viene dalla penna di un greco ma da Papa Innocenzo III, che
fu immediato nel condannare ciò che aveva forse previsto ma poi impotente a
impedirlo. Si adattò anche lui ai mezzi per ottenere il fine. Morì soddisfatto
nel sapere che la chiesa latina aveva piegato quella ortodossa di
Costantinopoli. Così invece di una fulgida vittoria sui saraceni
infedeli, cristiani si appagarono di aver conquistato e soggiogato altri
cristiani.
In queste spoliazioni
reciproche, così venali, i nuovi boriosi "nobili" non seppero poi
rinunciare al fasto e al lusso più sfrenato (perfino agli harem) costruendosi
imponenti castelli, dimore principesche e un seguito di dame e cavalieri
servili. Per il luogo dove vivevano, così ostile e arido, questi comportamenti
apparvero, non solo anacronistici, ma perfino provocatori. Fornirono nutrimento
all'odio e alla vendetta più spietata.
I musulmani avevano
conquistato queste zone senza spargimento di sangue, e con le religioni delle
popolazioni locali erano stati molto tolleranti, non imposero a nessuno il
Corano. In Spagna gli ebrei non solo furono tollerati ma conobbero un periodo
d'oro proprio con i musulmani, apprezzati per la loro intelligenza, capacità e
spirito di collaborazione, tanto da meritarsi un profondo rispetto. Agirono
nello stesso modo quando conquistarono la Sicilia.(anche se furono i siciliani
chiamarli)
"Altrettanto a
Gerusalemme, in Palestina, prima dell'arrivo degli intolleranti
mercanti-cristiani non avevano mai impedito alle popolazioni locali sia
ebraiche sia cristiane di frequentare i luoghi santi o celebrare i loro riti.
"NICETA CONIATE, lo storico che fu testimone oculare, contrappone la
barbarie mostrata da questi "precursori dell'Anticristo", alla
moderazione usata a Gerusalemme dai saraceni, che avevano rispettato la chiesa
del Santo Sepolcro e non avevano attentato né alle persone né ai beni dei
cristiani vinti. - Storia del Mondo, Cambridge Univesristy
vol 3, pag 514)"
I crociati invece,
intolleranti, quando invadevano un territorio passavano a "fil di spada", turchi, arabi, greci, ed ebrei, senza
distinzione; Ad Acri Riccardo Cuor di Leone nel 1190 (vedi) fece una
carneficina; a Costantinopoli e in Grecia i latini massacrarono anche i
cristiani ortodossi, attirandosi dietro tutto l'odio del popolo greco che in un
primo momento li avevano accolti come salvatori dai turchi, e mai più
immaginavano che i cristiani occidentali nutrissero un odio così feroce per i
cristiani orientali.
I massacri commentati e
raccontati in Europa come "vittorie" in Terrasanta,
narrate dai musulmani e dagli ebrei (ma oggi anche in occidente) non erano
altro che "genocidi", frutto prima di un'intolleranza fanatica
religiosa, poi strumentalizzata molto bene dai feudatari predatori occidentali.
Infine, scoperta poi anche dai mercanti senza scrupoli, i genocidi divennero
"affari". Il caso più clamoroso: quello di Venezia - con la presa di
Costantinopoli nel 1204.
La IV crociata con ben altri
scopi promossa da INNOCENZO III, non arrivò mai a destinazione, si arenò
davanti ai tesori di Costantinopoli. Mentre i capi si installavano nei palazzi
imperiali, le milizie si abbandonarono al saccheggio, alla rapina e alla
devastazione. 2000 abitanti furono massacrati. Avidità e cupidigia infierirono
per le strade: i preziosi monumenti dell'antichità, cui Costantinopoli aveva
dato geloso riparo per quindici secoli, vennero abbattuti, asportati (i cavalli
di San Marco sono del III-IV sec. a.C.) o fusi; case
private, monasteri e chiese vennero vuotati di ogni ricchezza; i preziosi
calici privati delle pietre preziose divennero coppe per bere, le icone ripiani
da gioco; le monache violentate.
A Santa Sofia l'esercito di
crociati che doveva portare la civiltà nei territori degli infedeli,
strapparono il velo del tabernacolo, fecero a pezzi i bassorilievi d'oro e
d'argento dell'altare e dell'ambone; poi sul trono del patriarca (non saraceno,
ma cristiano ortodosso) misero una prostituta a cantare canzoni oscene. Dopo
tre giorni di saccheggi, le spoglie furono raccolte in tre chiese. Dai tempi
della creazione, racconta VILLERHARDOUIN, in nessuna città si era mai visto un
così grande bottino. Si calcolò che valesse 400.000 marchi d'argento. Ma il
doge Dandolo aveva già stabilito con un trattato la divisione del bottino:
punto primo, il pagamento del trasporto in 94.000 marchi; punto secondo,
diritto alla prima scelta nella spartizione del bottino e sino a tre quarti del
totale delle spoglie.
"Niceta Coniate, già
citato sopra, fornisce inoltre un elenco sobrio e talvolta verificabile delle
statue e delle opere d'arte distrutte o asportate in quei terribili giorni"
Nella mai sopita controversia
sulla deviazione della quarta crociata, molti hanno dubitato dei secondi fini
di Filippo di Svevia, di Bonifacio di Monferrato e di
Innocenzo III; ma ben pochi hanno tentato di scagionare i veneziani.
Nell'interpretazione più ostile, il doge di Venezia ENRICO DANDOLO campeggia
come il vilain de la pièce; nella più
benevola, come l'unico (anche se cinico) realista in un dramma dagli obiettivi
confusi e dagli ideali mal diretti" Pag.
506, vol. 3, Storia del Mondo Medievale, Cambridge University"
Poi venne la resa dei conti.
Nel giro di tre anni lo zar bulgaro KALOJAN, attaccato dall'incontentabile e
arrogante Baldovino - che voleva conquistare anche Adrianopoli
e rifiutò in un modo sprezzante una sua alleanza - fece un buon lavoro: si rese
responsabile della morte di Baldovino, di Dandolo, e di Bonifacio;
i dominator. (Id. pag.521)
Kaloian era appena riuscito a farsi riconoscere dal
papa il titolo di re dei bulgari, quando Baldovino lo informò che lui non era
un re latino e che quindi i suoi domini appartenevano a Bisanzio,
cioé erano suoi. Quest'arroganza e l'avidità privò
non solo l'impero latino di un potente alleato, ma riuscì a trasformare la
Bulgaria in un nemico. Kaloian smise di massacrare i
suoi vicini greci per passare ad aizzarli contro il comune nemico: i cristiani
dell'occidente.
Baldovino che anche verso i
greci si era mostrato arrogante e senza intuito politico, ebbe di che
rimpiangere la sua mancanza di tatto. Nel momento critico se li trovo tutti
contro.
Ma ne riparleremo nei prossimi
anni - abbiamo solo anticipato il clima delle ultime crociate, una catena di
alcuni eventi che diedero così inizio ad una nuova epoca nella storia del
Mediterraneo.
Le motivazioni sono da
ricercare nelle continue discordie di questi anni. I bizantini erano divenuti
insofferenti, poi irritati e infine ostili ai mercanti veneziani sempre più
numerosi. La colonia latina a Costantinopoli ammontava a circa 80.000 abitanti
e i veneziani, essendo i più ricchi, i più numerosi, i più potenti erano i più
odiati per l'arroganza e per l'avidità.
In questo 1175 i rapporti già
da alcuni anni compromessi, iniziano ad essere tesi. Nel '82 una rivolta
popolare mise a morte l'imperatore ALESSIO II, poi inferociti iniziarono le
ostilità con un massacro dei latini. (ma con queste vicende ci arriveremo nei
prossimi anni)
Ritorniamo in Occidente
*** ITALIA - Intanto in questi
ultimi anni la Lega Lombarda, a Tortona, si e' riorganizzata e ha deciso di
sostenere con le armi uno scontro aperto con il Barbarossa
obbligandolo a togliere il fallimentare assedio di Alessandria con il suo
esercito ormai decimato.
Uno scontro che non ha
esiti disastrosi da entrambe le due parti, ma permette solo di raggiungere dei
reciproci ma sospettosi compromessi, che comunque riescono a creare un breve
precario armistizio (di Montebello). Delegando a una
commissione di arbitri la soluzione delle controversie, in realtà si sono
sospese solo le ostilità. Apparentemente tutto fa pensare che la pace e la
tranquillità stia ritornando sulle regioni lombarde. Ma non é cosi'....
L'armistizio di Montebello è infatti di breve durata.
(pagine
in continuo sviluppo (sono
graditi altri contributi o rettifiche)
<
< Vedi QUI i singoli periodi in
"RIASSUNTI DELLA STORIA D'ITALIA"
ANNO
1176
*** LA BATTAGLIA DI LEGNANO
*** LA SCONFITTA DI BARBAROSSA
(vedi anche LA
NASCITA DELLA LEGA LOMBARDA >>>
FEDERICO BARBAROSSA, dopo la snervante figuraccia davanti alle mura
di Alessandria, rintanato in una radura tra Casteggio
e Voghera con gli ambigui negoziati dell'armistizio di Montebello,
non aveva proprio nessuna intenzioni di abbandonare la partita con i lombardi,
lui sperava solo di prendere tempo per ricostituire la sua armata con i
rinforzi provenienti dalla Germania.
Arrivarono in questa primavera
del '176; ma era un esercito di sbandati, e mancava ENRICO il Leone; Barbarossa faceva molto affidamento sull'amico, che però
non accolse il suo appello; Federico lo considerò quasi un tradimento (che gli
farà pagare caro in seguito).
BARBAROSSA con questa
situazione molto precaria, non poteva far altro davanti ai Lombardi, che
tentare ugualmente la sua "ultima carta" con un esercito di
straccioni!
Il 29 MAGGIO 1176 a LEGNANO
suonò l'ora della resa dei conti con i Lombardi. BARBAROSSA nella battaglia
combatté personalmente fino allo stremo contro ALBERTO da GIUSSANO e la sua
Compagnia della Morte, con coraggio si buttò anche lui nella mischia, ma fu
disarcionato da cavallo e sparì dalla vista. La sconfitta fu totale; lui in
fuga; mentre in mano ai veri "leoni", il suo scudo, la sua lancia, il
suo cavallo, il suo vessillo, il suo forziere, i suoi uomini, il suo generale e
persino alcuni suoi parenti.
Il "CARROCCIO"
simbolo della lega, diventò perfino troppo piccolo per contenere tutta
quell'abbondanza.
Una disfatta che costrinse
l'imperatore tedesco a riconoscere sia la Lega, sia il Papa, che anche se non
gradiva le autonomie comunali, Alessandro III, si sarebbe alleato anche con il
diavolo pur di sconfiggere Federico Barbarossa.
In OTTOBRE, l'imperatore
sconfitto, fece incamminare verso Anagni i suoi
arcivescovi per inginocchiarsi davanti ad ALESSANDRO III e per concludere una
pace; con l'uomo che da quasi vent'anni era diventato il suo incubo; e la città
che portava il suo nome, la causa della disfatta. Barbarossa
tramite i suoi delegati cercò di accordarsi: prima di tutto riconoscendo
Alessandro come legittimo papa, poi scese a patti per poter conservare alcune
regalie, ed infine rinunciò anche al prefetto imperiale che aveva messo a Roma.
Tutto questo con l'assenza dei
Lombardi che si erano molto risentiti e anche insospettiti per non essere stati
chiamati come parte in causa. Né volevano riconoscere al Barbarossa
una pace definitiva lasciandogli i vecchi privilegi attribuitigli dalla dieta
di Roncaglia. Per che cosa avevano lottato a fare
allora?
L'imperatore era stato
sconfitto sul campo, quindi nessun patteggiamento con lui. In questi anni
avevano messo a repentaglio tutta la loro esistenza: gli averi, le loro vite e
quelle dei loro figli.
Inviarono al papa una lettera
accorata iniziando con "Sua santità deve sapere....ed elencarono uno per
uno tutti i sacrifici, i danni subiti, i loro morti" e conclusero
".... la pace sì, ma non devono essere toccate le nostre libertà, perchè noi consideriamo una morte gloriosa preferibile ad
un'esistenza trascinata in un'infelice schiavitù".
ANNO 1177
*** BARBAROSSA A VENEZIA IN GINOCCHIO
*** PACE A SAN MARCO
Papa ALESSANDRO III, dopo il trattato di Anagni,
voleva far seguire una grande cerimonia per dimostrare al mondo intero che lui
piccolo e vecchio prete, anche disarmato era riuscito a resistere e a non farsi
sottomettere dal potente imperatore tedesco, e che indubbiamente non poteva
essere questa vittoria solo opera umana ma un miracolo di Dio.
Il 17 APRILE, affrontò un
faticoso viaggio per Venezia per celebrare la pace universale. Per accontentare
i risentiti lombardi rivolse a loro un discorso nella chiesa di San Giorgio,
affermando che la pace era stata solo prospettata, ma si era rifiutato di
concluderla senza di loro, era per questo che aveva intrapreso questo viaggio e
organizzato la cerimonia a Venezia; tutti dovevano vedere la sottomissione del Barbarossa.
I lombardi non erano d'accordo
di fare entrare a Venezia lo scomunicato Barbarossa e
per protesta abbandonarono la città. Pure una fazione di veneziani era ostile
all'ingresso in laguna dello scomunicato imperatore; ma ci pensarono a far
cambiare idea i delegati siciliani. Minacciarono di abbandonare anche loro
Venezia e si sarebbero poi pure vendicati (in Sicilia operavano molti
veneziani, e il pericolo di una ritorsione con alcune confische era quella che
ci si poteva aspettare come castigo).
Stava per nascere un'altra
guerra. Finalmente si trovò la via d'uscita.
Dopo varie e complesse
trattative il giorno prima il 23 LUGLIO, il patriarca di Aquileia
si recò incontro all'imperatore al Lido, qui con un collegio di cardinali alla
chiesa di San Nicolò, tolsero a Barbarossa la
scomunica e fecero abiurare lo scisma papale al clero che lo seguiva.
Il 24 LUGLIO in pompa magna
scortarono Barbarossa in piazza San Marco per il
fatidico incontro con il papa. I due avversari che avevano lottato per diciotto
anni, ognuno rivendicando la propria giustizia divina, s'incontrarono per la
prima volta faccia a faccia.
Il momento fu solenne e
commovente per tutti i presenti. L'imperatore, appena sbarcato, si vide venire
incontro l'anziana figura del vecchio papa con le braccia aperte accogliendolo
come un figlio. Barbarossa non seppe trattenere la
grande commozione, ne fu sopraffatto, buttò via il mantello imperiale e
s'inginocchiò ai suoi piedi. Alessandro, anche lui in lacrime, lo sollevò da
terra e l'abbracciò proprio come un padre.
Insieme poi s'incamminarono
per la messa in San Marco e per la benedizione.
Poi gli riconfermò il titolo
imperiale e quello reale al figlio Enrico, ma non gli riconobbe la supremazia
imperiale su Roma.
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*** In TERRASANTA, ad Aleppo,
SALADINO tenta un assedio per conquistarla. La città nel frattempo ha chiesto
soccorso ai franchi di Gerusalemme. Baldovino IV affiancato da Filippo
d'Alsazia, conte di Fiandra, sferra un attacco a nord della Siria, mentre
Saladino è impegnato a Sud. Costretto ad agire su due fronti il capo kurdo subisce una temporanea sconfitta.
*** Muore GUGLIELMO
LUNGASPADA, marchese del Monferrato, marito di SIBILLA, sorella di Baldovino
IV, che aveva designato il cognato suo successore. Guglielmo lascia un figlio
ancora nel ventre della madre, il futuro BALDOVINO
V. - Sibilla si innamorerà poi
di uno sconosciuto nobile inglese che sposerà in seconde nozze, un certo (Guy) GUIDO di LUSIGNANO. Ne sentiremo ancora molto parlare.
ANNO 1178
*** PACE DI BARBAROSSA CON IL PAPA
*** FINE DI UN TRAVAGLIO DELLA CHIESA
*** DECOLLO DI MILANO
*** ITALIA - Dopo i patti e le reciproche concessioni fatte ad Anagni, poi quelle pubbliche fatte a Venezia, quest'anno
avviene la solenne riconciliazione fra Barbarossa e
il papa anche nella città di Arles, in Francia.
Papa ALESSANDRO III, dopo
Venezia e Arles, rientrato prima ad Anagni poi a Roma ricevette accoglienze entusiastiche dalla
popolazione laziale. Tenne un discorso, e ratificando la pace tra la chiesa e
l'impero, Alessandro lanciò anche degli anatemi contro chiunque osava attentare
a questa pace universale voluta da Dio.
Ma molti conflitti erano
ancora vivi, le pretese temporali del papa, oltre non aver soddisfatto i
lombardi, non avevano soddisfatto una parte della solita fazione romana
imperiale filotedesca. Preso possesso della
prefettura nella capitale, già in mano ad un nobile nominato dal Barbarossa, Alessandro III si era riservato il diritto di
nominare lui un prefetto; ma quello nominato da Federico e appoggiato dai filotedeschi locali, si rifiutò di abbandonare la carica
sostenendo l'antipapa dello scisma. Con il ribelle fallì la mediazione
dell'arcivescovo di Magonza che rappresentava
l'imperatore in Italia; infine intervenne lo stesso Barbarossa
costrinse il funzionario e l'antipapa ad arrendersi. Ma alcuni romani
filo-imperiali non si arresero nemmeno davanti al conciliante Barbarossa e nominarono un altro antipapa. Durò poco, alla
fine fu fatto prigioniero e rinchiuso dentro l'abbazia di Cava.
Con il 1178 termina così il
lungo travaglio della chiesa e la lotta titanica di Alessandro III, che con
ostinazione porterà avanti per altri due anni, completando l'opera il
prossimo anno con il Concilio Lateranense III, cui
convennero oltre trecento vescovi e dove oltre all'emanazione di 26 canoni
disciplinari, fu stabilita la maggioranza dei due terzi dei cardinali per
l'elezione del pontefice.
In questo concilio per la sua
grande competenza in materia giuridica, Alessandro III, diede un contributo
decisivo alla formazione del diritto ecclesiastico universale.
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*** I LOMBARDI, anche se non
hanno ancora ratificato la pace con Federico Barbarossa,
finalmente stanno godendosi un periodo di pace. Con più tranquillità, i
milanesi danno il via a grandi opere che riusciranno a trasformare l'intero
territorio agricolo e urbanisticamente anche la
stessa città.
Iniziano i grandi lavori di
disboscamenti della pianura padana; e seguono numerose opere idrauliche per lo
sfruttamento delle acque dei grandi fiumi che a Milano scorrono a est e a ovest
(Adda e Ticino) costruendo una fitta rete di canali per irrigare grandi
estensioni di terreni potenzialmente coltivabili. Alcuni canali sono progettati
pure per un secondo grandioso scopo: di renderli navigabili per il trasporto
fluviale delle merci su quasi tutta l'intera Pianura Padana. Un opera per quei
tempi (senza escavatori e mezzi di trasporto meccanici) colossale, ciclopica,
ciononostante realizzata in pochissimi anni.
La vita, civile, quella dei
commerci, poi l'agricola e quella industriale, ripresero ritmo nella importante
capitale lombarda. Milano venne subito a trovarsi in un particolare periodo e
nelle migliori condizioni geografiche per gli scambi dei prodotti oltre
frontiera. Con Venezia in questi anni bloccata in Oriente, i commerci lombardi
in brevissimo tempo trasformeranno Milano in una delle più grandi città
europee. Mette già delle solidi basi per i futuri sviluppi delle prossime
quattro generazioni; prima con i Visconti, poi con il periodo d'oro degli
Sforza.
Nonostante le devastazioni, le
guerre e le dispute con il Barbarossa, Milano non
aveva mai cessato (Gli affari sono affari! Già pragmatici i milanesi!) di
mantenere i contatti commerciali anche con la stessa Germania nemica; li
ha mantenuti e ora li ha rafforzati anche con Venezia che vanta una lunghissima
tradizione nei grandi commerci esteri. Nella Repubblica marinara veneta, la
emergente nuova aristocrazia nata con i commerci sta inventandosi con in prima
fila ENRICO DANDOLO, le nuove istituzioni sia nel governo della città (sta
ideando in questi anni gli obblighi ai quali dovrà sottostare il doge,
abrogandogli le prerogative personali, e promuovendo
la sovranità impersonale) e sia nei nuovi rapporti di forza e di potere con le
vecchie famiglie aristocratiche arroccate negli antiquati privilegi feudatari.
(di queste innovazioni politiche ed economiche ne abbiamo illustrati alcune in
anticipo nel 1173)
Dall'adriatico, o meglio dalla
laguna, non giungono sui canali milanesi e lombardi solo merci e derrate
alimentari che fanno di Milano quasi una città di mare, tante sono le
imbarcazioni e le chiatte che risalgono fiumi e i canali fino ai brulicanti
porti milanesi, ma arrivano dalla laguna anche le nuove istituzioni e nuove
forme di commercio, che è l'inizio dell'era capitalistica, del libero mercato,
con le prime forme di contabilità mercantile, con i primi imprenditori
totalmente liberi da bizantinistici intralci
burocratici, e alle quali é garantita la proprietà del capitale fisso che il
milanese impiega nella produzione e nei suoi commerci, usando ora le monete che
riappaiono proprio per merito di Dandolo, o con le innovative (per Milano, dopo
che lo erano state per VEnezia) lettere di cambio e i
check emessi da vere e proprie "banche"
private.
Questa nascita dei traffici,
nei Comuni che si erano svincolati dal rapporto di soggezione che prima li
vedeva dipendere dai vescovi e dal vecchio sistema feudale, avevano favorito la
nascita degli statuti autonomi e gli autogoverni. L'incremento dei commerci,
delle arti e dei mestieri - compreso l'indotto - era riuscito ad emancipare una
larga fascia di cittadini dalla servitù feudale. Commerci, arti, corporazioni,
compagnie (a Venezia e Genova sono già nati i contratti di
"commenda") vanno a costituire il perno del "nuovo potere",
esercitato da Consigli formati da cittadini inizialmente in forma
democratica (nello stile ateniese) ma subito dopo con l'affermarsi di una nuova
potente classe dirigente (armatori, banchieri, industriali, grandi
commercianti) si trasforma in una copia di quello precedente, cioè non più
feudale ma oligarchico, in cui il censo superiore non è solo il nobile, ma é
anche formato dai nuovi ricchi che in pochi decenni sono divenuti tali. (gli
esempi in questo periodo a Firenze, Milano, Venezia, Genova, sono numerosi - e
siamo in anticipo di quattro secoli dal calvinismo e dalla riforma
protestante).
C'era però il lato anche
negativo. I Comuni dopo tante lotte cittadine (alcuni continueranno per tutto
il secolo e oltre) inizieranno ad essere isole all'interno di una società che
rimaneva comunque feudale anche se in una forma diversa. Finito questo primo
iniziale sogno di autonomie cittadine, i comuni presto saranno guidati e governati
non più da un potere esercitato dall'esterno da un feudatario o da un vescovo
che ricevevano dall'imperatore o dal papa in premio una città da amministrare,
ma sarà esercitato questo potere (o meglio dire controllo delle attività
economiche) da consorterie (grandi ricche famiglie) dentro la stessa
città, dove ognuna di esse lotta per esercitare la potestà tipicamente
oligarchica. Vedremo dunque affermarsi le potenti Signorie (nate dal nulla -
vedi gli Sforza) e i governi familiari, simili a quelli feudatari, e come
quelli anche loro daranno ai propri discendenti l'eredità delle sostanze
accumulate e quindi il potere economico che spesso va a condizionare quello
"politico", spesso in forma autoritaria, simile a quello feudatario
ma molto più potente (i banchieri fiorentini, come leggeremo più avanti,
vantavano crediti contemporaneamente dall'Inghilterra e dalla Francia mentre i
due paesi rovinavano nella loro guerra dei Cento anni, ed erano creditori del
papa stesso; molto più avanti vedremo pure i capitali dei Medici che
condizioneranno tutta la politica fiorentina, e perfino il papato e la corte di
Francia (salvata dalla bancarotta dopo che il re ha ripudiato la moglie per
sposare una ricca Medici).
Vedremo quindi fra poco, non
più conquistare le città con le armi del popolo cittadino, ma acquistare le
città con somme di denari. Spesso non tenendo in nessun conto della popolazione
che le abitava (come etnia, cultura, vocazione, religione, tradizione). Spesso
vicinissime ma lontanissime come carattere (vedi Firenze-Siena,
Padova-Vicenza, Mantova-Cremona,
e molte altre)
Capitali enormi in mano ad un
ristretto numero di persone che possono permettersi di pagare i migliori
mercenari in circolazione (I cavalieri di ventura)- e acquistare le migliori
armi - quando é necessario anche un intervento armato. Ricchezze di un
ristretto numero di persone che hanno recentemente reinventato,
dopo 800 anni di scambi in natura, la moneta: il genovino,
il fiorino, il ducato e in parallelo nascono ovviamente le potenti banche in
mano a solide famiglie che con la marcatura hanno fatto fortuna.
*** INGHILTERRA - Enrico II Re
d'Inghilterra istituisce una Corte di Giustizia permanente con precise norme di
procedura istruttoria e probatoria con elezione di giurati popolari. In questo
periodo continua a svilupparsi il diritto comune (Common Law).
*** Costruzione del duomo di Bari. - Riedificazione della
cattedrale di Parma con un forte influsso sia lombardo che francese. Come
scultore vi lavora BENEDETTO ANTELAMI; suo il bassorilievo della Deposizione;
anche qui si rivelano forti influenze sia Bizantine (in quelle simmetriche)
sia provenzali (le singole figure).
ANNO 1179
*** MILANO COME VENEZIA
*** Nei dintorni di Venezia, volendo forse imitare la città
lagunare o alcune città settentrionali, nascono alcune autonomie comunali, con
istituti podestarili e i governi comunali. Ad iniziare quest'anno la serie é Pola e altre piccole città dell'Istria. Seguirà nel 1186
Capodistria, Pirano nel 1192, Parenzo
nel 1194, e infine Trieste. Quest'ultima assoggettata a Venezia fino al 1202,
tenterà la sua avventura autonoma nel 1216 cercando di sganciarsi dall'egemonia
della Serenissima Repubblica, poi non riuscendoci chiederà aiuto a Leopoldo
d'Austria. Un aiuto, che si trasformò nei successivi 800 anni in una cambiale
in bianco, con gli alterni passaggi nelle numerose spartizioni dopo le tante
guerre vinte o perse dai governanti di turno, che trasformarono la zona in un
teatro di conflitto quasi perenne, fino al 1975 (Trattato di Osimo).
*** IN LOMBARDIA, Milano, dopo il brutto periodo delle lotte,
assedi e anche lacerazioni interne, é ritornata ad essere una grande città di
commercio. Fervono i grandi lavori. Ai grandi canali d'irrigazione o per le
piccole imbarcazioni già realizzati, si aggiunge ora la costruzione di un
grande canale navigabile.
Divenuta una città con tante
esigenze nei trasporti, Milano inizia per necessità la costruzione di una
grande zona portuale (la Darsena) e un gigantesco canale navigabile: il
Naviglio. Una grande via fluviale che circonda interamente Milano (si chiama
appunto Cerchia dei Navigli - oggi però quasi interamente scomparsa). La grande
opera idraulica la trasforma in poco tempo in una città d'acqua, con una
miriade di canali e una fittissima rete di piccole rogge che collegano molti
quartieri cittadini. Da questi con il Naviglio Grande si può raggiungere il
Ticino e sempre passando dalla Darsena imboccando il Naviglio Pavese si
raggiunge Pavia, pochi chilometri ancora e si entra nel grande Po e poi via
verso il mare Adriatico.
Lungo i piccoli e grandi
canali della Milano medioevale di questo periodo c'erano bene in vista le
facciate dei migliori palazzi incastonati i stupendi giardini. Ancora la Milano
del tempo di Renzo e Lucia era qualcosa che assomigliava a Lucca - con la sua
cerchia bastionata - e Venezia con i suoi canali. La Darsena di Milano,
il punto che concentrava le grandi imbarcazioni, rivaleggiava con quella di
Venezia. Altrettanto i ponti e i ponticelli, sui Navigli, sui canali e sulle
rogge che erano pari come numero a quelli della città lagunare.
Il Naviglio Grande e il
Naviglio Pavese era navigabile per imbarcazioni fino a 500 tonnellate. Il
canale derivato dal fiume era utilizzato pure per l'irrigazione. Il Naviglio
Grande o anche detto il Ticinello, deriva dal Ticino
presso Tornavento a Varese, scorre parallelo al corso
del fiume fino ad Abbiategrasso, poi si piega a Est
verso Milano. La lunghezza é ancora attualmente di 50 chilometri, ma la rete
interna allora con le piccole e grandi diramazioni dovevano essere di altre
centinaia di chilometri.
Ormai quasi tutti interrati o
deviati, ci restano oggi i tre navigli superstiti. Quello di Pavia e quello
Grande, partono dalla Darsena stessa; specialmente il secondo presenta ancora
aspetti attraenti e scorci suggestivi (Es. Porta
Ticinese). Mentre é più difficile scoprire il Naviglio della Martesana: se si cerca, qualcosa ancora si vede in Viale
Monza, presso la stazione Goria della Metropolitana.
Questo grande sviluppo della
città lombarda, ha ridato una boccata di ossigeno anche a Venezia che ha ferme
da 9 anni le sue navi in Oriente dopo la requisizione e l'embargo imposto dai
bizantini ai loro commerci.
Sono drammatici anni per
l'economia veneziana, una crisi che sta portando una parte della popolazione a
guardare con molto interesse alla terra ferma come una risorsa alternativa.
Alcuni, quasi abbandonando la tradizione marinara, spingono lo sguardo verso
Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Mantova, e altri ancora guardano addirittura
ad un'altra ambita meta: alla stessa Milano.
Con l'inizio del prossimo
secolo assisteremo a più riprese a queste intenzioni di allargarsi, con
l'aspirazione di assoggettare tutta la Pianura veneta. Ambigue, avventate e
alle volte ingenue le alleanze seguite da alcune insignificanti battaglNon dimentichiamo che con questa spinta, in due sole
generazioni, nel 1260, la nuova cinta muraria di Milano abbraccerà oltre 200
ettari, trasformando il centro urbano nel più vasto d'Europa. Giustificate
dunque le mire (e le gelosie) di Venezia che sta assistendo al decollo della
capitale lombarda, mentre la propria città sta vivendo l'angoscia di una grave
crisi che la sta soffocando.
Del resto a Costantinopoli non
hanno proprio nessuna intenzione di fare delle aperture, né ci sono intese
pacifiche per raggiungere dei compromessi con la città lagunare. Anzi, le
relazioni tra le due città stanno peggiorando e stanno camminando verso una
situazione così critica, che nel prossimo '182 sfocerà in una grave congiura
della nobiltà antilatina, seguita da un vero e proprio massacro dei latini, dei
veneziani e della stessa famiglia imperiale, alle quali sono addebitate le
tante arrendevolezze e le troppe simpatie per gli "stranieri" (e fra
questi i normanni, visto che la moglie dell'imperatore Commeno,
Maria, è la figlia di Costanza d'Altavilla)
*** Il Papa Alessandro III
convoca il 3° Concilio Lateranense che stabilisce
nuove regole per l'elezione del Pontefice. Queste regole consistono nel fatto
che il Papa venga eletto dai Cardinali con una maggioranza di due terzi.
ANNO 1180
*** CRISI A COSTANTINOPOLI
*** LE CONGIURE IMPERIALI
*** A COSTANTINOPOLI a complicare la critica situazione bizantina,
muore l'imperatore MANUELE COMMENO. Già la sua politica, nonostante la sua
figura di uomo saggio è stata un totale fallimento con i rapporti sia interni
sia esterni all'impero, ora con la sua morte la situazione diventa ancora più
critica con la successione. Sul trono gli succede il figlio undicenne ALESSIO
II, mentre la reggenza passa alla madre, la Normanna MARIA DI ANTIOCHIA, figlia
di Costanza d'Altavilla
Le simpatie della famiglia
imperiale Commeno, (con dentro una normanna) che
privilegia i rapporti con i latini, seguitano ad alimentare le animosità di una
larga fascia della antica nobiltà bizantina; é una ostilità decisamente antimperiale, e la presenza della normanna aumenta
l'irritazione e l'odio verso i residenti latini presenti a Costantinopoli, che
sono circa 80.000. Sono proprio loro la causa di tutti i burrascosi rapporti di
questa fazione che si sente - pur non avendone la vocazione né le capacità -
lasciata fuori dai commerci o dalle agevolazioni riservate solo ai mercanti
italiani, agli avventurieri, ai parenti e amici degli avventurieri, e i più
maligni affermano, solo agli amici della normanna.
Accusano che sono privilegi
ottenuti con antiquati contratti o forse - congetturano sempre i maligni
-sborsando oro ai corrotti funzionari per avere l'esclusività delle rotte,
interi porti esenti da tasse, lucrosi commerci e alti profitti senza pagare
nulla. Insomma era in sostanza la gelosia e la tanta invidia che alimentava
quest'odio.
L'ultimo periodo vissuto
dall'imperatore per tanti motivi era stato uno dei peggiori per i nobili. Come
in Italia a Milano, Firenze e Venezia, i commerci avevano portato alla ribalta
i nuovi "potenti", e a Costantinopoli i nuovi potenti stavano
diventando gli occidentali, gli ottantamila non solo vivevano nel lusso ma
erano diventati forse troppo arroganti e sempre più membri del palazzo.
I mercanti veneziani, i
latini, ostentavano le nuove ricchezze, mentre con il disfacimento dell'impero
bizantino sotto i colpi dei turchi o dei bulgari, era in atto da tempo la
disgregazione delle vecchie famiglie nobili feudali in un modo ancora più
critico di quello presente in occidente. La nobiltà attorno al potere imperiale
sfoggiava da quasi otto secoli un suo assolutismo che non esisteva in nessun
paese dell'Europa Medievale. Era del resto il sostegno dell'autorità suprema in
ogni settore della vita pubblica, e sempre agli ordini della volontà imperiale
con quel protocollo che è diventato sinonimo di cavillosità buorocratica:
il bizantinismo. Da quando era nata questa burocrazia con Costantino, anche nei
secoli con meno prosperità, non era mai venuta meno a Bisanzio
la vocazione alla cavillosità del formalismo.
Il prestigio non veniva dal
possesso dei beni (che se c'erano erano solo terreni spesso incolti), ma
proveniva dalla posizione che il nobile occupava nel palazzo con le svariate
mansioni, e che spesso non avevano nessun peso nell'amministrazione dello
stato, e quel prestigio era solo una chiassosa maschera di esteriorità.
Tutto questo stava sempre di
più perdendo valore. Primo, perché era ormai chiara l'anacronistica istituzione
comparata alla libertà, alle ricchezze e all'influenza che esercitavano i nuovi
ricchi mercanti sulla politica; e secondo, alla luce di questa prima
considerazione, il futuro - visto con un certo realismo - riservava ai nobili
un periodo esistenziale ancora peggiore, ancora più grigio. Già possedevano
poco in termini monetari, se poi perdevano anche le cariche, addio prestigio e
addio all'opulenza ostentata.
Iniziano in conseguenza di
ciò, con la salita al trono del ragazzino e soprattutto con reggente
imperatrice la madre normanna, le congiure, e l'intensa opera nel persuadere e
spingere il popolo a ribellarsi.
Altra preoccupazione per i
nobili Bizantini, é la notizia che forse il figlio del Barbarossa,
Enrico si fidanzerà con la normanna Costanza d'Altavilla, erede di Guglielmo di
Sicilia. Considerando che la reggente a Costantinopoli è una normanna, alcuni
vedono nel migliore ipotesi già la fine dell'impero bizantino e la sua
unificazione, e nella peggiore, temono che l'unione dei due Stati, sempre stati
ostili ai greci (sia politico che religioso) preluderà a un attacco a
Costantinopoli.
Inoltre esiste anche una vaga
ma allarmante proposta di Emanule Commeno,
fatta in precedenza a papa Alessandro III, di una unificazione ecclesiastica
con l'occidente "ansioso di unire la chiesa greca alla venerabile chiesa
romana, madre di tutte le chiese", in cambio però Commeno
voleva la destituzione di Federico Barbarossa e la
sua nomina a unico imperatore d'oriente e occidente. Alessandro (almeno così
riporta il suo biografo, cardinal Bosone)
pretese che Commeno risiedesse a Roma. Ma rimangono
molti dubbi se Emanuele Commeno sarebbe stato
veramente in grado di riuscire in questa impresa.
*** FRANCIA - IL 18 SETTEMBRE
in Francia muore re LUIGI VII, gli succede il figlio quindicenne FILIPPO II,
con un carattere bellicoso e senza scrupoli. Prima ostile al nuovo re
d'Inghilterra, Riccardo, poi amico fino al punto da allearrsi
con lui per combattere il proprio padre, poi ancora nemico quando insieme
scenderanno in Terrasanta con la Terza crociata.
*** In GERMANIA resa dei conti
del BARBAROSSA con ENRICO Il Leone. Federico non ha dimenticato il
tradimento, quando quattro anni fa in difficoltà con la Lega a Legnano, Enrico
non accolse la sua richiesta d'aiuto. Lo aveva considerato un tradimento che
gli era costata la disfatta.
Lo scorso anno lo ha fatto
mettere al bando, quest'anno riunisce una dieta a Wurzburg,
e gli fa togliere tutti i feudi. Tra questi il ducato della Baviera, che viene
concesso a OTTONE I di WITTELSBACH; il primo di una dinastia che regnerà in
Baviera per quasi 800 anni, fino al 1918.
*** POLONIA - In Polonia
un'Assemblea di Duchi e e Vescovi abolisce a Lenciza il Seniorato istituito
nel 1138 e riconosce i privilegi del clero. Questo strumento che doveva
rafforzare l'unità della Polonia ed invece l'ha
indebolita viene abolito ma non per questo l'unità del Paese di rafforza anzi
sfuma ancora di più dato che i vari principati della Dinastia dei Piasti continuano a sussistere uno accanto all'altro anche
se il possesso della città di Cracovia rimane un requisito essenziale per una
posizione di egemonia.
di
VALENTINO NECCO
Padania: che questa
parola sia ormai entrata nel linguaggio comune è un dato di fatto inconfutabile.
Meno chiaro è se esista una definizione univoca di Padania.
Le innumerevoli polemiche in proposito starebbero a dimostrare di no, e
addirittura si è ipotizzato che questa parola nasconda non un'entità reale, ma
un'astrazione senza senso. Come accade spesso, la verità probabilmente sta nel
mezzo. Anche in questo caso, infatti, l'esistenza stessa di un ampio ed esteso
dibattito dimostrerebbe che l'oggetto del contendere è in qualche misura
reale.
Va ad ogni modo ricordato che
il concetto di "Padania" è venuto alla
ribalta della scena politica e culturale solo da qualche anno, grazie a un
partito, la Lega Nord, e di tutto il movimento che ne segue e sostiene
l'azione. Questa precisazione non solo per dovere di cronaca, ma perché è
praticamente impossibile prescindere da questo punto di partenza, non avendosi
storicamente riscontri evidenti e inequivocabili di una Padania
(o di un'idea di Padania) in quanto tale: si tratta
per l'appunto di una novità piuttosto recente.
E' quindi indispensabile
considerare la definizione attuale di Padania per
verificare se nel corso della storia si sia dato qualcosa di corrispondente.
Esula tuttavia dalle competenze e dalle possibilità di questo articolo lo
stabilire la legittimità politica e giuridica del concetto di Padania come istituzione nazionale contrapposta allo Stato
italiano. Più modestamente ci si propone di verificare dal punto di vista
storico se sia rintracciabile nel corso dei secoli un'entità unitaria
definibile col nome di Padania. Del resto,
un'eventuale "identità padana" può sussistere indipendentemente da un
suo fondamento storico: daremo per buono, qui, un punto sul quale in realtà non
esiste una totale conformità di opinioni, ma attorno al quale si è formato
comunque tra gli studiosi contemporanei un consenso significativo, e cioè che
quello che importa di una comunità (e che la fa tale) non è ciò che essa è ma
ciò che crede di essere.
In questo senso storia,
geografia, ed anche lingua, cultura e origini etniche comuni sono strumentali
rispetto alla percezione che una comunità ha di sé, e in particolare rispetto
all'elemento fondamentale della volontà, che integra e valorizza tutti gli
altri.
La Padania,
dunque: di cosa si tratta veramente? Dal punto di vista strettamente
geografico, essa coincide indubbiamente con la pianura padana o, meglio, con il
bacino idrografico del Po. Si tratta a prima vista di una regione
geograficamente piuttosto ben definita, ma le cose sono in realtà meno semplici
di quel che sembra. Se si tenta infatti di stabilirne con precisione i confini,
il criterio fisico-geografico si rivela
insufficiente, e si è costretti a rivolgersi una volta ancora a elementi
distintivi come storia, lingua o cultura. L'intero arco alpino, ad esempio,
costituisce senza dubbio un confine naturale molto netto ed evidente rispetto
all'Europa continentale, ma paradossalmente si tratta, dal punto di vista delle
popolazioni che ne abitano i versanti , più di un elemento di unione che di una
barriera.
Cosa divide e cosa unisce un
abitante della valle del Rodano da un suo vicino valdostano, e quest'ultimo da
un abitante del Polesine? La risposta non è affatto scontata. Abbastanza
incerto è anche il confine nelle aree di costa, sia a est che ad ovest. Se
consideriamo come Padania le attuali otto regioni del
nord-Italia, vediamo come i suoi confini cambino
virtualmente a seconda che si usi di volta in volta il criterio geografico,
storico o linguistico. Ogni criterio porta di volta in volta a includere o
escludere dalla Padania aree differenti, e la
sovrapposizione di questi criteri dà luogo ad una serie assai numerosa e
problematica di eccezioni. La zona di Nizza, parte dell'Istria, il Canton Ticino, i paesi grigionesi
di lingua romanza, solo per citare alcuni esempi, sono aree esterne agli
attuali confini della Repubblica italiana che a vario titolo e grado potrebbero
essere incluse in un'ipotetica nazione padana.
Lo stesso ragionamento vale
per alcune zone della Toscana e delle Marche. Specularmente,
varie aree del Friuli e del Trentino-Alto Adige, numerose comunità di lingua
provenzale o franco-provenzale (valli del cuneese),
le valli di Lei e di Livigno, difficilmente,
nonostante la collocazione geografica, si potrebbero considerare padane.
Particolarmente complesse sono
poi le situazioni delle zone linguistiche miste e delle numerose isole
linguistiche esistenti nel nord-Italia (Walser, Cimbri e Mocheni, ecc.). Emblematico è il caso delle comunità
ladine, isole linguistico-culturali divise fra tre
diverse province a loro volta linguisticamente divise
(italiano e tedesco) e che hanno rapporti di connessione assai diversi con la
cosiddetta Padania. Lo "status" padano di
tutte le aree citate ad esempio dovrebbe dunque dipendere, al di là della
collocazione geografica, - unico elemento inequivocabile - dal grado, se così
si può dire, di partecipazione ad una storia, una lingua e una cultura
"padana".
Siamo così giunti al cuore del
nostro problema, poiché l'esistenza di una lingua e di una storia unitaria
della Padania è ancora tutta da dimostrare.
Quanto alla lingua, è
argomento che sfugge anch'esso alle competenze di questo articolo, ma è
probabile che le stesse difficoltà riscontrate nella definizione di un'entità
geografica padana si riscontrino anche nella definizione di una
"Koinè" padana. Esistono in verità studi minori che ne sostengono
l'esistenza, e in effetti alla crisi del latino classico e alla sua
frammentazione corrispose la nascita di un latino parlato che gli storici della
lingua chiamano "gallo-italico", dai caratteri comuni in tutta la
valle padana e distinto dalle altre parlate della penisola.
Tuttavia il processo di
differenziazione linguistica proseguì anche all'interno della vasta area padana
e la base comune non impedì di fatto il formarsi di dialetti assolutamente
incomprensibili l'uno all'altro. Lo sviluppo linguistico non è stato unitario
nemmeno all'interno delle singole regioni, tanto che - fenomeno pressoché unico
in Europa - esistono numerose varianti lessicali tra dialetti di zone molto
vicine geograficamente.
La parentela che esiste tra il
dialetto di Cuneo e quello di Rimini piuttosto che di Pordenone risulta perciò
così lontana da impedire il formarsi di un'identità padana contrapposta al
resto della penisola solo su base linguistica, oggi in modo particolare, dopo
che attraverso la scolarizzazione di massa e la diffusione della tv (processi
storici oggettivi di cui va tenuto conto, qualunque giudizio se ne dia)
l'italiano ha retrocesso i dialetti in una posizione secondaria e marginale.
Per il resto, è evidente che non è possibile scorrere se non in modo
superficiale l'immenso arco di tempo che va dal dissolvimento dell'Impero
romano ai giorni nostri.
D'altronde non è nemmeno
possibile restringere il campo di indagine ad un periodo più ristretto,
privilegiando arbitrariamente un dato momento storico rispetto ad un altro.
Data una definizione approssimativa di "Padania"
(abbiamo visto bene quali siano le difficoltà a stabilirne una chiara e
inequivocabile) proveremo dunque a "fotografare" una serie di momenti
storici significativi, cercando di coprire tutto l'arco di tempo considerato.
La domanda cui cerchiamo di rispondere sarà quindi più o meno questa: se
consideriamo "Padania" il bacino
idrografico del Po (ovvero tutta l'area non peninsulare dell'Italia), è mai
esistito un momento storico in cui questa entità fisico-geografica
è stata anche un'entità politica o sociale unitaria, dotata di una sua realtà
autonoma e distinta dal resto dell'Italia e dell'Europa? In altri termini, è
mai esistito prima d'ora un senso d'appartenenza a una collettività definibile
come "popolo padano" o qualcosa di simile?
Volendo adottare un paragone
forse fin troppo sfruttato, è lecito e soprattutto è possibile considerare dal
punto di vista storico e culturale la Padania alla
stessa stregua della Scozia, l'una distinta dall'Italia così come l'altra viene
distinta dall'Inghilterra? Restringiamo allora lo sguardo alla sola "Padania": al tempo della massima espansione
dell'impero romano (II secolo) quella che potrebbe essere considerata la più
lontana "antenata", la cosiddetta "Gallia
Cisalpina", un tempo abitata da popolazioni diverse di origine celtica, è
ormai completamente romanizzata ed assorbita dalla cultura latina (lingua,
strutture sociali, politiche, giuridiche ed economiche).
Nel 526, alla morte di re
Teodorico, il dissolvimento dell'Impero è pressoché compiuto. L'Europa
occidentale è divisa tra i regni romano-barbarici dei Franchi, dei Vandali, dei
Visigoti, degli Ostrogoti e dei Burgundi. La "Padania" non si distingue dal resto della penisola
italiana che fa parte, assieme al sud della Francia e (approssimativamente)
alle attuali Slovenia e Croazia, del regno degli Ostrogoti. Parte dell'attuale
Piemonte è invece territorio del regno dei Burgundi, che diventerà in futuro la
Savoia.
Diamo ora un'occhiata
all'Italia alla fine del VI secolo: la troviamo divisa in maniera frammentaria
tra possedimenti longobardi e bizantini: la valle padana è occupata dai
Longobardi e il nome Lombardia sta a designare tutta la pianura padana. Il
periodo longobardo è in effetti un momento molto importante di unità, e
significativamente lungo, ma quanto la lontana eredità longobarda contribuisce
oggi a formare un'eventuale identità padana? Come valutare le notevoli
eccezioni costituite da Venezia, dall'Esarcato e dalla Pentapoli?
Come considerare l'esistenza dei due grandi ducati longobardi di Spoleto e
Benevento, che comprendevano buona parte dell'Italia centro-meridionale?
Certamente i Longobardi hanno
lasciato una traccia importante, e ancora oggi sono di uso corrente termini di
origine longobarda, ma da qui a farne il fondamento storico di un'ipotetica
nazione padana il passo è lungo. Abbiamo già accennato alle eccezioni
geografiche; un altro argomento "contra"
non indifferente è dato dalla grande distanza che ci separa da quel periodo.
Distanza non puramente cronologica, ma storica: numerosissimi e notevolissimi
sconvolgimenti politici e sociali hanno cambiato il volto della pianura padana,
altre invasioni e altre dominazioni hanno cambiato a più riprese (e in modo
eterogeneo rispetto al territorio) la cultura delle sue popolazioni. Nel
dialetto di Milano non sono infrequenti echi del francese: ma tanto poco un
milanese si sente francese quanto un "padano" di oggi si sente -
crediamo - longobardo.
Alla dominazione longobarda
seguì quella dei Franchi. Alla morte di Carlo Magno la "Padania" - sempre con l'eccezione di Venezia - è parte
del regno d'Italia, a sua volta parte dell'immenso Sacro Romano Impero. Essa
non sembra avere, all'interno di questo, nessuna realtà autonoma, almeno a
livello politico. Dissolto anche l'impero carolingio,
tutta l'Europa vede crescere una miriade di poteri locali e privi di stabilità,
e il quadro è aggravato dalle nuove invasioni "barbariche" (ungari e normanni, e - da sud - i saraceni).
Da allora fino al secolo XIX
la storia della "Padania" sembra essere
soprattutto una storia di divisioni. Non è questa la sede per esaminare nel
dettaglio le profondissime trasformazioni dell'assetto sociale e politico
europeo che ebbero luogo nel Medioevo. Quello che per noi è degno di nota è la
frammentazione del potere, fenomeno che per l'Italia rappresenta una sorta di fil rouge che attraversa più di
un millennio di storia. Già lo stesso Carlo Magno, infatti, non governò un
impero unitario, ma un sistema feudale vasallatico
diviso in marche, contee e signorie indipendenti. Il passaggio dal sistema
feudale a quello dei comuni, straordinario e per certi versi rivoluzionario
capitolo della storia europea, è in ogni caso così complesso da non poter essere
trattato che di sfuggita.
Dalla fine del X secolo al XII
il fenomeno della frantumazione del potere progredisce continuamente.
Nell'Italia del nord, tuttavia, lo sviluppo comunale ha caratteri peculiari
rispetto al resto d'Europa, ove gli attori principali del cambiamento sono i
mercanti-imprenditori, esponenti della nascente borghesia, che hanno
l'obbiettivo di creare isolotti borghesi chiusi alla campagna circostante. In
Italia (specialmente in Lombardia e in Toscana) i protagonisti sono ancora gli esponenti
inurbati dell'aristocrazia fondiaria: la campagna è considerata funzionale alla
città, ne costituisce il territorio, e questo legame porta alla creazione di
vere e proprie città-Stato. Ancora una volta proviamo a chiederci se è
possibile scorgere in questo periodo storico un momento di unità dell'Italia
settentrionale tale da poter essere considerato come fondamento storico di una
attuale "Padania".
Da un lato, notiamo subito che
il rapporto tra molte città-Stato con mire espansionistiche sui territori
limitrofi era fatalmente destinato ad essere conflittuale, e in questo senso
sembra molto difficile parlare di unità. Dall'altro è proprio nella seconda
metà del 1100 che il conflitto tra impero e comuni dà luogo alla formazione di
leghe comunali in funzione anti-imperiale. E' del
1164 la cosiddetta lega veronese, che raggruppava Venezia, Verona, Padova e
Vicenza. Storia nota è quella della lega lombarda, nata il 1° dicembre 1167
attorno alla leadership di Milano e in cui confluivano anche città emiliane e
venete.
Del 1176 è la battaglia di
Legnano, in cui la "compagnia della morte" guidata da Alberto da Giussano sconfigge le armate di Federico Barbarossa. Ci muoviamo qui su un campo minato, se è vero
che gli odierni movimenti secessionisti proprio da queste vicende hanno attinto
la loro simbologia più cospicua. Alberto da Giussano,
il Carroccio, il nome stesso di Lega Lombarda, hanno assunto un significato
simbolico che va al di là del fatto storico in questione. Anche in questo caso,
per un verso l'attribuzione di un valore simbolico a questo momento storico
pare del tutto legittima: si trattò incontestabilmente di un momento di forte
unità e di grande solidarietà tra città padane. D'altro canto, una attenta
analisi critica ci svela subito diverse incongruenze. Se di unità si trattò,
essa fu contingente e legata all'esistenza di un nemico comune, l'impero.
Soprattutto essa non fu sentita allora come contrapposta al resto
d'Italia.
Alleato della lega era il
papato (Il patto della Lega fu infatti concepito e formalizzato in
Ciociaria; ad Anagni, da un pontefice inglese,
Adriano IV. (vedi qui la storia.
E si chiama appunto primo e secondo Pactum
Anagninu. Ndr.) mentre
altre città padane erano rimaste fedeli al Barbarossa.
La città fortificata di Alessandria, fondata nel 1168 e così chiamata in onore
del papa Alessandro III, fu edificata a danno di Pavia e del Marchese del
Monferrato.
Se con un salto di un paio di
secoli corriamo al Trecento, ci troviamo davanti ad un quadro di maggior
concentrazione territoriale: al posto dell'Italia dei "cento Comuni",
abbiamo solo sei potenze. Nel Nord-Italia fa la parte
del leone la città di Milano (che sotto i Visconti conosce - con alterne
fortune - momenti di notevole espansione). E' il periodo in cui cominciano a
svilupparsi gli stati regionali: i ducati di Milano e di Savoia, le repubbliche
marinare di Genova e Venezia, la repubblica di Firenze. E' comunque un periodo
di alta tensione politica e militare, e di tutto si può parlare tranne che di
unità. Un altro grande salto per fotografare l'Italia del 1492, data che per
convenzione segna il passaggio dal Medioevo all'età moderna: balza agli occhi
la notevole frammentazione politico-territoriale, che ritroveremo pressoché
invariata per almeno tre secoli ancora. Frammentazione ancor più notevole se si
considera che dal Cinquecento cominciano a svilupparsi i grandi stati
nazionali.
Questa peculiarità si presta a
giudizi ambivalenti: spesso la si considera come prova dell'artificiosità
forzata del processo di unificazione nazionale, ma identica obiezione in tal
senso si può fare alla pretesa unità della Padania,
essa stessa, per secoli, tutt'altro che unita. Dal Cinquecento la cronica,
conclamata debolezza degli staterelli della intera
penisola italiana ne farà terra di conquista per le potenze straniere. La
Repubblica Cisalpina o il Lombardo-Veneto (oltre a
costituire solo una porzione della "Padania")
rappresenteranno momenti sì di unità, ma relativa, poiché imposta dall'esterno
da una potenza nemica.
Siamo così giunti, a prezzo di
qualche inevitabile semplificazione, alle soglie dell'unità d'Italia. Abbiamo
trovato, così ci pare, qualche piccola traccia ma nessun riscontro chiaro ed
inequivocabile ne' della Padania ne' di
un'aspirazione comune dei popoli padani ad un'unità separata dal resto
d'Italia.
Sul Risorgimento e sul
carattere "non spontaneo" del processo di unificazione nazionale
esiste una letteratura sterminata. Da molti ormai è stato dato - giustamente -
risalto all'aspetto di espansione militare da parte del Piemonte: conquista del
resto d'Italia da parte dei Savoia, dunque, più che vera e propria
unificazione. Come abbiamo già visto, tuttavia, il carattere artificioso
dell'Unità d'Italia non implica affatto l'esistenza della Padania.
Del resto, al di là degli interessi espansionistici del Piemonte di Cavour,
l'aspirazione all'unità benché patrimonio di un'elite minoritaria, era forte e
diffusa, e carica di tensioni.
Ironia della sorte, tra le
figure adottate simbolicamente durante le lotte risorgimentali, compariva
proprio quella di Alberto da Giussano.
di
VALENTINO NECCO
Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di
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